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Mostra Carpi e Amica chips: la differenza la fa il vescovo

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I casi blasfemi di Amica chips e mostra Gratia plena hanno molti elementi in comune. Ma una differenza sostanziale: il ruolo giocato dal vescovo di Carpi che ha influenzato media e istituzioni. 

Editoriali 13_04_2024

Differenze e analogie tra il caso Amica chips e quello della mostra blasfema di Carpi. La prima grande differenza è che lo spot che ritraeva una blasfema parodia dell’Eucarestia per invogliare a comprare le patatine è stato fermato dal Comitato di controllo dell'Istituto di autodisciplina pubblicitaria (IAP) e ora è stata cancellata la sua programmazione sulle tv nazionali; la mostra Gratia Plena del pittore Andrea Saltini, invece, non è stata sospesa neppure dopo la denuncia presentata da alcuni fedeli indignati per le immagini esposte che ritraggono Gesù Cristo, la Maddalena e la Madonna in contesti a dir poco sacrileghi.

Eppure, le analogie tra i due casi sono evidenti.

Entrambi hanno guadagnato la notorietà mediatica grazie alle proteste via social dei fedeli. Nulla di organizzato né premeditato, una spontanea manifestazione social a cui poi si sono uniti anche tentativi concreti e pubblici di riparare l’offesa, con preghiere nel caso di Carpi e rimostranze legali (vedi l’azione di Simone Pillon) nel caso di Amica chips.

In entrambi, poi, c’è un interesse particolare che utilizza il divino, il sacro, come pretesto per comunicare: uno con un linguaggio commerciale finalizzato a vendere, l’altro è un linguaggio artistico che non si sa bene a che cosa sia finalizzato, dato che i curatori hanno spiegato in tutte le salse che non si tratta di arte sacra, ma arte contemporanea a soggetto religioso, definizione quanto mai astrusa e nebulosa per dire tutto e il contrario di tutto, ma comunque finalizzata ad un interesse: vendere le opere e fare discutere.

In tutte e due le iniziative c’è un disperato tentativo di giustificare oltre ogni evidenza una lettura arbitraria di ciò che, ontologicamente, sono l’Eucarestia e la Crocifissione: Saltini ripete di non voler offendere, ma rivendica il suo diritto alla libertà di espressione che lo porta anche a stravolgere di significato e iconografia le verità della fede cristiana; mentre i vertici della diocesi modenese, pur confermando la mostra, ammettono imprudenze e equivocità di lettura; i creatori dello spot Amica chips, hanno ribadito nel loro comunicato di non aver voluto offendere la fede: «Non era – e non è – nostra intenzione, come contestato dallo IAP, offendere le convinzioni morali, civili e religiose» per poi ammettere che «effettivamente è stato fonte di dissacrazione, utilizzando proprio il cuore identificativo più profondo del cattolicesimo». Insomma: in tutti e due i casi l’intento provocatorio è adombrato come possibilità o come ricaduta, in ogni caso viene comunque ammesso, ma giustificato.

Sempre per tutti e due i casi lo stesso intento provocatorio è scusato dalla buona fede, dalle buone intenzioni, diciamo. «Chi? Noi blasfemi?», sembrano dire tanto la diocesi di Carpi quanti i creatori di Amica chips -. «Ma no, dovete guardare con occhi limpidi», oppure «sappiate che non abbiamo mai voluto irridere il profondo senso dell’Eucarestia, il messaggio dello spot è di purezza», ha detto il creativo della pubblicità.

In entrambi i casi, poi, sono stati i fedeli a sollevare critiche e a dire di essersi sentiti feriti nei loro sentimenti, cosa che poi l’autorità nel caso di Amica chips ha provveduto a riconoscere mentre nel caso di Carpi, invece, non ha prodotto nulla di concreto.

Ecco, dunque, la grande differenza che segna i due episodi di cronaca: in uno abbiamo avuto una sospensione dettata da un intervento diciamo “laico” come appunto è lo IAP, a Carpi invece stiamo assistendo ad una vera e propria resistenza della Diocesi che, nonostante il caso creatosi, resiste arroccata nel difendere la mostra con tentativi ormai al limite del ridicolo.

Solo che nel caso Amica chips abbiamo avuto una retromarcia, nel caso di Carpi invece abbiamo avuto in più la stigmatizzazione dei fedeli che ancora oggi vengono definiti dai giornali «ultracattolici» e «violenti», le loro preghiere «aggressive» e non solo perché uno sconosciuto ad un certo punto ha preso un coltello e ha tagliato la tela e aggredito il pittore, dato che questo sminuire la protesta da parte dei media e delle istituzioni avveniva anche prima dell’aggressione.

C’è una cosa che a Carpi è successa e non è successa nel caso di Amica Chips: il coinvolgimento dell’autorità ecclesiastica. É bastato che il vescovo o chi per lui dicessero che l’intento della mostra non fosse blasfemo per anestetizzare tutti, ricacciare il sospetto nel cassetto delle polemiche da ultracattolici di serie B.

La ferma intenzione del vescovo Erio Castellucci di non cedere un solo millimetro di terreno di fronte alle critiche, si è riflessa ovviamente anche su Avvenire che ha ricoperto la mostra di lodi sperticate e proseguito nella caccia all'"ultracattolico". Più per ordini di scuderia visto che Castellucci è il numero due della Cei, che per convizione. Infatti, quando è scoppiato il caso Amica chips, il quotidiano dei vescovi, pur non spingendo troppo l'acceleratore, si è schierato senza esitazioni dalla parte dei fedeli feriti. Una distonia questa che porta il peso esercitato dall'autorità ecclesiastica secondo un clericalismo ormai consueto. 

Il peso dell’autorità ecclesiastica, committente della mostra e dunque coinvolta direttamente, ha esercitato un deterrente formidabile per i giornali e l’autorità inquirente. Eppure, il cosiddetto popolo che protestava era lo stesso che ha reagito per Amica chips. Ma i giornali si sono accontentati di accettare il fatto che se per la Diocesi quei quadri non sono blasfemi, allora la blasfemia non c’è, con buona pace dei fedeli, del popolo e del sentimento religioso effettivamente ferito.

Il fatto è che non è la Diocesi che decide che cosa sia blasfemo o no, diversamente nel caso di Amica chips non sarebbe successo nulla dato che nessun vescovo si è mosso pubblicamente contro lo spot. Non è l’autorità ecclesiale che asserisce l’effettivo ferimento del sentimento popolare, il quale è riconosciuto dal legislatore come autonomo dall’autorità ecclesiale. Così come non serve il vescovo per dire che una cosa è blasfema. Basta il popolo, bastano i fedeli organizzati, basta quello che viene definito comunemente il sensus fidei popolare, che, piaccia o no, esiste ancora e ha una sua legittimità che il legislatore riconosce.

Non riconoscendo che a Carpi, qualcosa nel sensus fidei si è rotto e anzi, addossando tutta la colpa ai fedeli, il vescovo si è messo così da ostacolo all’effettiva affermazione dei diritti dei fedeli, riducendo la portata dalla loro protesta e adombrando la sincerità di una manifestazione genuina l’ha trasformata in un atto eversivo.



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