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MEDIO ORIENTE

Una Costituzione palestinese che rischia di rimanere lettera morta

La  bozza della "Costituzione Temporanea dello Stato di Palestina" è il tentativo sinora più concreto di dare una legge a uno Stato palestinese. Ma fra la Cisgiordania occupata e Gaza commissariata da Trump, può restare lettera morta.

Esteri 03_03_2026
Mahmoud Abbas (AP)

In Palestina le parole si fanno proposta tangibile, concreta. Una bozza della "Costituzione Temporanea dello Stato di Palestina" è arrivata sulla scrivania del presidente Mahmoud Abbas, depositata da una commissione di giuristi guidata da Muhammad al-Hajj Qasim. Si snoda in centotrenta articoli, non solo come carta dei diritti, ma come manifesto politico di sopravvivenza. Un testo che si propone di traghettare il popolo palestinese dalla guerra infinita verso la struttura formale di una democrazia sovrana. Un ponte tra un presente senza speranze e una libertà possibile, come lo definisce Abu Mazen, presidente dell’Autorità Palestinese, volto a garantire pluralismo, libertà di stampa e una reale rappresentanza per giovani e donne.

L’entusiasmo, però, si scontra con la realtà: tra l’espansione-occupazione degli insediamenti in Cisgiordania e il controverso Piano di pace per Gaza (Gaza Peace Plan) dell’amministrazione di Donald Trump. La bozza della Costituzione pare muoversi su un terreno geopoliticamente minato. Il piano di ricostruzione per Gaza, supervisionato dal Consiglio della Pace (Board of Peace), obbliga la Striscia ad una smilitarizzazione totale in cambio di finanziamenti globali, la sovranità promessa dal nuovo Statuto s’infrange contro il potere di una Commissione Transitoria di tecnocrati sotto il controllo esterno. «Il pericolo oggi non è solo la guerra, ma l’inganno di chiamare ‘pace’ questa sottomissione», denuncia lo scrittore e politico Jamal Zakout. Il rischio, secondo molti osservatori, è quello di veder nascere uno Stato come feudo economico, privo di autonomia politica.

Nel frattempo, la riclassificazione accelerata di vaste aree della Cisgiordania come "terre statali" da parte di Israele trasforma la continuità territoriale palestinese in un miraggio. Il Governo israeliano, guidato da Benjamin Netanyahu, respinge con forza il nuovo attivismo costituzionale di Ramallah, bollando lo Statuto come una «provocazione unilaterale», ignorando le esigenze di sicurezza israeliane.

Ma la riforma segna una svolta: il passaggio dall’Autorità Nazionale Palestinese a uno Stato di Palestina più strutturato, riconoscibile anche a livello internazionale. Centrale è la separazione dei poteri: la bozza rafforza il Parlamento, riequilibra i rapporti con la Presidenza e introduce controlli più stringenti, per evitare derive autoritarie e garantire un governo trasparente e responsabile.

Il diritto al ritorno dei profughi palestinesi viene riaffermato come inalienabile, nodo politico che resta irrisolto nei negoziati con Israele. La Costituzione pone le basi per le elezioni del Consiglio Nazionale Palestinese, previste entro fine 2026, un appuntamento atteso da vent’anni e presentato come tentativo di restituire legittimità all’attuale leadership palestinese.

Tra i pilastri della bozza c’è l’impegno a tutelare il carattere multireligioso di Gerusalemme Est e Betlemme, garantendo la preservazione e l’accesso universale ai siti sacri. Oltre alla difesa fisica dei luoghi, vi è una promessa di rispetto e valorizzazione della pluralità religiosa. Per assicurare una voce istituzionale ai cristiani e sottrarli alla marginalizzazione, la bozza mantiene quote specifiche nel Consiglio Legislativo: un meccanismo di equilibrio che promuove una rappresentanza equa e inclusiva, nel rispetto della dignità di ogni gruppo. Si rafforza, inoltre, l’autonomia dei tribunali ecclesiastici, garantendo alle comunità cristiane la possibilità di regolare le questioni familiari secondo le proprie tradizioni, senza l’imposizione di norme religiose islamiche. Un principio che tutela la libertà religiosa e la diversità, valorizzando le specificità culturali e giuridiche presenti nella società.

Se sulla carta il ruolo dei cristiani appare tutelato, la realtà quotidiana è più complessa. L'occupazione israeliana persistente, la frammentazione del territorio in enclave e la crisi economica spingono i giovani cristiani all'emigrazione verso le Americhe o l'Europa. Il nuovo Statuto punta a frenare questa emorragia offrendo «garanzie di cittadinanza attiva»; la politica, però, deve fare i conti con l'ascesa di movimenti radicali che guardano con sospetto al pluralismo e ai principi democratici.

Il Vaticano, attraverso il nuovo nunzio apostolico l’arcivescovo Giorgio Lingua, osserva con estrema attenzione. La posizione della Santa Sede è chiara: non c'è Stato di Palestina senza una comunità cristiana vibrante e protetta, non da "favori" politici, ma da diritti costituzionali certi.

Il nuovo Statuto si presenta come il documento più moderno e democratico mai prodotto nel mondo arabo, ma rischia di restare esercizio di stile senza un reale disimpegno dell’occupazione e una riconciliazione interna tra le diverse fazioni palestinesi. La sfida della sovranità si giocherà non solo nei tribunali internazionali, ma anche nella capacità di rendere questa Costituzione legge vissuta in una Gaza che cerca di rinascere e una Cisgiordania che vede i suoi confini restringersi.

«La nostra terra non è solo suolo, è memoria, dignità e futuro. Rimanere qui significa resistere, sperare e costruire insieme», ricorda Hanan Ashrawi, componente del Consiglio legislativo palestinese. La bozza che circola a Ramallah segna il passo di una volontà condivisa di superare le divisioni e di preparare il terreno per una società più giusta e aperta, dove il dialogo interreligioso diventi realtà concreta e la resilienza palestinese continui a nutrirsi di memoria e speranza. Nel frattempo, i coloni israeliani hanno iniziato a recintare terreni di proprietà palestinese, situati a Ein al-Hilweh, nella parte settentrionale della Valle del Giordano.

Washington, dal canto suo, non alza la voce. Eppure Donald Trump ha più volte ribadito la propria contrarietà all’annessione israeliana della Cisgiordania. È qui che si profila quella che può essere definita una “tempesta perfetta”: la guerra a Gaza, un governo israeliano spostato su posizioni di estrema destra e il ritorno di Trump alla Casa Bianca. L’annessione della Cisgiordania non viene proclamata, ma procede lenta ed inesorabile. Nessuna ammissione formale, nessuna firma ufficiale: solo una sequenza di atti amministrativi e scelte politiche che, passo dopo passo, ne consolidano la sostanza. Una strategia che offre copertura politica su più fronti. Da un lato consente al presidente americano e al premier Benjamin Netanyahu di negare che loro abbiano dato l’approvazione, dall’altro permette ai coloni e ai loro rappresentanti alla Knesset di respingere le accuse di violare il diritto internazionale.

Di fatto, la Cisgiordania sarebbe stata sacrificata sull’altare di un’intesa più ampia, funzionale ai progetti faraonici e immobiliari per la Striscia. Il processo avanza attraverso regolamenti, delibere, ridefinizioni territoriali. Un cambiamento silenzioso, ma visibile, che si consuma sotto gli occhi e un silenzio assordante della comunità internazionale.