Soldati italiani in Medio Oriente, è ora di riportarli a casa
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Inviati per aiutare il governo di Baghdad a combattere l'ISIS, i nostri militari si ritrovano ora coinvolti nella guerra di Israele e Stati Uniti contro l'Iran. È tempo di ritirarli da un conflitto a cui sono estranei prima di subire perdite per altri e in nome di una missione ormai inutile. Dall'Iraq all'Afghanistan l'Italia ha già dato.
- Libano sotto il fuoco di Elisa Gestri
L’Italia non è in guerra ma i suoi militari sono ormai direttamente coinvolti in un conflitto che non gli compete, dal Libano al Kuwait all’Iraq. Prima gli attacchi alla base aerea kuwaitiana di Ali Salem, che ospita un contingente di oltre 300 militari dell’Aeronautica italiana, in gran parte evacuati in Arabia Saudita, ma anche diversi reparti statunitensi. Qui i missili e i droni iraniani hanno inferto gravi danni alle infrastrutture e secondo alcune voci danneggiato gravemente due caccia italiani Typhoon.
L’obiettivo degli attacchi iraniani in Kuwait non sono certo gli Italiani ma le forze statunitensi che dal 28 febbraio attaccano insieme a Israele l’Iran.
Poi gli attacchi alle basi in Kurdistan, che si susseguono da giorni, che vedono diversi droni colpire l’aeroporto di Erbil dove sono basati i militari italiani della missione “Prima Parthica”, componente italiana dell’operazione a guida statunitense Inherent Resolve attivata per combattere le milizie dello Stato Islamico in Iraq.
Anche a Erbil, l’obiettivo dei droni lanciati dall’Iran o forse dalle milizie irachene filo-iraniane che hanno rivendicato gli attacchi degli ultimi giorni, sono le forze statunitensi, non quelle italiane.
Ieri una milizia sciita irachena sostenuta dall'Iran, che si autodefinisce "Brigate dei Guardiani del Sangue", ha rivendicato sui social l'attacco al campo di supporto logistico dell'ambasciata statunitense vicino all'aeroporto internazionale di Baghdad e alla base aerea di Harir presso l'aeroporto di Erbil. Nel video, che si può vedere tra l'altro su X, si vedono i miliziani preparare i droni al decollo e poi lanciarli. Gli obiettivi sono identificati con dei bersagli su delle mappe satellitari.
Attenzione a chiamarli terroristi: i miliziani sciiti iracheni guidati dai pasdaran iraniani hanno combattuto ben più intensamente di americani e italiani per liberare il nord dell’Iraq dall’ISIS.
Quanto al Kurdistan iracheno, qui gli Stati Uniti non solo hanno basi inserite nel dispositivo per gli attacchi all’Iran ma stanno cercando di convincere, finora invano, milizie curde irachene ad aprire un fronte terrestre attaccando oltre il confine iraniano.
Le basi americane sono a tutti gli effetti un obiettivo legittimo per l’Iran e i suoi alleati dopo che USA e Israele hanno dato il via all’attacco all’Iran più massiccio di sempre.
Al di là delle dichiarazioni di solidarietà con i nostri militari e dell’iniziativa di trasferirli temporaneamente fuori dalla zona di guerra, la questione che si pone è soprattutto politica. I militari italiani sono in Iraq e Kuwait per aiutare il governo di Baghdad a combattere l’ISIS (ammesso che questa sia ancora una minaccia credibile), non certo per aiutare gli americani a combattere l’Iran.
Il mandato della missione, come si può leggere sul sito del ministero della Difesa, precisa che «l’Italia prende parte dal 2014 alla Coalizione multinazionale denominata “Operation Inherent Resolve” contro i terroristi del DAESH operanti in Iraq e Siria. L’obiettivo è sostenere la capacità addestrativa delle forze irachene in una vasta gamma di settori…».
Se i nostri “alleati” americani mettono a repentaglio vite italiane con le loro guerre allora è necessario ritirare il nostro contingente perché non è più in grado di svolgere la sua missione, perché quella all’Iran non è la nostra guerra e perché sarebbe assurdo rischiare perdite per gli interessi di Washington.
Un capitolo in cui, dall’Iraq all’Afghanistan, l’Italia ha sicuramente “già dato”…
A questo proposito ieri su diversi organi d’informazione è stato tracciato un parallelo tra i fatti di questi giorni e le perdite italiane subite in Iraq e in Afghanistan durante le operazioni condotte tra il 2002 e il 2021. Si tratta però di un parallelo arbitrario. I nostri caduti a Nassiryah, in Gulistan a Herat o Farah combattevano una guerra che la politica non aveva il coraggio di chiamare col suo nome ma che l’Italia aveva comunque deciso di combattere, non importa ora se a torto o a ragione.
Rischiare di perdere vite dei nostri militari per la guerra di Israele e Stati Uniti contro l’Iran non avrebbe alcun senso e dare un senso ai caduti in battaglia è uno dei compiti più importanti e onerosi della politica.
Al danno dei bombardamenti sulle nostre basi si aggiunge inoltre la beffa con le dichiarazioni (ancora una volta improvvide) dell'ambasciatore d'Israele a Roma, Jonathan Peled, che in un messaggio su X sostiene che l’attacco alla base anche italiana a Erbil «dimostra come il regime iraniano – insieme ai suoi proxy – rappresenti una minaccia diretta per l'Italia e per l'intera comunità internazionale».
Comprensibile che Israele, in difficoltà come gli Stati Uniti nella guerra all’Iran, ambisca a coinvolgere europei e arabi nel conflitto ma se i militari vengono attaccati è solo casualmente, perché condividono basi con gli americani, e in risposta all’aggressione di Israele e Stati Uniti.
Inoltre Israele dovrebbe preoccuparsi delle vite di altri militari, italiani e di una dozzina di altre nazioni, che l’invasione di alcune aree del Libano del Sud sta mettendo in pericolo. Gli 11mila caschi blu della missione UNIFIL (poco più di mille sono italiani) sono di nuovo finiti sotto il fuoco dopo che gli israeliani hanno ripreso ad avanzare in territorio libanese con intensi bombardamenti fino a Beirut.
Certo, i nostri “alleati” israeliani non hanno come obiettivo i caschi blu ma i miliziani Hezbollah: i soldati dell’ONU però si trovano sotto il fuoco, anzi, tra due fuochi.
Inoltre Israele ha più di una buona ragione per non amare UNIFIL, considerato che i caschi blu non hanno mai attuato il più importante dei loro compiti, cioè disarmare le milizie scite filo-iraniane Hezbollah. Ciò detto non ha oggi alcun senso mettere a rischio la vita dei militari dell’ONU poiché il loro mandato ha perso ogni significato.
Un mandato, citato ancora una volta dal sito del ministero della Difesa, che parla chiaro: i caschi blu di UNIFIL hanno tra i loro obiettivi «monitorare la cessazione delle ostilità» e «assicurare che la loro area di operazioni (il sud del Libano, ndr) non sia utilizzata per azioni ostili di ogni tipo».
Come è evidente, lungo il confine mal definito tra Israele e Libano (Blue Line) non c’è più da tempo nessun cessate il fuoco da difendere. Quindi la missione dei caschi blu, peraltro non equipaggiati per un contesto operativo bellico, non ha più alcun senso. Meglio rifletterci e decidere ora di rimpatriarli prima di riportare a casa militari dentro bare avvolte nella bandiera in nome di una missione ormai inutile.
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