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medio oriente

Tensioni USA sull'Iran, ma in Israele la guerra è routine

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Critici verso la Casa Bianca e il governo israeliano, escono di scena sia il capo dell'antiterrorismo Usa Joseph Kent, sia Carrie Prejean Boller rimossa da Trump dalla Commissione per la libertà religiosa. Uscite eclatanti che non fanno notizia a Tel Aviv, dove la vita scorre e la parvenza di normalità fa parte di un conflitto che rivela anche così il suo volto più paradossale.

Esteri 19_03_2026
Associate Press/ LaPresse

Dimissioni che pesano come un atto d’accusa. Il capo dell’antiterrorismo USA, Joseph Kent (nella foto di AP/LaPresse), sostenitore di Trump, si dimette sbattendo la porta e puntando il dito contro la Casa Bianca: la guerra in Iran si doveva evitare, perché costruita su una narrazione artefatta. Nella sua lettera, diffusa su X, Kent smonta la posizione ufficiale: nessuna minaccia imminente – e rilancia accuse esplosive: pressioni israeliane e di gruppi influenti e una macchina mediatica capace di piegare perfino la dottrina dell’“America First”. Il risultato è una situazione che evoca scenari già visti in passato: intelligence politicizzata, consenso fabbricato e una guerra venduta come necessaria. Kent parla apertamente di “menzogna”, evocando il fantasma della Guerra in Iraq come monito ignorato. Più che di dimissioni, si tratta di una denuncia proveniente dall’interno, che squarcia la narrazione ufficiale e riapre la domanda più scomoda: chi decide davvero quando l’America va in guerra?

Ma non è il solo caso. Anche Carrie Prejean Boller, cattolica, prima nominata e poi allontanata dallo stesso Trump dalla Commissione per la Libertà Religiosa della Casa Bianca, ha commentato la sua rimozione. Ha affermato di essere stata esclusa per aver continuato a esprimere critiche nei confronti delle azioni del governo israeliano e delle loro conseguenze sulle vittime civili. Ha quindi rivendicato di aver agito per motivi di coscienza.

Entrambe le notizie, in Israele, sono state accolte nella più grande indifferenza. Sulla spiaggia di Tel Aviv il sole è alto, i surfisti entrano ed escono dall’acqua. A pochi chilometri di distanza, però, la guerra continua. Missili, sirene e notizie dal fronte scandiscono una quotidianità, che per chi osserva dall’estero, può apparire quasi irreale. Nelle città israeliane lontane dalle zone di combattimento diretto, la vita spesso prosegue con una sorprendente parvenza di normalità. Ristoranti aperti, locali affollati, famiglie al mare nel fine settimana. Scene che contrastano con le immagini del conflitto che arrivano quotidianamente dai notiziari.

Questa apparente contraddizione ha radici profonde nella storia del Paese. Israele convive con conflitti e tensioni militari sin dalla sua nascita, dal 1948. Per gran parte della popolazione interrompere completamente la vita quotidiana ogni volta che si riaccende un fronte significherebbe vivere in uno stato di paralisi permanente. La scelta, quindi, è continuare a lavorare, uscire, incontrarsi, pur con la consapevolezza del rischio. I rifugi antiaerei sono presenti nella maggior parte delle abitazioni, i sistemi di allarme avvisano in tempo reale dell’arrivo di razzi.

Tuttavia, questa normalità ha un risvolto della medaglia. Le immagini di spiagge frequentate e ristoranti affollati rischiano di trasmettere all’esterno l’idea di un Paese poco toccato dalla guerra o indifferente al conflitto in corso. Una percezione che molti osservatori giudicano distorta, perché dietro la vita quotidiana che continua si nasconde una società profondamente segnata dalla paura e dalla tensione. C’è anche un altro aspetto più controverso. Vivere una vita “normale” mentre intorno infuria la guerra mette in luce un abisso tra chi è relativamente al sicuro e chi, pensando a Gaza o nelle zone di confine, affronta ogni giorno morte, distruzione ed esodi.

La quotidianità che scorre sulle coste del Mediterraneo rivela così il volto più paradossale e crudele del conflitto. La guerra si insinua con forza in ogni angolo della società, lasciando segni indelebili tra adulti, giovani e anziani, senza risparmiare nessuno. I bambini crescono tra il suono delle sirene, la corsa verso i rifugi e le esercitazioni d’emergenza. I ragazzi, costretti ad affrontare l’incubo del servizio militare obbligatorio, sono obbligati a maturare in fretta, ma convivono con un senso di inquietudine e incertezza che ne segna il futuro. Gli anziani, custodi della memoria, si trovano a rivivere i traumi di conflitti passati. In questo scenario, il conflitto attraversa e plasma ogni generazione, incidendo profondamente sul tessuto sociale e umano del Paese, lasciando ferite difficili da rimarginare.

Più volte il patriarca latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, ha richiamato l’attenzione proprio su questo aspetto umano e spesso invisibile del conflitto. «La guerra – ha detto in diverse occasioni – non distrugge solo case e città, ma soprattutto le relazioni tra le persone». Secondo il patriarca, il rischio più grande è che un’intera generazione cresca conoscendo soltanto il linguaggio della paura e dell’ostilità.

Ma non mancano le voci critiche all’interno della stessa società israeliana. Molti cittadini parlano di “stanchezza morale”, esprimendo il peso psicologico e sociale di vivere in un clima di guerra costante, e chiedono un netto cambiamento di rotta verso una soluzione politica. Anche alcune personalità pubbliche hanno espresso posizioni critiche. L’ex primo ministro, Ehud Olmert, ha più volte avvertito che una strategia esclusivamente militare rischia di prolungare il conflitto senza risolverne le cause profonde. In modo analogo, il parlamentare arabo-israeliano, Ayman Odeh, ha denunciato le conseguenze umanitarie della guerra, invitando a una soluzione basata sulla convivenza e sul riconoscimento reciproco. Queste voci, pur minoritarie, mostrano che la società è attraversata da dubbi e divisioni. Se da un lato, la maggioranza ritiene inevitabile l’uso della forza per garantire la sicurezza nazionale, dall’altro una parte dell’opinione pubblica teme gli effetti a lungo termine del conflitto, soprattutto sulle nuove generazioni.

A pesare su questo dibattito non sono soltanto le considerazioni morali e politiche, ma anche i costi concreti della guerra. Il conflitto incide profondamente sull’economia: la spesa pubblica complessiva ha superato i 600 miliardi di shekel, mentre una quota crescente è destinata alla difesa. Solo le operazioni militari hanno comportato una spesa di circa 112 miliardi di shekel (oltre 30 miliardi di euro). Inoltre, molti lavoratori vengono richiamati come riservisti, lasciando scoperti interi settori produttivi e mettendo sotto pressione le famiglie. In questo contesto, la preoccupazione per il futuro dei giovani diventa centrale. Crescere in una realtà segnata da cicli bellici significa interiorizzare l’idea che la guerra faccia parte della vita. Un’eredità invisibile, ma profonda, che rischia di influenzare le scelte, le aspettative e la visione del mondo delle nuove generazioni.

Così, a Tel Aviv, può accadere che il fragore delle onde si mescoli, improvvisamente, al suono delle sirene. E che terminato l’allarme, la città torni lentamente alla sua routine, sospesa tra normalità e guerra. Una routine che per alcuni rappresenta la normalità, per altri una contraddizione difficile da ignorare, e per le nuove generazioni lo sfondo permanente della propria vita; ma pur sempre un prezzo invisibile che va ben oltre quello che appare in superficie.



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