Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
San Giustino a cura di Ermes Dovico
Gli ottocento anni di san Francesco/ 1

Francesco alter Christus: la lettura dantesca del santo patrono d'Italia

Ascolta la versione audio dell'articolo

Ottocento anni dopo la sua morte, san Francesco d’Assisi continua a suscitare un movimento di memoria, riflessione e rinnovamento spirituale. Dante ha colto perfettamente che la straordinarietà di san Francesco: un nuovo Sole, alter Christus

Cultura 01_06_2026
Dante e Beatrice introdotti a san Francesco (e san Domenico) da Tommaso d'Aquino

Ottocento anni dopo la sua morte, san Francesco d’Assisi continua a suscitare un movimento di memoria, riflessione e rinnovamento spirituale che attraversa l’Italia e il mondo.

Il 3 ottobre 1226, disteso sulla nuda terra, consegnava ai confratelli le sue ultime parole: obbedienza, carità, povertà, preghiera, amore del Signore. Era sera; per questo la Chiesa celebra il suo dies natalis il 4 ottobre, giorno della nascita alla vita eterna. Dal 1° gennaio 2026 questa data è tornata a essere festività civile nazionale, segno eloquente della centralità che la figura del Santo conserva nel patrimonio culturale italiano.

Nel frattempo, 524.415 studenti si preparano ad affrontare l’Esame di Stato, che si aprirà il 18 giugno con la prima prova scritta. È naturale domandarsi se, nell’anno dell’ottavo centenario, tra le tracce possa comparire anche un tema dedicato al Poverello d’Assisi: un’analisi del passo dantesco del Paradiso che ne celebra la vita, oppure un brano tratto dai numerosi saggi pubblicati quest’anno. Sarebbe un’occasione preziosa per invitare le nuove generazioni a confrontarsi con una figura che ha segnato la storia religiosa, culturale e linguistica del Paese.

Non sarebbe la prima volta che la Maturità propone un testo dantesco. È accaduto nel 2005 e nel 2007, quando furono assegnate terzine tratte rispettivamente dal canto XVII e dall’XI della Commedia. L’esito, tuttavia, fu scoraggiante: solo il 4-5% dei maturandi scelse la traccia dantesca, nonostante il Ministero avesse corredato i versi di note esplicative e parafrasi. Un dato che interroga ancora oggi sul rapporto tra i giovani e i grandi classici, e che rende ancor più significativa l’eventuale presenza di san Francesco tra le tracce del 2026.

Da qui muove il nostro percorso: dal san Francesco di Dante, che coglie l’essenziale del Santo e va al cuore della questione. Santo è colui che ama Cristo. Non è forse questa la domanda che il Risorto rivolge a Pietro dopo il tradimento: «Mi ami tu?». Nel Diario di un curato di campagna di Bernanos un personaggio afferma: «Io davanti alla morte non cercherò certo né di fare l’eroe né lo stoico. E se avrò paura, dirò ho paura. Ma a Gesù Cristo». Da questo rapporto con Cristo scaturisce l’unità della persona, della coscienza e del giudizio: una sola realtà investe della sua luce tutte le cose.

Da questo rapporto nasce l’amore alla vita di san Francesco: nulla c’è da censurare in Cristo, tutto il nostro male è in lui redento. Da qui sgorgano la sua umiltà — radicata nella consapevolezza della propria fragilità — e la sua letizia, che non è rimozione della fatica del vivere, ma certezza che la salvezza è possibile nonostante il nostro male, perché Cristo è sempre con noi. Da qui scaturisce la sua povertà di spirito, che si traduce nel desiderio di compiere la volontà di Dio; e da qui la sua libertà, fondata sul sentirsi sciolto dall’esito, poiché la bontà dell’agire consiste nel domandare Cristo nell’istante.

San Francesco ha vissuto la sequela come appartenenza alla Chiesa, presenza reale di Cristo nella storia.

Dante ha colto perfettamente che la straordinarietà di san Francesco deriva dal suo rapporto con Cristo. L’amore per Cristo si fa sequela, imitazione osmotica, assimilazione all’Altro. È quanto presenta san Tommaso d’Aquino, che nell’XI canto del Paradiso descrive Francesco come nuovo Sole, alter Christus, desideroso di accompagnare il Signore nella via della passione, portando con sé i segni della sofferenza.

Il domenicano seleziona pochi episodi tra l’immensa mole di aneddoti, miracoli e racconti che la tradizione ha tramandato sul Santo di Assisi. Offre una descrizione geografica essenziale e alcuni fotogrammi della sua vita. Comprenderemo ora le ragioni di tali scelte.

Anzitutto, Tommaso colloca con precisione la città natale del Santo: Assisi, posta sul versante più dolce del Subasio, tra i fiumi Topino e Chiascio. Francesco è stato per il mondo un nuovo Sole; per questo, afferma Tommaso, quel luogo dovrebbe chiamarsi non più ascesi (salita), ma Oriente, luogo della nascita del Sole. Per l’uomo medievale vale il principio nomina sunt consequentia rerum: i nomi riflettono la natura delle cose. Tommaso vuole dunque presentare Francesco come figura di Cristo, Sole dell’umanità. Non è un caso che la nascita del Signore coincida con la festività romana del Sol invictus (25 dicembre).

Anche nella scelta delle tappe fondamentali della vita del Poverello, Tommaso privilegia episodi che lo configurano come immagine luminosa di Cristo sulla Terra. Qui entra in gioco il concetto di figura, o interpretazione figurale. Il filologo tedesco Auerbach (1892–1957) scrive: «L’interpretazione figurale stabilisce fra due fatti o persone un nesso in cui uno di essi non significa soltanto se stesso, ma significa anche altro, mentre l’altro comprende o adempie il primo. I due poli della figura sono separati nel tempo, ma si trovano entrambi nel tempo, come fatti o figure reali».

Gli eventi dell’Antico Testamento prefigurano quelli del Nuovo: l’antica Pasqua ebraica, memoria della liberazione dall’Egitto, è figura della Pasqua cristiana, memoriale della Risurrezione e della liberazione dal peccato e dalla morte. L’interpretazione figurale si estende anche alle persone e agli eventi dell’età cristiana: ciascuno di noi è figura dello status animarum post mortem, della condizione dell’anima nell’aldilà. Il concetto di figura è dunque decisivo per comprendere la visione cristiana della storia, le Scritture e la stessa Divina Commedia.

San Francesco è figura di Cristo: chi incontrava lui, incontrava in qualche modo il Signore. Per descriverlo in questa prospettiva, Tommaso ricorre a immagini di un’audacia mai sperimentata prima nel poema. Racconta le «vicende sentimentali» del Santo, che si sarebbe addirittura sposato con la stessa donna che fu compagna di Cristo. Per chi non cogliesse subito la metafora, il tono potrebbe perfino apparire ardito, quasi blasfemo. Ma è proprio in questa audacia che si rivela la profondità della lettura figurale: Francesco è lo sposo della Povertà, come Cristo lo è della Chiesa.

Nella prossima puntata approfondiremo il san Francesco di Dante.