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IL CASO

Il suicidio assistito di Anna, una prima volta che disonora l’Italia

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Dopo l’ordine del Tribunale di Trieste, su ricorso dell’Associazione Luca Coscioni, il 28 novembre è morta “Anna”, affetta da sclerosi multipla: è il primo caso di suicidio assistito a carico direttamente del Servizio sanitario nazionale. Avanza la mortifera strategia radicale, riassumibile in sei mosse.

Vita e bioetica 13_12_2023

Anna, nome di fantasia, aveva 55 anni ed era affetta da sclerosi multipla secondariamente progressiva. Con il supporto dell’immancabile Associazione Luca Coscioni nel novembre del 2022 aveva chiesto all’Azienda sanitaria universitaria Giuliano Isontina (ASUGI) di accedere al suicidio assistito, dato che riteneva che il suo caso soddisfacesse i requisiti previsti dalla Corte Costituzionale nella sentenza 242/2019 (qui un approfondimento). Vista la resistenza dell’ASUGI, Anna e il solito pool di avvocati dei radicali hanno fatto ricorso al Tribunale di Trieste, il quale – non avevamo dubbi – ha ordinato all’ASUGI di avviare l’iter per far accedere Anna al suicidio medicalmente assistito. Anna è morta lo scorso 28 novembre.

Un comunicato dell’Associazione Luca Coscioni così commenta la vicenda: «“Anna” è la prima italiana ad aver completato la procedura prevista dalla Consulta con la sentenza “Cappato\Antoniani”, con l’assistenza diretta del Servizio sanitario nazionale (SSN), […]: infatti il farmaco letale e la strumentazione sono stati forniti dal SSN e un medico individuato dall’azienda sanitaria, su base volontaria, ha provveduto a supportare l’azione richiesta».

Poi il comunicato appunta un particolare importante: «“Anna” è la prima persona malata che ha visto riconoscere, da parte dei medici incaricati di effettuare le verifiche sulle condizioni, che l’assistenza continua alla persona è assistenza vitale, così anche la dipendenza meccanica non esclusiva garantita attraverso l’impiego di supporto ventilatorio (CPAP) nelle ore di sonno notturno». Uno dei requisiti necessari per accedere al suicidio assistito, indicati dalla Consulta, è il seguente: la persona deve essere «tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale». Come avevamo già sottolineato più volte, questo requisito ha le maglie larghe, larghissime. Possono essere qualificati come trattamenti di sostegno vitale non solo l’idratazione e la nutrizione assistita, ma, per ipotesi, anche la chemioterapia, la dialisi, il pacemaker, gli antibiotici (pensiamo ai grandi ustionati). Anche la continua assistenza ad un disabile grave come un malato di sclerosi multipla può rientrare ragionevolmente nel requisito fissato dalla Consulta. Idem se ci riferiamo all’assistenza ventilatoria tramite casco CPAP (acronimo di Continuous positive airway pressure, “Pressione positiva continua nelle vie aeree”), seppur non continua. A ben vedere anche coloro che non sono malati di alcunché sono tenuti in vita almeno dal cibo, dalle bevande, dal riposo. I mezzi di sostentamento vitale sono quindi una categoria concettuale amplissima.

L’Associazione Luca Coscioni poi tiene a comunicarci i record eutanasici da essa ottenuti: Anna è la quinta persona in Italia ad aver avuto il via libera per il suicidio assistito e seguita dall’associazione stessa, associazione che si sta facendo promotrice in tutta Italia della campagna regionale Liberi subito affinché le regioni varino normative che applichino le disposizioni della Consulta, rendendo così l’iter di morte più agevole e diffuso.

Il comunicato, inoltre, ci informa che «otto persone su dieci (82%) [che vivono nel Nord Est] si dichiarano d’accordo con l’idea che “quando una persona ha una malattia incurabile, e vive con gravi sofferenze fisiche, è giusto che i medici possano aiutarla a morire se il paziente lo richiede”» (fonte Osservatorio Nord Est/Demos). Un trend in crescita: erano il 56% nel 2002. Su tutto il territorio nazionale i favorevoli all’eutanasia sono il 74% «che arrivano all’82,8% tra i giovani e al 79,2% tra i laureati» (fonte Censis, La società italiana al 2023, p. 17).

Ecco dunque come si porta avanti una battaglia culturale. Primo strumento: l’autodenuncia. Tutti ricorderanno che Cappato nel 2017 si era autodenunciato per aver portato a morire DJ Fabo in Svizzera. Più di recente, sempre Cappato insieme ad altre due persone, che avevano collaborato a far accedere al suicidio assistito l’attrice Sibilla Barbieri, si è nuovamente autodenunciato. Identico copione per la signora Margherita Botto, suicidatasi di recente sempre in Svizzera. L’autodenuncia gioca sul fatto che i giudici stanno dalla parte dei radicali e ha il potere non solo di far passare come eroi civili i radicali, ma di persuadere il popolino che le leggi che vietano l’aiuto al suicidio siano ingiuste, tanto ingiuste che le persone sono costrette a recarsi in Svizzera. Leggi in verità inesistenti dato che proprio grazie alla Consulta l’aiuto al suicidio è già stato ampiamente depenalizzato in Italia. Ma i radicali vogliono di più, vogliono una legge del Parlamento – e non certo una semplice sentenza dei giudici – che consenta esplicitamente tale pratica. Infine, la tattica dell’autodenuncia serve per aprire vertenze giudiziarie utili a far pressing sul legislatore. Infatti, se sempre più magistrati sono favorevoli all’eutanasia, per quale motivo il Parlamento non recepisce una pratica giuridica già presente nei tribunali di mezza Italia?

Secondo strumento: trovare persone disponibili a farsi uccidere, ad immolarsi per la causa.

Da qui passiamo al terzo strumento: far applicare la sentenza della Corte costituzionale prima ricordata. Ecco allora l’assistenza legale ai morituri passo dopo passo. Gli ostacoli, poi, che i radicali trovano sul loro cammino sono da loro benedetti perché indispensabili a far passare questo messaggio: la sentenza della Consulta è lettera morta (falso, visti i plurimi casi di aiuto al suicidio legale avvenuti sul suolo italiano).

Quarto strumento: amplificare mediaticamente i singoli casi, così nel percepito collettivo passa l’idea che ormai la pratica è diffusa e, se è diffusa, è normale; e se è normale è anche moralmente buona. E dunque perché non renderla anche giuridicamente legittima?

Quinto strumento: farsi promotori di leggi, in questo caso di ambito regionale. Se Roma è oziosa, magari Venezia, Cagliari, Trieste non lo sono.

Sesto strumento: ricorrere ai sondaggi di opinione per normalizzare ancor più ciò che una sana coscienza collettiva dovrebbe rigettare perché ritenuto aberrante. I sondaggi pro eutanasia hanno anche il potere di intruppare nella maggioranza i riottosi. Molti infatti giudicano buono ciò che la maggioranza giudica buono. Si chiama pecorismo.

Insomma, eccovi servita l’eutanasia in sei mosse.



EUTANASIA

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LA SENTENZA

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IL CASO

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