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L'imam chiama alle urne, il fronte del no si estende all'islam

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Musulmani compatti per bocciare la riforma della giustizia: l'appello viene dall'ormai noto Roberto Hamza Piccardo, passato dalla militanza politica (a sinistra) a quella religiosa. Gli fa eco a Torino il predicatore Brahim Baya. Il voto del 22-23 marzo diventa l'occasione per testare il "peso" politico della mezzaluna in Italia.

Politica 10_03_2026
Cuccuru Imagoeconomica

In vista del referendum di marzo per confermare o meno la riforma della giustizia, il fronte del “no” dilata i propri confini e vede emergere, con una forza dirompente, il peso specifico della componente islamica. A una manciata di giorni dall’apertura delle urne, giunge infatti una chiamata a raccolta che punta a mobilitare gli oltre due milioni di musulmani regolarmente residenti nel Belpaese. A lanciare l’appello alla compattezza per il “no” è Roberto Hamza Piccardo, figura apicale dell’islam italiano e uomo capace di spostare equilibri non trascurabili.

La Francia, con le sue piazze infiammate, ci ha offerto negli ultimi anni un’inquietante anticipazione di ciò che accade quando la politica abdica al confronto istituzionale per farsi terreno di collisione tra identità islamista, risentimenti e battaglie simboliche. Ma soprattutto il peso che può avere l’alleanza tra sinistra e islam. Oggi, l’Italia sembra scivolare verso lo stesso crinale. Ed è così che il dibattito sulla riforma della giustizia — sulla carta una questione tecnica e costituzionalmente complessa — sta mutando pelle, assumendo i contorni di uno scontro totale dove ideologia, pulsioni emotive e persino derive pseudo-religiose si intrecciano in un groviglio sempre meno dissimulato. In questo scenario, la chiamata alle urne da parte di Piccardo non è affatto un elemento trascurabile.

Per comprenderne la portata, occorre innanzitutto tracciarne il profilo del protagonista. Nato a Imperia nel 1952, ligure di scoglio, s’è convertito alla fede di Allah nel 1975 dopo una gioventù trascorsa nell’estrema sinistra. Per anni il volto pubblico dell’UCOII (Unione delle Comunità Islamiche d’Italia), è stato l’uomo che ha istituzionalizzato il dialogo — o, a seconda dei punti di vista, il conflitto — tra lo Stato italiano e la galassia musulmana. Già nel 1990 collabora attivamente con l’UCOII, venendo eletto membro, e in seguito segretario nazionale e portavoce, della direzione nazionale. In quegli anni, ha promosso l’apertura della moschea di Imperia, di cui è stato imam, e, nel periodo successivo fino al 1998, quelle di Albenga, Sanremo, Savona e Cengio.
Nel 1993, ha fondato la casa editrice “Al Hikma”, dedicata a testi specialistici e divulgativi, e diretto il mensile Il Musulmano fino al 1994. Al termine di quell’anno, dopo un quinquennio di lavoro, ha pubblicato la prima edizione del Saggio di Traduzione Interpretativa del Santo Corano inimitabile, una traduzione integrale e commentata destinata al pubblico italofono. Un’opera che segna uno spartiacque: viene scelta dall’Arabia Saudita come interpretazione di riferimento in lingua italiana, diventando ufficialmente la traduzione d’elezione.

La sua ascesa prosegue nel 2005, quando viene eletto portavoce dell’European Muslim Network a Bruxelles, organismo presieduto da Tariq Ramadan. Nel 2007, decide di rinunciare alle cariche organizzative per dedicarsi interamente all’attività editoriale e alla scrittura e passa il testimone ai figli. Il potere mediatico della famiglia Piccardo è ramificato: si estende al portale La Luce, diretto dal figlio Davide, già coordinatore del CAIM (Coordinamento delle Associazioni Islamiche di Milano, Monza e Brianza) e per anni collaboratore dell’Huffington Post Italia, mentre l’altro figlio, Gabriele, siede nel consiglio dell’UCOII. 

