• IL MISTERO DI WUHAN

Origini del Covid: la Cina impedisce di vederci chiaro

L'Oms vorrebbe condurre indagini più approfondite sull'origine del Covid-19 in Cina, ma il regime di Pechino si oppone con forza. Da un lato, la Cina ritiene che il virus sia di origine naturale e nega l'ipotesi che possa essere sfuggito da un laboratorio. Dall'altro rimpalla l'accusa chiedendo ispezioni in un laboratorio negli Usa. 

Yuan Zhiming, direttore dell'unità di ricerca di Wuhan

Mentre in Italia siamo alle prese con la variante Delta, con il green pass e con i nuovi criteri per stabilire se una regione possa essere ancora bianca o tornare gialla, in Cina resta ancora una fitta nebbia di mistero sull’origine della pandemia di Covid-19. Per questo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, dopo l’ispezione condotta a Wuhan vuole mandare una seconda squadra di esperti in visita alla Repubblica Popolare per capirci qualcosa di più. Il regime comunista di Pechino ha reagito molto negativamente.

Zeng Yixin, viceministro della Sanità cinese ha dichiarato che la proposta dell’Oms indica: «mancanza di rispetto del senso comune e arroganza nei confronti della scienza». L’Oms ha chiesto di indagare di più nei laboratori in cui il nuovo virus è stato identificato per la prima volta. Benché sia sempre stata molto vicina alle tesi di Pechino (tanto da essere de-finanziata, per protesta, dall’ex presidente Usa Donald Trump), l’Organizzazione Mondiale della Sanità, per bocca del suo direttore Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha chiesto alla Cina di essere «trasparente, aperta e cooperativa» sull’indagine. Gli investigatori, nella prima visita a Wuhan hanno potuto fare ben poco che non fosse esplicitamente approvato dalle autorità. E non hanno avuto accesso ai dati dei primi pazienti della nuova e ancora misteriosa malattia.

«Noi speriamo che l’Oms stia rivedendo seriamente le considerazioni e i suggerimenti formulati dagli esperti cinesi e trattino l’indagine sull’origine del Covid-19 in modo scientifico, facendo piazza pulita delle interferenze politiche», ha dichiarato Zeng. Anche gli Usa hanno contestato l’atteggiamento di chiusura della Cina. La segretaria stampa del presidente, Jen Psaki, ha definito la risposta di Pechino all’Oms come “irresponsabile” e “pericolosa”, se non altro perché, impedendo gli studi sull’origine della pandemia, ostacola anche il lavoro per prevenirne un’altra in futuro. «Si tratta di salvare vite in futuro e non è questo il momento di erigere muri», ha dichiarato la Psaki in conferenza stampa.

La versione ufficiale cinese è quella del virus di origine naturale, avallata anche dall’Oms sin dai primi mesi del 2020. Il virus sarebbe passato dal pipistrello ad un animale intermedio e da quest’ultimo all’uomo, probabilmente nel mercato di Wuhan. Tuttavia, in un anno e mezzo di ricerche, non è mai stato stabilito con certezza che il nuovo coronavirus sia originato da un pipistrello e soprattutto non si è ancora scoperto quale sia l’animale intermedio che ha permesso il salto di specie. Più tempo passa senza fare queste indispensabili scoperte, più si avvalora la tesi che il virus sia fuggito da un laboratorio dell’Istituto di Virologia di Wuhan, uno dei più importanti di tutta la Cina. Anche perché nei suoi laboratori vengono studiati i coronavirus.

A metà giugno era stato diffuso da Sky News Australia un video in cui si vedevano pipistrelli vivi custoditi in uno dei laboratori dell’Istituto di Virologia di Wuhan. Benché non sia una “pistola fumante”, almeno quel video serve a smentire sia Pechino che l’Oms stessa. «Nessun pipistrello è stato inviato al laboratorio di Wuhan per l'analisi genetica dei virus raccolti sul campo: raccogliamo campioni di pipistrelli, li inviamo al laboratorio. Rilasciamo i pipistrelli dove li catturiamo!», aveva scritto Peter Daszak zoologo e membro della missione dell’Oms. Lo stesso Daszak, a capo della EcoHealth Alliance, ha preso parte alle ricerche sul coronavirus in Cina. I suoi ringraziamenti ad Anthony Fauci, nelle email dell’attuale consigliere dell’amministrazione Biden, fanno anche temere che vi sia stato anche un finanziamento pubblico statunitense.

Il direttore dell’unità di ricerca di Wuhan, Yuan Zhiming, nega che i suoi ricercatori si siano contagiati. Secondo fonti dell’intelligence statunitense, citate dai maggiori quotidiani, tre impiegati dell’Istituto si sarebbero infatti ammalati nel novembre del 2019, con sintomi compatibili con quelli del Covid-19.

Il ministero degli Esteri cinese, intanto, sta rimpallando le accuse, chiedendo un’indagine internazionale su un laboratorio americano, quello di Fort Detrick, in cui si svolgono ricerca biologiche per conto dell’esercito. Secondo una tesi non del tutto ufficiale, ma continuamente ripetuta dai vertici del Partito Comunista, il virus sarebbe partito dagli Usa, a volte dicono anche dall’Italia, ma non dalla Cina. Sarebbe dunque di importazione, giunto a Wuhan, città che per prima ha subito l’epidemia, o attraverso gli atleti dei Giochi Militari del 2019, o attraverso cibo surgelato. Secondo il governo americano, queste ipotesi sono tecnicamente impossibili. E non si capirebbe perché, in effetti, la pandemia sia scoppiata a Wuhan, in Cina, molto prima che nei suoi presunti Paesi di origine.

Quando un regime comunista non permette ispezioni nel proprio territorio e al tempo stesso ritorce l’accusa ai suoi principali nemici politici, qualche sospetto in più può anche venire.

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