• L'APPELLO

Vaccini ai bambini: benefici nulli, con l'incubo dei rischi

Da diversi giorni si parla dell’estensione della vaccinazione ai bambini con la Pfizer già in pole position. L'appello di varie associazioni mediche a non procedere con una campagna che non porterebbe nessun beneficio ai piccoli in età pediatrica, ma li esporrebbe al rischio di eventi avversi a lungo termine. 

La campagna vaccinale anti Covid sembra essere giuna ad uno snodo cruciale: da diversi giorni si parla dell’estensione della vaccinazione ai bambini. La Pfizer ha annunciato che sta arrivando alla conclusione - nei consueti tempi rapidissimi - di una fase sperimentale secondo la quale si potrebbe somministrare il suo vaccino anche al di sotto dell’attuale limite dei 16 anni. Secondo la multinazionale, si potrebbe addirittura cominciare al compimento dei 2 anni di vita. Con Astrazeneca fuori gioco e Johnson&Johnson avviato ormai alla sola fascia di età anziana, tutta la partita delle vaccinazioni pediatriche e degli adolescenti sarebbe appannaggio di Pfizer e della sua terapia genica a mRNA.

Ma perché vaccinare i bambini, per una malattia in cui l’età media dei deceduti è di 81 anni?  La pandemia di COVID-19 è poco diffusa tra i bambini rispetto agli adulti; si stima che sotto i 20 anni di età la suscettibilità all'infezione sia circa la metà rispetto a chi ha più di 20 anni. In Europa i casi di malattia in età pediatrica sono tra l’1 e il 5% dei casi totali di COVID-19; in Italia poco meno dell'1% dei casi positivi ha compiuto 18 anni. Nei bambini l’infezione si manifesta con un quadro clinico più favorevole rispetto all’adulto:il 4,4% è totalmente asintomatico, il 94,1% presenta quadri clinici lievi o moderati. Una riflessione attenta e approfondita da un punto di vista scientifico è venuta da varie associazioni mediche italiane, da medici e operatori sanitari impegnati in vari settori del Sistema Sanitario, nel campo della ricerca di base e universitaria, della prevenzione e della cura dei malati di COVID-19, che hanno redatto una lettera-appello per una moratoria alla vaccinazione anti Covid ai bambini.

L’appello (che si può trovare qui) fa seguito a quello di un gruppo di medici israeliani con il medesimo scopo di spiegare in dettaglio perché, ad oggi, non si debba procedere con la vaccinazione anti-COVID-19 dei bambini.

Secondo questi studiosi, gli attuali vaccini trovano significato nella protezione delle popolazioni a rischio, dove la malattia può essere grave e letale. Al contrario, la vaccinazione dei bambini non comporta sostanziali benefici diretti ai riceventi, data la bassa incidenza e le manifestazioni cliniche moderate della malattia nelle fasce pediatriche, né benefici di rilievo per la collettività, poiché i bambini non hanno un ruolo rilevante nella trasmissione del SARS-CoV-2. I vaccini in uso, inoltre, non azzerano la trasmissione dell’infezione, hanno durata indefinita ed efficacia ridotta su alcune delle varianti sinora emerse. Non è stata stabilita, ad oggi, la necessità e la frequenza di dosi di richiamo per mantenere l’immunità conferita con i vaccini (ma già si prospettano con insistenza rivaccinazioni almeno annuali), ed è sconosciuto l’effetto di una eventuale immunizzazione periodica. A fronte di benefici minimi o nulli, i firmatari dell’Appello ritengono che non sia opportuno esporre i bambini né al rischio di eventi avversi immediati, né al rischio di eventi avversi a lungo termine ancora non individuati, ma possibili.

La sorveglianza post-marketing delle vaccinazioni è iniziata da poco tempo e informazioni su eventi rari ma pericolosi si potrebbero presentare nel corso degli anni, ed evidenziarsi essenzialmente con lo sviluppo di programmi di sorveglianza attiva, ancora oggi lacunosi o completamente assenti.

I sostenitori della vaccinazione anti-Covid pediatrica, di contro a queste evidenze epidemiologiche e cliniche, ribadiscono per l’ennesima volta l’argomentazione della “immunità di gregge”. Ma ormai è chiaro che la vaccinazione da sola non può realizzare questo obiettivo.

Inoltre, è ancora da definire con precisione il ruolo di bambini e adolescenti nella diffusione dell’infezione, anche se questo non sembra importante come avviene per l’influenza stagionale.

I bambini più piccoli (in età prescolare e della scuola primaria) sembrano trasmettere il SARS-CoV-2 molto meno rispetto agli adolescenti. I bambini non sono affatto degli untori. Secondo diversi studi, le infezioni all’interno della famiglia sono decisamente infrequenti, con tassi variabili di trasmissione dai casi indice pediatrici. Un insieme di cluster familiari su scala internazionale ha evidenziato che era improbabile che i bambini potessero essere il caso indice (paziente zero) dei nuclei familiari, in quanto erano responsabili solo di circa il 10% dei cluster.

Pertanto non esiste nemmeno una pseudo giustificazione "altruistica" o “etica” nel vaccinare i bambini al fine di proteggere le popolazioni a rischio, come gli anziani, già oggetto di un’intensa campagna vaccinale.

I vaccini anti-COVID-19 sono tutt’ora oggetto di sperimentazione, hanno ricevuto autorizzazioni condizionate da parte dell’EMA perché i dati attuali su sicurezza ed efficacia sono insufficienti per approvazioni complete.

Anche solo alla luce di queste incertezze e alla peculiarità delle aspettative di vita dell’età pediatrica, il principio di precauzione ci impone di non cedere alla fretta di vaccinare i bambini finché non si avrà una conoscenza sufficiente delle implicazioni di questa vaccinazione. L’appello termina con questa inquietante suggestione: “I bambini non sono i più colpiti da questa pandemia, ma rischiano di essere le sue più grandi vittime.” L’imperativo ippocratico “primum non nocere” in questo momento storico deve essere tenuto più che mai in considerazione.