San Leonardo Murialdo, l'immensità di Dio in 2379 lettere
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Uomo del fare, ma anche "di penna", il fondatore della congregazione di San Giuseppe è autore di uno sterminato epistolario: i suoi scritti sono una cartina di tornasole della sua anima che testimonia la piccolezza di fronte allo sconfinato oceano dell'amore divino.
Uomo del fare ma anche “di penna”. Uomo di azione ma anche di riflessione e di lettere. Assieme al fervore spirituale e alle tante e importanti iniziative sociali e pedagogiche, san Leonardo Murialdo (di cui oggi ricorre la memoria liturgica) nella sua vita scrisse preziose lettere, documenti che riescono a fornire al lettore di oggi una sorta di cartina di tornasole della sua anima sempre rivolta a Dio.
Duemilatrecentosettantanove: è questo il numero di lettere che ci sono pervenute. E proprio questa stima merita la nostra attenzione: la giornata del Murialdo era scandita oltre che dalla vita sacerdotale (preghiera, Messa, sacramenti) anche da un appassionato “fare” nel mondo dei giovani come l’istituzione di scuole, ad esempio. Ed è allora che si fa spazio una domanda: e il tempo per scrivere? Umanamente impossibile, ma i santi – solo con l’aiuto di Dio – riescono sempre a portare a termine le loro occupazioni. Una mole di lettere non può, dunque, che testimoniare non solo la sua ricca vita interiore ma anche la sua vicinanza quotidiana con il Signore. Certamente, fra i tanti scritti, uno in particolare merita specifica menzione, il Testamento spirituale, redatto tra il 1891 e il 1899, in cui è possibile ritrovare il racconto della sua crisi degli anni giovanili, la permanenza nel collegio a Savona, ma soprattutto la narrazione della sua progressiva “amicizia” con il Signore.
Quel suo del tutto particolare entrare nell’amore di Dio che segnerà per sempre la sua esistenza: il tutto, narrato attraverso le cadute, i dubbi, le speranze, i momenti di peccato e di perdono. Si potrebbero citare diversi passi, ma uno in particolare rende bene l’idea di questo amore smisurato per Dio: «Dio mi ama. È vero! Dio mi ama. Che gioia! Che consolazione! Egli mi ama di un amore così grande, così perfetto che è uguale a lui, infinito, eterno... Dio mi ama dunque con amore infinito! Ah, quanto è grande l’amore di Dio per me! Ed io che amore non dovrei avere per lui? Dovrei amarlo con amore infinito! Ma io non posso avere un amore così grande; il mio cuore non ne è capace... Io ti amerò, o mio Dio, almeno con tutto me stesso. Tu mi ami con tutto te stesso, ed io, io ti amo con tutto me stesso. Ma tu sei infinito ed io sono tanto piccolo e assai limitato, ma colui che dona tutto, dona tutto quello che può e tu sei contento; io ti dono dunque, o mio Dio, tutto in contraccambio di tutto». In queste parole sembra intravedersi un oceano infinito d’amore: si sente tutto lo smarrimento di questo “piccolo” uomo che di fronte all’immensità di Dio, si smarrisce. Ma l’importanza di questi scritti non si esaurisce solamente nella loro testimonianza storico-spirituale, perché leggendoli anche ogni fedele può ritrovarsi in essi: ed è questa la grandezza dei santi, questa capacità – seppur così alti, irragiungibili – di lasciare a noi la possibilità di ritrovarsi in loro. Nelle loro paure ed esaltazioni, nei loro pensieri più intimi.
