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DILEMMA MORALE

Per scarcerare i sacerdoti il Vaticano scende a patti con Ortega

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In Nicaragua 12 sacerdoti sono stati scarcerati. Però sono stati immediatamente esiliati a Roma. È una buona o una cattiva notizia? È “dolce-amara”. E rischia di dare origine a un sistema di scambi al ribasso che può implicare l'arresto di altri religiosi. 

Editoriali 21_10_2023
Nicaragua, una chiesa con un poster che ritrae mons. Alvarez e il Papa

In Nicaragua 12 sacerdoti sono stati scarcerati. Però sono stati immediatamente esiliati a Roma, dove sono stati ricevuti da funzionari della Santa Sede. È una buona o una cattiva notizia? È “dolce-amara”, come l’ha definita il sacerdote nicaraguense in esilio Erick Diaz Fernandez.

La notizia è stata data giovedì 19 ottobre mattina da un comunicato ufficiale del regime di Daniel Ortega, in Nicaragua. Leader comunista redivivo, apparentemente finito nel 1990 dopo più di dieci anni di guerra civile, ma tornato vincitore alle urne nel 2006 (e da allora non ha mai più mollato il potere), Ortega sta perseguitando la Chiesa Cattolica in modo sempre più palese. Ne abbiamo parlato più volte anche su queste colonne: l’arresto dei sacerdoti, il sequestro dei beni della Chiesa e l’esilio di religiosi e religiose (come l’espulsione di 18 suore della Carità nel 2022) sono i metodi più seguiti, assieme a pressioni e intimidazioni. Simbolo della persecuzione è diventato il vescovo di Matagalpa, Rolando Alvarez, condannato a 26 anni di carcere con accuse pesantissime, fra cui quella di “tradimento”. Ha rifiutato per due volte la proposta dell’esilio in cambio della scarcerazione e si trova tuttora in isolamento in un settore sotterraneo del carcere La Modelo, detto “Infernetto”.

È questo il contesto in cui sono stati scarcerati e mandati a Roma 12 sacerdoti, sui 13 attualmente agli arresti per motivi politici. Dopo l’annuncio governativo nicaraguense è giunta, nel pomeriggio del 19 ottobre, anche la conferma del Vaticano: “Posso confermare che alla Santa Sede è stato chiesto di ospitare 12 sacerdoti nicaraguensi recentemente usciti dal carcere. La Santa Sede ha accettato”, ha detto il direttore della Sala Stampa vaticana, Matteo Bruni. Dopo l'espulsione dal Nicaragua del rappresentante vaticano, il nunzio polacco Waldemar Stanislaw Sommertag, i legami del governo di Daniel Ortega con la Santa Sede si sono ridotti al minimo. Quindi il fatto stesso che vi sia stata una trattativa, è già una notizia.

Soddisfazione viene espressa dal cardinale Leopoldo Brenes che ha detto telefonicamente a Voice of America che la liberazione dei sacerdoti “è una gioia”. Monsignor Brenes non ha però voluto fornire dettagli su Rolando Alvarez, che non figura nella lista degli scarcerati.

Quello di Brenes, tuttavia, è un parere contrastato dall’amarezza per quella che appare, a tutti gli effetti come una vittoria del regime. La ricercatrice nicaraguense Martha Patricia Molina, che documenta gli attacchi del governo Ortega contro la Chiesa Cattolica, ha commentato, sempre a Voice of America: “La dittatura (di Ortega, ndr) sta accogliendo la richiesta di Papa Francesco di aprire un canale di dialogo. La dittatura sta dimostrando che ciò che vuole è far scomparire la Chiesa Cattolica con l’esilio dei suoi membri”.

Padre Erick Diaz Fernandez, sacerdote nicaraguense in esilio negli Stati Uniti, definisce questa vicenda “una pillola amara da ingoiare” che lascia al popolo nicaraguense “un sapore dolce-amaro”. “Ci sono sempre meno sacerdoti nelle comunità del Paese”, commenta il religioso, per il quale, ora, nessuno può garantire che gli arresti e le scarcerazioni in cambio dell’esilio non continuino o non diventino addirittura più frequenti. A suo parere: “le voci che predicano il Vangelo e sono critiche verso questo governo saranno espulse tutte le volte che sarà ritenuto necessario”. Quindi, “Sono felice perché non saranno più torturati, ma provo una grande tristezza per il nostro popolo, perché sarà privato del Vangelo e della Santa Eucaristia nelle comunità in cui si trovava”.

Molto negativo anche il commento del vescovo ausiliare in esilio dell'arcidiocesi di Managua, Silvio José Báez Ortega: “I potenti del mondo temono i profeti. Vorrebbero vedere la Chiesa rinchiusa. Per questo imprigionano ed esiliano i profeti”, ha scritto sul suo account di Twitter (X).

Il punto è che il regime di Ortega stesso la considera come una sua vittoria. Nel suo comunicato si vanta, con l’esilio dei sacerdoti, di “assicurare e difendere la pace a cui le famiglie nicaraguensi tengono tanto”. “Questo accordo, raggiunto con l'intercessione delle alte autorità della Chiesa Cattolica in Nicaragua e del Vaticano, rappresenta la volontà e l'impegno permanente di trovare soluzioni”.

Secondo Luis Badilla, del blog Sismografo: “Con ogni probabilità la negoziazione è cominciata settimane fa, quando i preti arrestati erano 6-7. La dittatura ha fatto crescere in pochi giorni il numero di arresti arbitrari tra il clero fino a 13 per aumentare la quantità di preti da deportare” “Sul tredicesimo sacerdote oggi in galera non si sa molto. E’ probabile che prossimamente si aggiungano nuovi arresti. Da negoziare ancora con il Vaticano?”. La conclusione è molto amara: “Alla fine, in concreto, i fatti dimostrano che la Santa Sede - che non parla mai di liberazione, libertà, ritorno ai compiti del ministero sacerdotale, limitandosi a usare la parola «scarcerati» - ha negoziato con Ortega la deportazione di questi 12 sacerdoti”.

Tanto tempo fa, nella precedente guerra fredda, il cardinale Jozsef Mindszenty, perseguitato dal regime comunista ungherese, venne ospitato in Vaticano nel 1971, dopo otto anni di carcere e quindici di “esilio” presso l’ambasciata statunitense a Budapest. Mindszenty, come Alvarez in questi anni, rifiutava ogni mediazione fra la Santa Sede e i suoi persecutori. Infine fu concordato il suo trasferimento anche per volontà dell’amministrazione Nixon, promotrice della “distensione” con l’Urss proprio in quegli anni. Fu il precedente più simile, ma si trattò di un caso più unico che raro. La liberazione dei 12 sacerdoti nicaraguensi, invece, potrebbe dare inizio a un vero sistema di negoziati e scambi. È questo il più grande rischio che corre la diplomazia vaticana e che potrebbe nuocere anche alla Chiesa del Nicaragua, tuttora, nonostante le persecuzioni, l’istituzione più stimata e amata dalla popolazione.