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LA LETTERA

Il filo che lega l’eutanasia di Indi e l’aborto

Ricordate la tesi di Minerva e Giubilini sull’“aborto post-nascita”? Allora molti si scandalizzarono. Ma l’aborto legale è la crepa nella diga che il cattolicesimo aveva eretto a tutela della vita umana. Il resto è una conseguenza.

Quando Francesca Minerva e Alberto Giubilini, ricercatori in Australia, pubblicarono, circa dieci anni fa, uno studio sull’“aborto post-partum”, suscitarono orrore e sdegno. I due bioeticisti sostenevano la liceità dell’uccisione del neonato per gli stessi motivi per cui, a tempo debito, sarebbe stato possibile abortire. Se il neonato, cioè, avesse presentato gravi patologie incompatibili con una buona qualità della vita, sarebbe stato giusto – e coerente con le legislazioni abortiste ormai diffuse in tutto il mondo occidentale – ucciderlo. Lo sdegno nel mondo fu grande e pare che i due ricercatori abbiano anche ricevuto minacce di morte.

Ma non era un’idea originale quella che Minerva e Giubilini avevano riportato nel loro saggio. Erano infatti allievi dell’australiano Peter Singer, autore di numerosi libri tra cui il fondamentale “Ripensare la vita”, che da tempo sosteneva da prestigiose cattedre universitarie che l’aborto post partum, ovvero l’uccisione del neonato, non solo fosse lecita, ma doverosa in caso di disabilità del bambino che, tenuto in vita, avrebbe vissuto un’esistenza gravosa per sé e, in termini economici, per la comunità.

Quelle teorie, così aberranti a prima vista, hanno fatto strada. Abbiamo assistito in questi giorni con sgomento alla vicenda di Indi Gregory e della sua famiglia, vicenda ultima in ordine di tempo rispetto a quelle vissute già da altri bimbi tra cui Charlie Gard, Alfie Evans, uscite dall’anonimato per la disperata presa di posizione dello loro famiglie. Non possiamo essere certi che altre non siano accadute nel segreto delle stanze degli ospedali. Uccisioni avvenute non subito dopo il parto, ma a distanza di mesi o di anni, quando lo stato di salute del bambino lo richieda, nel suo “miglior interesse”.

L’aspetto che più colpisce e ferisce in queste terribili vicende è l’accanimento di uno Stato che con i suoi medici e i suoi giudici avvia le sue vittime alla morte senza nessuna pietà e nessuna considerazione per la volontà della famiglia, calpestandone diritti e desideri. Lo Stato destituisce di ogni potere di decisione i genitori e la famiglia e assume il potere di vita o di morte.

Ma noi questo potere glielo abbiamo consegnato. Quando abbiamo permesso che tramite le sue leggi abortiste lo Stato dica ad una donna “se vuoi liberarti del figlio che hai in grembo puoi farlo liberamente nei miei ospedali, in sicurezza, nell’asepsi, con personale specializzato, con ogni riguardo alla tua salute”, abbiamo consegnato allo Stato la nostra dignità, la nostra libertà, la nostra tanto decantata autodeterminazione. Tanti di quelli che oggi piangono Indi non vedono, non vogliono vedere il filo che lega queste orribili vicende di eutanasia inferta a piccoli innocenti, all’aborto volontario, legale, pagato e assistito. I milioni di vittime dell’aborto volontario non hanno volto né nome. Per molti, che pur si dicono per principio contrari all’aborto volontario, “in determinati casi”, “in certe situazioni”, “per tutelare la salute della donna”, “per evitare la clandestinità” o altre ragioni simili, la Legge 194 che in Italia lo legalizza è un punto fermo dal quale non si torna indietro.

Ma l’aborto legale è la crepa nella diga che quasi due millenni di Occidente cattolico avevano eretto a tutela della vita e della dignità dell’uomo. Oggi che Dio è espunto dall’orizzonte dell’uomo, questa diga si sgretola: eutanasia, suicidio assistito, fecondazione artificiale, utero in affitto, e chissà che altro ci porterà il futuro, irrompono come frutti velenosi dell’aborto legale.

Marisa Orecchia