Referendum. Gratteri e Bartolozzi, spine nel fianco dei due schieramenti
Il procuratore Nicola Gratteri che al Foglio dice "faremo i conti" e il capo di gabinetto del Ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi che esce con "ci liberiamo delle toghe". Di male in peggio. Il sottosegretario Mantovano fa ordine nel linguaggio.
La campagna referendaria sulla riforma della giustizia sta progressivamente perdendo il suo baricentro originario: il merito delle norme. A sostituirlo, sempre più spesso, sono polemiche, frasi infelici e dichiarazioni che contribuiscono ad avvelenare il clima. Due episodi recenti, che hanno visto protagonisti il procuratore Nicola Gratteri e il capo di gabinetto del ministero della Giustizia Giusi Bartolozzi, mostrano bene come errori e toni sopra le righe non siano patrimonio esclusivo di uno schieramento. Tanto nel campo del Sì quanto in quello del No emergono parole che rischiano di trasformare una discussione istituzionale in uno scontro politico e personale.
Il primo caso riguarda il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri. Durante un intervento pubblico, il magistrato ha attaccato il quotidiano Il Foglio, che negli ultimi mesi ha sostenuto con forza la campagna referendaria favorevole alla riforma della giustizia. Nel corso della polemica Gratteri ha pronunciato una frase destinata a far discutere: «Dopo il referendum faremo i conti». Un’espressione che il giornale ha interpretato come una minaccia nei confronti della stampa e che ha suscitato reazioni anche nel mondo politico, oltre che in quello dell’informazione.
Il punto più controverso non è tanto la legittimità dell’opinione del magistrato – i giudici, come ogni cittadino, possono avere e manifestare idee – quanto il linguaggio utilizzato. Quando una figura che ricopre un ruolo così rilevante nel sistema giudiziario parla di “fare i conti” con un giornale dopo una campagna politica, il confine tra critica e intimidazione può apparire molto sottile. Non a caso le parole di Gratteri hanno alimentato un acceso dibattito sul rapporto tra magistratura e informazione, e più in generale sul ruolo dei magistrati nel confronto politico.
Ma se nel campo del No le polemiche hanno investito Gratteri, nel fronte opposto non sono mancate espressioni altrettanto problematiche. A finire al centro delle critiche è stata Giusi Bartolozzi, magistrata ed ex parlamentare oggi capo di gabinetto al ministero della Giustizia. Durante una trasmissione televisiva dedicata proprio al referendum, Bartolozzi ha sostenuto che con la vittoria del Sì “ci liberiamo delle toghe”. Un’espressione che ha immediatamente sollevato polemiche, perché è apparsa come un attacco generalizzato alla magistratura.
Il problema, anche in questo caso, non riguarda il diritto di sostenere la riforma o di criticarne gli oppositori. La questione è il linguaggio. L’espressione “liberarsi delle toghe” evoca infatti una contrapposizione radicale tra politica e magistratura che rischia di deformare il senso stesso della riforma, che formalmente interviene su assetti istituzionali e non certo sull’esistenza o sulla legittimità della funzione giudiziaria.
I due episodi, per quanto diversi, hanno un elemento in comune: spostano l’attenzione dalla sostanza della riforma alle polemiche personali. Ed è proprio questo il rischio più evidente di una campagna referendaria che, invece di discutere articoli della Costituzione, finisce per concentrarsi su battute, insinuazioni e scontri tra protagonisti del dibattito.
In questo clima si inseriscono le dichiarazioni del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, che ha provato a riportare la discussione su un terreno più sobrio. Intervistato da Sky Tg24, Mantovano ha commentato innanzitutto la polemica con Gratteri con una battuta: «Questa espressione “resa dei conti” vorrei prenderla in prestito dal dottor Gratteri sperando che non mi quereli per questo». Ma subito dopo ha chiarito il punto politico: quelle del magistrato «non sono semplici opinioni, quando hanno un velo neanche tanto sottile di minaccia».
Allo stesso tempo, Mantovano non ha difeso le parole di Bartolozzi. Al contrario, ha scelto una linea di equilibrio: «Le rispondo alla stessa maniera di come ho risposto rispetto all’espressione del dottor Gratteri: guardiamo al merito della riforma. Queste espressioni sono certamente infelici». Un giudizio che, ha ricordato, coincide anche con quello espresso dall’opposizione: «In questo l’aggettivo adoperato anche dall’onorevole Schlein trova la mia condivisione».
Il sottosegretario ha insistito soprattutto su un punto: il referendum non riguarda le polemiche tra singole figure pubbliche. «Parliamo invece del merito della riforma. L’oggetto del quesito referendario non sarà la permanenza come capo di gabinetto della dottoressa Bartolozzi o le querele che presenterà il dottor Gratteri: sono gli articoli della Costituzione, parliamo di questi». Secondo Mantovano, le polemiche di questi giorni non favoriscono il confronto democratico. «Queste espressioni non aiutano, distolgono dal merito della riforma», ha concluso.
Ma il sottosegretario ha anche aggiunto una riflessione politica più ampia sul clima che potrebbe seguire al referendum. «Temo molto che tra le varie rese dei conti annunciate che si realizzeranno dopo il voto referendario una riguarderà proprio l’area della sinistra», ha osservato. «Quando si violenta la propria storia, quando si rinnega una parte importante del proprio passato, poi qualcosa succede sempre. Sto parlando ovviamente in termini ideali e non cruenti. Però ho l’impressione che qualcosa accadrà e che il quadro da quelle parti non rimarrà così stabile». I riferimenti sono ad ampi settori del Pd e della sinistra che si sono schierati con il Sì, in coerenza con la propria storia, essendo stata proprio la sinistra in passato a dichiarare la propria preferenza per la separazione delle carriere.
Al di là delle letture politiche, resta un dato evidente: la campagna referendaria sta producendo eccessi in entrambi gli schieramenti. Il caso Gratteri e il caso Bartolozzi lo dimostrano. Da una parte un magistrato che usa parole interpretabili come una minaccia nei confronti di un giornale; dall’altra una rappresentante delle istituzioni che ricorre a un’espressione aggressiva nei confronti della magistratura.
Due episodi diversi, ma speculari. E che ricordano quanto sarebbe necessario riportare la discussione su ciò che davvero i cittadini saranno chiamati a decidere: le regole della giustizia e l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Tutto il resto, nel bene e nel male, rischia di essere solo rumore di fondo.