Altri scritti fondamentali, le tante conferenze che il Murialdo tenne nell’arco della sua missione di fondatore della congregazione di san Giuseppe (19 marzo 1873): una fondazione che avvenne dopo un lungo e delicato cammino di discernimento. È più che nota la personale preoccupazione verso i giovani bisognosi della Torino dell’epoca: gli insegnamenti di san Giovanni Bosco (che potrebbe considerarsi suo maestro) erano sempre vivi nel suo cuore. Ed è su quella scia che il Murialdo si mosse. Testimonianza, le parole di queste conferenze: «Poveri ed abbandonati! Quanto è bella la missione di attendere all’educazione dei poveri! E come è più bella ancora quella di cercare, di soccorrere, di educare, di salvare per il tempo e per l’eternità i poveri abbandonati, abbandonati dal lato morale se non materiale. Come è dolce sentirsi dire con verità: “A te si abbandona il misero, dell’orfano tu sei il sostegno” (Sal 9,35). I poveri, i fanciulli e infine i peccatori erano la pupilla degli occhi di Gesù Cristo, la gemma preziosa ai suoi occhi, il tesoro preziosissimo. E i nostri giovani sono poveri, sono fanciulli e, aggiungiamo pure, talora sono ben altro che innocenti! Non appena un giovane si mostra di indole infelice, o anche perversa, di carattere indisciplinato e poco disciplinabile, restio alla educazione, orgoglioso, caparbio e stazionario nel male, o procedente anzi di male in peggio, subito ci disgustiamo, ci disanimiamo e brameremmo senz’altro che, poverino, ci togliesse ogni fastidio andandosene per i fatti suoi, lui ed i suoi vizi. Ma non dobbiamo tuttavia essere troppo facili a stancarci, a disanimarci, a disperare. (...) La loro miseria morale ci deve commuovere molto di più che non la loro miseria materiale; e invece di farci perdere troppo presto la pazienza e la speranza, ci deve animare a lavorare coraggiosi e pieni di commiserazione verso questi infelici». L’ardore per la missione e il coraggio. Questa pagina, seppur del 1869, sembra essere stata scritta l’altro ieri. Il mondo dei giovani è sempre lo stesso: molti rimangono disorientati, ancora oggi. Se non, forse, più di prima. Queste parole di san Leonardo Murialdo, allora, ben si fondono con la sfida educativa e sociale che interroga ancora oggi la Chiesa del mondo contemporaneo.
Nelle lettere ai suoi confratelli è possibile trovare tutta l’anima del Murialdo: parole dirette, colloquiali, ma mai scontate. Non sono lettere “futili”. Sono “perle” di spiritualità anch’esse. Come ad esempio quella che invia dal santuario di Lourdes il 27 agosto del 1876, indirizzate ai confratelli di Torino. Parole che rappresentano un monumento all’umiltà che solo i santi sanno veramente vivere: «Miei cari, carissimi confratelli. “Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato?” (sal 115,12). Quante volte, o confratelli, che in tanta lontananza sento essermi veramente cari, nel corso della mia vita mi toccò ripetere queste parole di Davide». Lo struggimento di Murialdo è di non essere all’altezza di ricambiare in profondità il grande amore di Dio.
E, ancora, in una lettera scritta da san Leonardo a don Eugenio Reffo (uno dei padri fondatori della congregazione giuseppina) l’11 ottobre 1880 da Chieri (Torino), mentre partecipava ad un corso di esercizi spirituali, scrive: «Ieri e questa mattina io ero distratto, dissipato e freddissimo spiritualmente; stamane il Signore cominciò a bussare e a dimostrarsi con me non dico padre, ma madre. Ma ci vuole altro, per mia vergogna. Dica di pregare e preghi, ma non per modo di dire. Lei vede quanto è necessario non solo per me, ma specialmente per la congregazione». La preghiera, fonte di ogni grazia: la preghiera, fonte per trovare la forza per la costituita congregazione. Ed è proprio una preghiera (una delle tante) che troviamo nei suoi scritti personali: «Mio Dio, aiutami nel bene che voglio compiere nel tuo nome perché da solo non posso niente. Rimani con me! Infondi nel mio cuore ciò che io desidero comunicare al cuore di ogni uomo. Dona persuasione alle mie labbra, verità alla mia voce, prudenza alle mie esortazioni, pazienza alla mia attesa, e fa’ che la tua grazia illumini il fratello nel momento stesso in cui mi ascolta. Benedici il mio apostolato del quale non voglio attribuirmi alcun successo. So di essere uno strumento indegno e che da solo sono niente, ma so che tutto è possibile se tu sei con me».
I Giuseppini del Murialdo, 150 anni sotto il manto di san Giuseppe
Il 19 marzo 1873 san Leonardo Murialdo fondava a Torino la Congregazione di San Giuseppe. Il patrocinio del padre di Gesù venne da sé, naturalmente. Da lì un carisma fondato su una vita umile, laboriosa e piena di carità, imitando lo sposo della S. Vergine. Con una missione specifica verso i giovani: «Educare per il Paradiso».

