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Lazio e Lombardia: la posta in gioco è il ruolo delle regioni

I pronostici sulle prossime elezioni sono piuttosto chiari, assegnando al centrodestra la vittoria in entrambe le regioni coinvolte. Ma è necessaria qualche osservazione – anche alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa – riguardo all'azione svolta dai governatori durante il "biennio Covid" e ai criteri (funzionali e valoriali) da cui la politica deve partire.

- PD FRA ACCUSE DI BROGLI E FINTE TESSERE di Ruben Razzante

Politica 08_02_2023

Domenica 12 e lunedì 13 febbraio si voterà in Lombardia e Lazio. L’avvenimento è stato abbastanza trascurato dalla stampa. Forse perché sepolto sotto notizie molto più importanti e anche drammatiche, forse perché gli interessi elettoralistici dei media si sono esauriti con le politiche di cento giorni fa, forse perché sulla questione delle regioni nessuno dei protagonisti politici ci fa propriamente una gran bella figura e tutti hanno poco da vantare.

Stando ai pronostici più accreditati i giochi sembrano piuttosto chiari. In Lazio i sondaggi parlano di una vittoria del candidato del centrodestra e di una crescita di Fratelli d’Italia che potrebbe raggiungere il 30 per cento, sia per il successo di immagine che sta avendo Giorgia Meloni sia per il grande deficit di bilancio accumulatosi durante le amministrazioni di sinistra, soprattutto nel periodo Zingaretti. In Lombardia il centrosinistra si presenta diviso, come già accaduto alle politiche, e il candidato più rassicurante per l’elettorato moderato lombardo, Letizia Moratti, ha fatto un salto poco comprensibile verso il partito di Calenda e Renzi. L’unità dei partiti di centrodestra, la disunione degli avversari, lo stato confusionale del Partito Democratico dopo le dimissioni di Letta, l’avvio recente di un progetto di “automomia differenziata” per le regioni presentato dal ministro leghista Calderoli, l’onda lunga del clima creatosi con le politiche… fanno ritenere che si avranno presidenti e giunte di centrodestra in entrambe le regioni.

Detto questo, però, altre osservazioni si possono e si devono fare. Durante il biennio Covid le presidenze delle due regioni interessante dal voto – ma pensiamo anche al Veneto di Zaia o al Friuli Venezia Giulia di Fedriga – si sono allineate alle disposizioni del ministro Speranza su una questione non solo sanitaria ma etica e politica di primo piano. Il lombardo Fontana è stato meno pedissequo nell’obbedire, ma non al punto da fare la differenza. Ciò significa che le regioni non sempre hanno la forza e la volontà di caratterizzarsi per delle politiche giuste anche se contrarie a quelle dei governi nazionali. Certamente i vincoli di legge ci sono e la loro discrezionalità non è assoluta, ma da qui ad essere più realisti del re ce ne passa. Sta di fatto che nel frangente Covid le regioni non hanno dato bella prova di sé comprese le due giunte romana e milanese.

Capita però anche il contrario, con i governatori che pretendono di influenzare gli equilibri della politica nazionale. Il presidente lombardo Fontana, quello veneto Zaia e il triestino Fedriga hanno fatto pressione sul proprio partito – la Lega – affinché entrasse nel governo Draghi e in seguito vi rimanesse nonostante i molti motivi di contrasto tra palazzo Chigi e i principi direttivi della Lega. Sembrava fossero diventati loro i segretari del partito. Anche a seguito della sua permanenza nel governo Draghi, la Lega subì poi una significativa flessione alle ultime elezioni politiche e di ciò i governatori del Nord incolparono Salvini, ma erano stati loro, per non deludere gli industriali padani come suggerito da Giorgetti, a provocare il calo di voti.

Questo dice che il ruolo delle regioni non è ancora politicamente chiaro. La riforma delle regioni seguita alla modifica del capo V della Costituzione non ha prodotto una autonomia veramente sussidiaria: ora le regioni si intendono come esecutive delle direttive nazionali e ora ambiscono invece a condizionare gli equilibri nell’esecutivo. La gestione della regione richiede che venga utilizzata la capacità legislativa da essa goduta, pur nei suoi limiti attuali, per realizzare una vera sussidiarietà. Questo concetto si oppone a che la regione sia il cavalier servente del governo centrale, secondo una falsa sussidiarietà verticale, come si oppone a che essa sia un nuovo piccolo Stato che pianifica dal centro del capoluogo regionale come se fosse Roma. La regione deve pretendere sussidiarietà dallo Stato, ossia dall’alto, e deve creare a sua volta sussidiarietà al proprio interno, ossia verso il basso.

Con quale criterio? Certamente anche con un criterio funzionale, connesso con la vicinanza al bisogno, ma soprattutto con un criterio valoriale. In ogni regione ci sono delle realtà di ordine naturale, da cui la politica deve partire. La famiglia (quella vera) è la prima di queste società naturali. Essa ha delle finalità che la politica regionale non deve assumere su di sé, piuttosto deve aiutare la famiglia ad affrontarle con il proprio protagonismo, magari associandosi. I giovani dovrebbero essere aiutati a potersi sposare, le famiglie ad acquisire una almeno piccola proprietà, i genitori dovrebbero poter dare vita a scuole libere per i loro figli anche nella forma delle scuole parentali, le imprese familiari dovrebbero avere un trattamento speciale non di assistenza ma di aiuto a fare da sé senza essere sacrificate davanti alle grandi concentrazioni, le comunità locali e i singoli territori dovrebbero mantenere e sviluppare la propria identità culturale e storica, i tanti campanili della storia e della società italiana dovrebbero essere valorizzati.

Si parla tanto di diversità e poi l’atteggiamento è quello dell’appiattimento. Anche davanti ad un appuntamento come quello delle elezioni regionali, la Dottrina sociale della Chiesa fornisce tanti validi criteri di giudizio.