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l'appello

Sarah come Solženicyn: "Non cedere alla menzogna!"

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Cinquant'anni dopo la denuncia dello scrittore russo riecheggia nelle parole del cardinale africano. Un monito contro la tentazione di assecondare l'ateismo "fluido", penetrato nella Chiesa, anche in vista del prossimo Sinodo.

Ecclesia 12_04_2024 English

Cinquant'anni fa, il 12 febbraio 1974, nel giorno del suo arresto, preludio della sua espulsione dall'allora Unione Sovietica, Aleksandr Solženicyn metteva nero su bianco un potente appello per scardinare il sistema totalitario, in tutte le sue più disparate forme.

Un appello potente, concreto, lontano dalla dannosa e nauseante retorica di voler rovesciare il sistema, a condizione che siano sempre gli altri a dover cambiare: «Non tutti i giorni né su tutte le spalle la violenza abbatte la sua pesante zampa: da noi esige solo docilità alla menzogna, quotidiana partecipazione alla menzogna: non occorre altro per essere sudditi fedeli. Ed è proprio qui che si trova la chiave della nostra liberazione, una chiave che abbiamo trascurato e che pure è tanto semplice e accessibile: il rifiuto di partecipare personalmente alla menzogna. Anche se la menzogna ricopre ogni cosa, anche se domina dappertutto, su un punto siamo inflessibili: che non domini per opera mia!».
Perché alla fine la menzogna vive negli uomini, cresce negli uomini, divampa attraverso gli uomini;  Solženicyn aveva la realistica consapevolezza che «se gli uomini ripudiano la menzogna, essa cessa semplicemente di esistere».

Dalla fredda Russia, l'appello di un uomo bianco, barbuto, ancora nel pieno delle sue forze. Cinquant'anni dopo, nel clima caldo-umido di un Paese che lambisce l'equatore, è un uomo nero, sbarbato, ormai alle soglie degli ottant'anni a fare lo stesso appello, ma questa volta cercando di reclutare le forze vive all'interno della Chiesa, e in particolare dell'episcopato: «Non dobbiamo cedere alla menzogna! L’essenza dell’ateismo fluido è la promessa di un accomodamento tra la verità e la menzogna. È la tentazione più grande del nostro tempo! Siamo tutti colpevoli di accomodamenti, di complicità con questa grande menzogna che è l’ateismo fluido! (…) L’ateismo fluido vive e si nutre di tutte le nostre piccole debolezze, di tutte le nostre capitolazioni e compromissioni con la sua menzogna. Ma ciascuno di noi può oggi decidere: la menzogna dell’ateismo non troverà più spazio in me. Non voglio più rinunciare alla luce della fede, non voglio più, per comodità, pigrizia o conformismo, far coabitare in me la luce e le tenebre».

È la voce del Cardinale Robert Sarah, Prefetto emerito della Congregazione per il Culto Divino, rivolta ai confratelli nell'episcopato del Camerun (qui il suo intervento), il 9 aprile scorso, in occasione di una sua recente visita. Una denuncia di quello che egli chiama «ateismo fluido», ossia quel relativismo caratteristico della cultura contemporanea, penetrato ovunque nella Chiesa; e penetratovi perché – sono ancora le parole del Cardinale – «numerosi prelati occidentali sono paralizzati dall’idea di opporsi al mondo. Dal mondo sognano di essere amati. Hanno perso la volontà di essere segno di contraddizione. Forse una eccessiva ricchezza materiale porta a scendere a compromessi con gli affari del mondo». La paura di essere segno di contraddizione.

L'ateismo fluido, a differenza dell'ateismo intellettuale e militante, è insidioso: «Non dice mai il suo nome ma si infiltra ovunque, anche nei discorsi ecclesiastici. Il suo primo effetto è una forma di sonnolenza della fede. Anestetizza la nostra capacità di reagire, di riconoscere l’errore, il pericolo». In sostanza, inganna il “sistema immunitario” del cristiano, presentando il proprio lato allettante e benevolo, come il dialogo, la comunione, l'apertura a tutti, l'obbedienza allo “spirito”.

Sarah ha richiamato la coraggiosa opposizione dei vescovi africani, ed in particolare di quelli camerunesi, alla Dichiarazione Fiducia supplicans, documento criticato senza troppi giri di parole dallo stesso porporato guineano (vedi qui). Il quale ha sottolineato che l'argine dell'episcopato africano è stato liquidato come una questione di arretratezza culturale: «Alcuni, in Occidente, hanno voluto far credere che voi abbiate agito nel nome di un particolarismo culturale africano. È falso e ridicolo attribuirvi tali propositi! Alcuni hanno affermato, in una logica di neocolonialismo intellettuale, che gli africani non erano “ancora” pronti a benedire le coppie omosessuali per delle ragioni culturali. Come se l’Occidente fosse più avanti degli africani arretrati».

La stessa strategia verrà verosimilmente utilizzata, secondo il cardinale, quando al prossimo Sinodo si cercherà di rovesciare ulteriormente punti importanti della dottrina e della morale cristiana: «Si vorrebbero permettere il diaconato femminile in Germania, i preti sposati in Belgio, la confusione tra sacerdozio ordinato e sacerdozio battesimale in Amazzonia. Alcuni esperti teologi nominati di recente non nascondono i loro progetti. E vi diranno con falsa gentilezza: “State tranquilli, in Africa, noi non vi imporremo questo genere di innovazione. Voi non siete culturalmente pronti”». Non andò diversamente anche al Sinodo sulla Famiglia del 2014, quando già furono i vescovi africani, guidati da Sarah e dal combattivo cardinale Wilfrid Fox Napier, a fare opposizione ai tentativi di sdoganare la Comunione ai divorziati risposati e rivoluzionare la dottrina sugli atti intrinsecamente cattivi, specie quelli omosessuali. All'epoca furono irrisi dal cardinale Walter Kasper, che se ne uscì con l'affermazione che con i vescovi africani non si può parlare di omosessualità, perché per loro è un argomento tabù.

Fiducia supplicans è stata un documento “provvidenziale”, secondo quella Provvidenza che permette il male per trarne un bene maggiore. Esso ha in qualche modo fatto emergere i tratti del piano divino, sempre attivo nella storia, ma sempre poco considerato dagli uomini. Quel piano che ama sbaragliare la sapienza del mondo attraverso ciò che da tale “sapienza” è considerato stolto: «La Chiesa d’Africa dovrà presto difendere la verità del sacerdozio e l’unità della fede. La Chiesa d’Africa è la voce dei poveri, dei semplici e dei piccoli. A lei spetta il compito di annunciare la Parola di Dio a fronte dei cristiani dell’Occidente che, perché ricchi, si credono evoluti, moderni e saggi della saggezza del mondo. Ma “ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini” (1 Cor 1,25)».

Al prossimo Sinodo toccherà soprattutto ai rappresentanti della Chiesa d'Africa far sentire la loro voce; nella consapevolezza che sarà altamente probabile che «nonostante le promesse di ascolto e di rispetto, non si terrà alcun conto dei loro ammonimenti, come già vediamo oggi». Che il Sinodo venga «strumentalizzato da coloro che, sotto la copertura dell’ascolto reciproco e della “conversazione nello Spirito”, servono un’agenda di riforme mondane» è un pericolo reale. Parola di Sarah.



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