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la nuova morale

Benedire senza convertire: il modello è Amoris laetitia

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Fiducia supplicans non fa che coronare la cosiddetta "via caritatis", che si illude di salvare il peccatore scusando il peccato. Un metodo in atto da anni che cela un vecchio errore già denunciato da Pascal.
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Ecclesia 04_01_2024 English Español

Le opposizioni alla Dichiarazione del 18 dicembre scorso non cessano di crescere. L’Africa risulta ormai una “no-fly zone” per Fiducia supplicans (FS), mentre altre conferenze episcopali, singoli vescovi e comunità religiose e sacerdotali uniscono la loro voce di dissenso: Ungheria, Polonia, Ucraina, Perù, Brasile.  I vescovi cercano, per lo più, di difendersi mostrando l’evidente confusione creata dal documento, nonostante la pretesa di chiarezza da parte del cardinale Fernández; un’analisi più completa ed adeguata al documento è venuta invece dal cuore dell’Europa, dal vescovo di Bayonne, Lescar e Oloron, Marc Aillet, che ha mostrato come il documento non riesca ad uscire da tre questioni di fondo: la benedizione, anche se non propriamente liturgica, rimane un sacramentale; persiste il problema della benedizione di una “coppia”; la pastorale finisce per confliggere con quella dottrina che, a parole, non si voleva mutare.
Ad ogni modo, è fuori discussione che FS risulti un atto palesemente divisivo dell’unità tra i cattolici, inclusa una parte consistente dei pastori.

La benedizione alle coppie “irregolari” e ai conviventi omosessuali costituisce il coronamento dell’impostazione di molta teologia morale, da diversi decenni a questa parte, nonché della trama, nemmeno troppo nascosta, di Amoris Lætitia (AL). FS, a ben vedere, non è altro che un’estensione di quanto già AL, nell’interpretazione “autentica” data dal Papa nella lettera ai vescovi di Buenos Aires (e a chi sennò?), permetteva: l’accesso alla vita sacramentale alle coppie conviventi more uxorio. Alla base della permissione c’era quella che papa Francesco battezzava come la «via caritatis» (cf. AL 306), in realtà null’altro che una sorta di “piano B” da attuare «davanti a quanti hanno difficoltà a vivere pienamente la legge divina». È la via delle «strade possibili di risposta a Dio» (AL 305), dell’arcinoto e devastante «bene possibile» (AL 308).

Ma cos’è veramente questa «via caritatis»? Non è altro che la vecchia, logora, stantia morale gesuitica (del gesuitismo decadente) che nauseò Blaise Pascal e che quella mente brillante, nella sesta delle diciotto “Lettere Provinciali”, aveva così efficacemente riassunto: «non si pecca più, mentre prima si peccava: iam non peccant, licet ante peccaverint». Un nuovo (mediocre) “miracolo” che non converte il peccatore, ma il peccato e che sottende una concezione della legge di Dio come un rigido ostacolo da evitare, un fardello pesante da alleggerire, un boccone amaro da addolcire.
Insomma, il buon Dio ci è andato pesante, ma noi, più misericordiosi di Lui, poniamo mano a questo difetto della sua legge.

«Nulla sfugge alla nostra previdenza», esclamava l’interlocutore gesuita della lettera, convinto che questo graduale ammorbidimento della morale, fosse necessario a causa della diffusa corruzione degli “uomini d’oggi” (questa intramontabile categoria ideale per ogni sovversione!), i quali, «non potendoli fare venire a noi, bisogna che siamo noi ad andare loro incontro; altrimenti essi ci abbandonerebbero; peggio ancora, si lascerebbero andare completamente». Il pastore previdente, buono e misericordioso è più concreto ed efficiente di quella grazia divina che, dopotutto, dimostra di non essere sempre così pronta a soccorrere l’uomo. E dunque, «senza tuttavia offendere la verità», teneva a sottolineare il gesuita della lettera, bisogna trovare una via più dolce, meno ruvida di quella portata avanti dagli amanti dell’integralità della legge. «Il progetto fondamentale della nostra Società [della Compagnia di Gesù, n.d.r] per il bene della religione è di non respingere nessuno per non far disperare la gente», concludeva bonariamente il gesuita.