Sono voci che risuonano con forza: Piccardo parla a un target preciso, una Umma di milioni di persone che non restano indifferenti ai suoi proclami. Ed ecco che con il video diffuso in rete pochi giorni fa, ha dato di nuovo prova di essere un ideologo che padroneggia con maestria i codici della comunicazione occidentale. «La maggior parte di noi già sa cos’è il referendum», esordisce con un certo pragmatismo, sottolineando come l’assenza di un quorum renda la consultazione confermativa un passaggio cruciale per respingere una riforma voluta dalla maggioranza che, a suo dire, «stravolge il potere giudiziario». Secondo Piccardo, «finora l’equilibrio tra i tre poteri ha garantito la democrazia in Italia», aggiungendo che, «pur non essendo il sistema migliore in assoluto, è quello che ci ha tutelato finora».
Da qui scaturisce l’invito alle urne, che suona come una chiamata alle armi politiche: «Ci conviene mantenere l’ordinamento così com’è, è nostro interesse conservarlo. Ora l’esecutivo punta chiaramente a soggiogare la magistratura. È dunque vitale che tutti noi musulmani votiamo "no" in maniera chiara e netta», per concludere poi con un saluto in arabo.

Così, oltre a improvvisarsi docente di diritto costituzionale per i fedeli, Piccardo mette in chiaro due punti fondamentali: il primo è che alla comunità islamica convenga l'assenza della separazione delle carriere (sarebbe illuminante capire il perché di tale convinzione); il secondo è la narrazione di una presunta sottomissione dei giudici al governo. Si tratta della stessa tesi cavalcata dal fronte del “no” in aperta opposizione all’esecutivo, nonostante l’assenza di riscontri oggettivi con la realtà dei fatti.

Il convertito di Imperia, che ha sostituito la militanza politica giovanile con quella religiosa, e ha saputo distribuire 250.000 copie della sua traduzione del Corano, oggi, non si rivolge ai cittadini come singoli individui, ma esorta la comunità a muoversi come un blocco monolitico per dimostrare il proprio peso politico. L’obiettivo è usare il numero per imporre una direzione: adesso il terreno è il referendum, domani le prospettive potrebbero essere ben più ampie.

Accanto a Piccardo, il fronte islamico del “no” al referendum aveva già trovato un altro polo nevralgico a Torino con il predicatore Brahim Baya. In un video pubblicato sui social, già a gennaio, l’imam aveva trasformato la consultazione in una trincea politica, accusando il governo Meloni di cavalcare l’islamofobia per giustificare un accentramento dei poteri: «È sempre più chiaro che l’islamofobia verrà usata come leva politica per giustificare una riforma che indebolisce l’indipendenza dei giudici e concentra il potere nelle mani del governo».
Baya, già noto per i suoi sermoni anti-Israele, è legato ad un altro imam torinese, Mohamed Shahin, di cui è stata chiesta l’espulsione dall’Italia per motivi di sicurezza nazionale, e a Mohammad Hannoun, arrestato con l’accusa di aver finanziato Hamas, è in piena sintonia con Piccardo, e sostiene sia in atto una «persecuzione politica» che si serve del referendum per ridurre l’autonomia della magistratura.

Colpisce, tuttavia, che a gridare all’islamofobia sia chi ha utilizzato toni d’odio contro Israele, arrivando a inneggiare al jihad durante l’occupazione del Politecnico di Torino nel 2024, definendo la sofferenza palestinese una lotta di liberazione contro i «sionisti che hanno calpestato terra benedetta». Per Baya, «il 22 e 23 marzo i musulmani voteranno un “no” secco per mandare a casa questo governo razzista, autoritario, guerrafondaio, complice del genocidio. Free Palestine». Un’offensiva che ha incluso anche insulti alla Lega di Salvini e alle europarlamentari Sardone e Ceccardi, accusate di «trasformare il Ramadan in un’emergenza di ordine pubblico».

Il dado è tratto: il referendum sulla giustizia è il nuovo palcoscenico di una battaglia che l’islam organizzato sta lanciando per destabilizzare il governo, “pesare” politicamente il nascente partito islamico nazionale e difendere i propri interessi di parte.



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