Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Sant’Albino di Angers a cura di Ermes Dovico
GUERRA MONDIALE A PEZZI

Ucraina, Israele, Balcani: si prepara la tempesta perfetta sull'Europa

Ascolta la versione audio dell'articolo

Escalation in tutti i teatri di guerra. In Ucraina arrivano i missili ATACMS, i più potenti finora forniti dalla Nato. In Israele il rischio di allargamento del conflitto al Libano è concreto. Gli Usa mandano due portaerei nel Mediterraneo. E in Kosovo il comando Nato passa ai turchi, innervosendo Belgrado.

- Una notizia (falsa) rovina la visita di Biden di Stefano Magni

Esteri 19_10_2023
Lancio di un missile ATACMS

L’escalation progressiva di tutte le crisi in atto intorno all’Europa dovrebbe imporci valutazioni strategiche e politiche circa le nubi sempre più scure che sembrano addensarsi all’orizzonte.

Gli ultimi segnali di possibile allargamento degli scenari bellici giungono dall’Ucraina e dal Medio Oriente. Il 17 ottobre il presidente Volodymyr Zelensky, in un post pubblicato su Telegram, ha confermato che l'Ucraina ha ricevuto e impiegato per la prima volta i missili balistici tattici ATACMS inviati dagli Stati Uniti contro un deposito di munizioni russo nella regione di Luhansk (Donbass) e un aeroporto a Berdyansk impiegato dagli elicotteri militari russi utilizzati sul Fronte di Zaporizhzhia per ostacolare la controffensiva delle truppe di Kiev, che dal 4 giugno tenta finora senza successo di sfondare le linee russe.

Benché non si tratti della versione con gittata fino a 300 chilometri, che gli Usa non intendono consegnare agli ucraini per impedirne l’impiego contro il territorio della Federazione Russa, gli ATACMS utilizzati contro gli obiettivi russi appartengono alla versione M39 Block I, in grado di colpire obiettivi fino a 165 chilometri di distanza con un carico bellico composto da 950 sub-munizioni. Il lancio di ben 18 missili di questo tipo avrebbe permesso di distruggere un deposito di munizioni e 9 elicotteri russi e benchè Vladimir Putin abbia definito queste armi incapaci di modificare il corso del conflitto, gli ATACMS sono gli unici missili balistici forniti finora all’Ucraina e costituiscono l’arma con il maggiore raggio d’azione tra quelle finora inviate da Washington la cui fornitura è stata finanziata con l'ultimo pacchetto di assistenza inviato all'Ucraina da 200 milioni di dollari. Non a caso Putin ha dichiarato in una conferenza stampa al termine della sua visita in Cina che la consegna degli ATACMS all'Ucraina dimostra "che gli Stati Uniti sono sempre più coinvolti in questo conflitto”.

Mentre la controffensiva ucraina segna il passo e sul campo di battaglia sono i russi ad aver assunto l’iniziativa strappando al nemico diverse posizioni, gli Stati Uniti compiono un ulteriore passo nell’escalation del confronto con la Russia.

Anche in Medio Oriente il rischio di allargamento del conflitto tra Hamas e Israele sembra qualcosa di più di un’ipotesi. Dopo le scaramucce tra israeliani ed Hezbollah lungo il confine libanese il ministro degli Esteri iraniano Hossein Amirabdollahian, ha dichiarato il 16 ottobre che “se le operazioni militari delle forze israeliane nella Striscia di Gaza dovessero andare avanti e non si dovesse trovare una soluzione politica, non sarebbe da escludersi l’apertura di altri fronti del conflitto”. Amirabdollahian, in un’intervista all’emittente televisiva nazionale dopo un tour diplomatico che lo ha condotto in Iraq, Libano, Siria e Qatar ha aggiunto che “i capi della resistenza non permetteranno al regime sionista di fare quel che vuole nella regione”.

Il Pentagono ha risposto mettendo in allerta 2mila militari in vista di una possibile escalation della crisi. Il segretario alla Difesa Usa, Lloyd Austin, ha innalzato il livello di allerta per il personale e per un numero di unità attraverso un ordine di preparazione al dispiegamento. I militari devono essere in grado di "rispondere rapidamente all'evoluzione della situazione di sicurezza in Medio Oriente". Gli Stati Uniti avevano già annunciato nei giorni scorsi l'invio nella regione di una seconda portaerei (la Gerald Ford è già nel Mediterraneo Orientale e la Dwight D. Eisenhower è in arrivo), con l'obiettivo di "scoraggiare azioni ostili contro Israele" in vista dell'operazione di terra che lo Stato ebraico si prepara a condurre nella Striscia di Gaza.