«Nulla sfugge alla nostra misericordia», replica oggi papa Francesco. Nella Chiesa devono entrare «tutti, tutti, tutti»; l’“uomo di oggi” è travolto da circostanze che costituiscono attenuanti alla responsabilità personale come «l’immaturità affettiva, la forza delle abitudini contratte, lo stato di angoscia o altri fattori psichici o sociali» (AL 302). Così attenuanti da svuotare di senso concreto il comando divino. Guai al Pastore, insiste Francesco, che si sente «soddisfatto solo applicando leggi morali a coloro che vivono in situazioni “irregolari”, come se fossero pietre che si lanciano contro la vita delle persone» (AL 305), divenendo così causa dell’allontanamento delle persone e della loro disperazione. FS benedice – letteralmente – questa impostazione e la sdogana universalmente, tramite l’atto sacerdotale più semplice e più diffuso. Il quale, nonostante il ritornello rassicurante che non si cambia la dottrina – «senza tuttavia offendere la verità»! – realizza plasticamente la grande massima denunciata da Pascal: «non si pecca più, mentre prima si peccava». Precisamente perché oggi si benedice quello che prima non poteva benedire.

Perché, bisogna dirlo, nonostante il tentativo di papa Francesco di tirare dalla sua parte Pascal con la Lettera Apostolica dell’anno scorso, la critica del genio francese va dritta al cuore di questo pontificato. Il quale reinterpreta la giustificazione del peccatore in un modo tutto suo: dal “rendere giusto” il peccatore, per l’opera della grazia divina, al giustificarlo, dissolvendone l’imputabilità. Per la teologia cattolica, la grazia rende giusti perché risana profondamente, ridona il vigore per la penitenza, alimenta le virtù; per la nuova morale in atto si tratta di lasciare il peccatore nella melma, illudendolo di coprire il male reale con il bene possibile, acquietando con una bella benedizione, o addirittura con l’ammissione alla vita sacramentale, una coscienza che invece ha bisogno di essere scossa.

Il peccatore viene così “giustificato” dal cambiamento delle parole, dalla ricerca di infinite scusanti, da sofismi che non hanno altro scopo di ammorbidire una presunta rigidità della legge. Un capovolgimento netto di come la fede cristiana, radicata nell’Antica Alleanza, ha sempre inteso e vissuto la legge di Dio: un giogo che libera, un fardello che solleva, un cibo amaro che guarisce. La Regola di San Benedetto, che ha forgiato la Cristianità latina, ha espresso con profonda saggezza la dinamica della legge di Dio che guida alla salvezza: «Se (…) sarà introdotto qualcosa di un po’ più rigoroso (paululum restrictius), non lasciarti prendere subito dal timore e non allontanarti dalla via della salvezza, via che all’inizio non può che essere stretta. Se procederai (…) il tuo cuore si dilaterà, e si correrà sulla via dei comandamenti di Dio con inesprimibile dolcezza d’amore» (RB, Prologo, 47-49).

Perché quando si persevera nel supplicare il Signore di venire in nostro soccorso, perché possiamo amarlo adempiendo i suoi comandi, la grazia arriva, si introduce negli angusti pertugi del nostro cuore rattrappito e lo risana, fino a dilatarlo a dismisura. E così, realmente, «non si pecca più, mentre prima si peccava», perché l’uomo viene risanato. Sono la via veritatis e la via orationis et pœnitentiæ a condurre all’autentica via caritatis; non i posticci, mediocri e presuntuosi aggiustamenti gesuitici.

Non di queste trovate, ma dei comandi di Dio e della sua grazia l’uomo ha bisogno. Perché è solo di questi che la Rivelazione afferma: «La legge del Signore è perfetta, rinfranca l'anima (…). Gli ordini del Signore sono giusti, fanno gioire il cuore; i comandi del Signore sono limpidi, danno luce agli occhi» (Sal 19, 8-9).



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