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COVID-19

C’è un’Italia che rifiuta il ritorno alla normalità

Malgrado l’allentamento (tardivo) delle restrizioni dall’1 maggio, ampie fette della società italiana - dai sindacati alla Cei - continuano a essere acquiescenti all’emergenzialismo sanitario di matrice governativa. Una situazione senza eguali all’estero, che si spiega sia con la propaganda martellante “dall’alto” sia con il Dna “corporativista” del nostro Paese.

Editoriali 11_05_2022

A dieci giorni dall’abolizione - o meglio dalla sospensione - del green pass e delle mascherine in molti luoghi chiusi, si deve prendere atto del fatto che l’adeguamento, parziale e da buon ultimo, del nostro Paese a una normalizzazione già scontata in quasi tutto il mondo e in tutta Europa non ha portato a un’effettiva uscita degli italiani dallo “stato di emergenza”. E questo innanzitutto perché per gli italiani lo “stato di emergenza” non è soltanto una condizione normativa, come tale transitoria, ma anche - forse principalmente - uno stato psicologico e un retaggio storico-culturale.

Come sappiamo, mentre altrove la vita sociale da tempo ha riacquistato il suo aspetto ordinario - senza obblighi vaccinali né lasciapassare né l’ombra di una mascherina, se non in limitatissimi contesti - il Governo Draghi ha finalmente emesso un decreto, in vigore dal primo maggio scorso, ma accompagnandolo nello stesso tempo con premesse e cautele che già in partenza depotenziano la “liberazione”, e tengono comunque in piedi un’atmosfera di paura, condita da aspettative pessimistiche.

Nel decreto del 24 aprile si dichiara che non sussiste più l’obbligo di indossare la mascherina, ma che questa è ancora “raccomandata” in tutti i luoghi al chiuso: un modo per contraddire immediatamente la non obbligatorietà, facendo capire che evidentemente ad avviso dell’esecutivo sussistono ancora pericoli tali da giustificare restrizioni. Impressione confermata dal ministro Speranza e dai soliti “esperti” di riferimento, orfani del Cts, i quali continuano a lanciare messaggi ispirati al noto assunto “non abbassiamo la guardia”, e alla previsione di nuove minacce da parte del virus nei mesi a seguire. Il ministro della Funzione pubblica Brunetta ha poi addirittura emesso un’ordinanza in cui la “raccomandazione” di indossare i dispositivi di protezione viene indirizzata praticamente a tutti i dipendenti pubblici, per giunta sollecitando le singole amministrazioni ad emettere “le necessarie misure operative” in tal senso.

E con ciò sarebbe già completo il quadro di un Paese il cui governo dà mostra di seguire controvoglia l’esempio del resto del mondo, e fa prontamente rientrare dalla finestra restrizioni appena fatte uscire dalla porta. Restrizioni, peraltro, ormai abbondantemente destituite di validità da ogni statistica ufficiale, dalla quale si ricava che - in Paesi privi di esse - la diffusione del virus e delle sue varianti, i ricoveri e i morti sono stati minori che nella chiusissima Italia.

Ma, se possibile, c’è di peggio. E questo peggio è la reazione della cosiddetta “società civile”, in alcune tra le sue più rilevanti articolazioni organizzative e nella popolazione generale, a tale sia pur timidissima e tardiva apertura governativa. Come sappiamo, i sindacati confederali e le principali associazioni di categoria si sono affrettati a confermare il protocollo precedentemente concordato con l’esecutivo, quando era ancora in vigore lo stato di emergenza, che prevedeva l’obbligo della mascherina per tutti i lavoratori, perpetuandolo persino all’aperto almeno fino alla fine di giugno. Anche la Conferenza episcopale italiana non ha voluto mancare di dare il suo apporto nello stesso senso - sulla scia di una volontaria acquiescenza all’emergenzialismo sanitario che data ormai dall’accettazione supina della chiusura degli edifici di culto nella primavera del 2020 - diramando una nota in cui si associa alla “raccomandazione” governativa per le funzioni liturgiche e tutte le attività parrocchiali. E il comportamento dei singoli cittadini a partire dal primo maggio, peraltro, non si è discostato di molto da quello di governo e istituzioni sociali.

Chiunque ha potuto notare come nei negozi, nei supermercati, nei centri commerciali, nelle chiese la stragrande maggioranza della popolazione italiana abbia preferito continuare a portare le mascherine, come solo pochi abbiano osato restare a viso scoperto, e come il fenomeno dei “mascherati” sia rimasto addirittura ancora consistente anche all’aperto. Confermando il permanere di una differenza abissale, in materia, tra il nostro Paese e le altre nazioni d’Europa, in cui l’abolizione dell’obbligo di indossare i “dispositivi” è stata accolta da gioia e sollievo generali, e dove gli unici ancora a portare la mascherina sono ahimè, immancabilmente, quasi sempre turisti e viaggiatori italiani. Una controtendenza così diffusa e insistita, rispetto alle stesse, caute aperture governative deve far seriamente riflettere sui fattori che contribuiscono a determinarla.

Da un lato, questa apparente volontà convergente e “dal basso” di rimanere oltre ogni ragionevolezza in una condizione di emergenza dimostra con evidenza ciò che già da più parti è stato individuato e a lungo denunciato: e cioè che in Italia è stata messa in atto negli ultimi due anni una propaganda terroristica “dall’alto” particolarmente martellante, catastrofista e a senso unico. E quindi che i media nel loro insieme, rispetto all’estero, hanno svolto una funzione non di informazione e di discussione aperta, ma quasi soltanto di cassa di risonanza di un governo iper-emergenzialista praticamente senza opposizione, rendendo lampante uno stato di profonda corrosione della dialettica liberaldemocratica.

Dall’altro, però, la consonante e quasi istintiva reazione di rifiuto verso il ritorno alla normalità da parte tanto di soggetti rappresentativi e associativi quanto della maggioranza della popolazione ci mette davanti agli occhi, impietosamente, un aspetto molto più profondo e storicamente sedimentato della società italiana. Questa psicosi pandemica tanto diffusa e persistente, incoraggiata dall’alto ma sostenuta dal basso, ha portato alla luce e rinvigorito un riflesso “corporativista” che la modernizzazione, l’industrializzazione e la società liberale dei consumi non hanno, a quanto pare, scalfito: una richiesta, anzi pretesa, di protezione pressoché assoluta, di “assicurazione” contro ogni cambiamento e incertezza della vita, alle istituzioni, estesa fino al “diritto” di non ammalarsi, pena la ricerca di un “colpevole” ad ogni costo.

Una pretesa irrazionale che esprime il più totale rifiuto di una “società aperta” fondata sulla responsabilità individuale. E che prepara purtroppo “naturalmente” il terreno psicologico alle manovre per rendere endemico, a tempo indeterminato, il regime emergenziale; manovre coltivate dal governo, delle quali già alla fine dell’estate è fin troppo facile prevedere le prime manifestazioni.