Come ha confermato la visita di Biden in Israele gli Stati Uniti inviano aiuti umanitari ai palestinesi di Gaza ma sono pronti a scendere in campo anche con le armi qualora da Siria, Libano o Iran si verificassero attacchi a Israele.

La mobilitazione di forze statunitensi nel Mediterraneo orientale non piace alla Turchia, che ha annunciato un'esercitazione navale che si protrarrà fino al 27 ottobre al largo delle coste di Cipro Nord, la repubblica turco-cipriota riconosciuta solo da Ankara. La scorsa settimana il presidente turco Recep Tayyip Erdogan aveva criticato l'arrivo della portaerei Ford nel Mediterraneo Orientale dopo l'inizio degli scontri in Israele.

La volontà espressa da gran parte della comunità internazionale di sfollare dalla Striscia di Gaza un gran numero di civili palestinesi allarma l’Egitto, il cui territorio del Sinai costituisce di fatto l’unico sbocco possibile per una simile iniziativa a cui il Cairo si oppone con determinazione. Ieri il Senato egiziano ha votato per autorizzare il presidente dell'Egitto Abdel Fattah al Sisi ad adottare tutte le misure necessarie per proteggere la sicurezza nazionale egiziana, alla luce "della volontà di Israele di sfollare i palestinesi presenti nella Striscia di Gaza nel Sinai". 

Comprensibile che l’Egitto non voglia portarsi in casa palestinesi che da 16 anni vengono “educati”, nelle scuole come nell’intera società di Gaza, al jihad mentre ad aumentare le preoccupazioni del Cairo contribuisce anche la dichiarazione resa ieri dal ministro degli Esteri israeliano, Eli Cohen circa la volontà di ridurre l’estensione del territorio palestinese. "Alla fine di questa guerra, non solo Hamas non sarà più a Gaza, ma anche il territorio di Gaza diminuirà" confermando le voci circa l’obiettivo di costituire “zona cuscinetto” all'interno dei confini della Striscia di Gaza per proteggere meglio le città del sud di Israele. 

Nel contesto di conflittualità crescente e diffusa, l’Ucraina sembra avere interesse a tracciare un legame tra la guerra contro i russi e il conflitto in Medio Oriente, soprattutto per evitare di venire “dimenticata” dagli sponsor occidentali che le garantiscono la sopravvivenza. Dopo aver accusato Mosca di armare e sostenere Hamas, il ministro degli esteri ucraino Dmytro Kuleba ha detto ieri in un’intervista “l'Ucraina e Israele sono due teatri della stessa guerra, perché gli attori dall'altra parte del fronte sono gli stessi” aggiungendo che “sebbene l'Ucraina temporaneamente non sia più nei titoli dei giornali per quanto sta accadendo in Israele, è ancora sulla prima pagina dell'agenda sicurezza internazionale". 

In realtà, sempre per restare alle crisi in atto nel Vecchio Continente o ai suoi confini, occorre valutare anche le crescenti tensioni tra Serbia e Kosovo che minacciano di esplodere, specie dopo che le forze della Nato in Kosovo (Kfor) sono state poste pochi giorni fa, per la prima volta, sotto il comando turco dopo molti anni di comando italiano e ungherese.

Un cambio della guardia in ambito Nato non certo apprezzato da Belgrado anche perché nel maggio scorso le forze di sicurezza hanno ricevuto proprio da Ankara le loro prime armi offensive, 5 droni armati di missili. Pare evidente che in un momento di così alta tensione mantenere il vertice della Kfor saldamente in mano all’Italia o all’Ungheria, come accaduto negli ultimi anni, avrebbe offerto a tutti, dai Balcani all’intera Europa, maggiori garanzie di equilibrio, ancor più preziose se consideriamo il violento conflitto in corso in Ucraina.

Difficile credere che un crescente ruolo militare di Ankara, pur se in ambito Nato, in un’area che vede da anni una forte penetrazione politica ed economica turca, possa favorire la distensione nel Balcani. Per questo occorre chiedersi quali nazioni dell’alleanza abbiano premuto a favore del comando turco di Kfor e se l’Italia e altri Stati membri abbiano contrastato col necessario vigore o meno questo disegno che minaccia di favorire la destabilizzazione nella regione invece di scongiurarla.

L’Europa e l’Italia, soprattutto oggi, non dovrebbero avere nessun motivo per rischiare che le mire turche e l’approccio di alcuni alleati ostili alla Serbia, per i suoi legami con la Russia, possano favorire nuovi focolai di guerra alle porte di casa nostra.

Dai Balcani, all’Ucraina al Medio Oriente sembrano quindi configurarsi tutti i presupposti per una “tempesta perfetta” che avrebbe effetti molto gravi sull’Europa.