San Paolo, l’uomo che combatté la buona battaglia
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Prima ancora di diventare apostolo è un personaggio da prima pagina. Poi la svolta con la folgorante conversione e il rapimento al terzo cielo. Dante lo ricorda all'inizio del suo viaggio che solo due uomini hanno compiuto, Enea e Paolo, sentendosi indegno di entrambi.
Ebreo cresciuto a Tarso – crocevia di culture e commerci – e al tempo stesso cittadino romano, Paolo si muove con naturalezza tra il rigore della Legge ebraica e l’eloquenza del mondo greco. Artigiano, intellettuale, spirito inquieto: una personalità complessa, abituata al confronto. Prima ancora di diventare apostolo, è un personaggio da prima pagina: determinato, brillante, convinto delle proprie idee fino all’ostinazione. Per questo, agli inizi, guida la persecuzione contro i cristiani, considerati una minaccia da eliminare. La sua presenza alla lapidazione di Stefano lo colloca subito al centro della scena come antagonista feroce di un movimento destinato a cambiare il mondo.
Poi la svolta: un lampo sulla via di Damasco, una voce che lo chiama per nome, la caduta, la cecità. È Cristo che lo interpella: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». Da quell’incontro nulla resta com’era. Saulo si fa battezzare: il persecutore diventa annunciatore, il nemico si trasforma in testimone. Recuperata la vista grazie ad Anania, entra nella piccola comunità cristiana di Damasco e inizia a predicare con un fervore che sorprende tutti. A Gerusalemme incontra Pietro e gli altri apostoli: ascolta, impara, discute, affronta diffidenze e sospetti. Ma non si ferma: la sua parola conquista, divide, scuote.
Da Antiochia in poi, la sua vita diventa un viaggio continuo: Cipro, Galazia, Macedonia, Grecia, Efeso, Gerusalemme, Roma. Tre principali grandi itinerari missionari dal ritmo quasi da reportage: città, comunità, conflitti, conversioni, fughe, processi, naufragi. Paolo fonda, corregge, incoraggia, rimprovera; scrive lettere che diventeranno pilastri del cristianesimo; affronta tensioni interne e ostilità esterne; difende la libertà dei pagani convertiti dalle rigidità dei giudeo-cristiani. È un uomo sempre in movimento, che attraversa confini fino alla fine della «buona battaglia», come scrive a Timoteo: «Il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione».
Arrestato, processato, trasferito a Roma, si appella all’imperatore come cittadino romano. Qui incontra una comunità cristiana viva e complessa, continua a predicare, viene nuovamente arrestato sotto Nerone e infine condannato a morte. La tradizione vuole che il suo martirio avvenga lo stesso giorno di quello di Pietro, il 29 giugno del 67: due destini diversi, due caratteri opposti, due colonne della Chiesa unite dallo stesso amore per Cristo.
Quando vide il Paradiso
Nella Seconda Lettera ai Corinzi Paolo racconta un’esperienza decisiva: il rapimento al terzo cielo. Non sa se con il corpo o solo con l’anima, ma sa di aver udito «parole indicibili»: «Pur tuttavia verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore. Conosco un uomo in Cristo che, quattordici anni fa – se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito fino al terzo cielo. E so che quest'uomo - se con il corpo o senza corpo non lo so, lo sa Dio - fu rapito in Paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare. Di lui io mi vanterò! Di me stesso invece non mi vanterò fuorché delle mie debolezze».
È una rivelazione che Dante ricorda nel canto II dell’Inferno, quando, rimasto solo prima di partire con Virgilio, è assalito dalla paura. Si sente indegno di affrontare un viaggio che solo due uomini hanno compiuto: Enea e Paolo.
Il poeta lo dice apertamente: «Andovvi poi lo Vas d’elezïone, per recarne conforto a quella fede ch’è principio a la via di salvazione».
Dante non si ritiene all’altezza né dell’eroe troiano né dell’apostolo. La sua esitazione nasce dalla sproporzione tra la propria fragilità e la grandezza del compito. Virgilio lo richiama: la sua paura è un’ombra, non una minaccia reale. È il passaggio che permette al viaggio di cominciare.
San Paolo nel Purgatorio
Giunto nell’Eden, Dante assiste a una processione mistica dal forte valore simbolico. Sette candelabri, ventiquattro seniori, quattro animali, un carro trainato da un grifone, sette figure finali. È una visione stratificata: i candelabri sono le sette chiese dell’Apocalisse; i seniori rappresentano i libri dell’Antico Testamento; gli animali sono gli evangelisti; il carro è la Chiesa trainata da Cristo, il grifone dalla doppia natura. Le sette figure finali sono gli Atti degli Apostoli, le epistole di Paolo, le lettere di Pietro, Giacomo, Giovanni, Giuda e l’Apocalisse.
Le Lettere di Paolo emergono qui come cuore pulsante del cristianesimo nascente: testi che definiscono la fede, modellano la vita delle prime comunità, inaugurano una guida pastorale diretta e vigorosa. In esse prende forma l’idea di Chiesa come corpo vivo, animato dallo Spirito e fondato sulla grazia. La loro forza teologica continua a orientare pensiero, spiritualità e vita cristiana: uno dei pilastri più solidi della storia cristiana.
Nella prossima puntata tratteremo della presenza di san Paolo nel Paradiso.
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