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San Gerardo Maiella, trecento anni del “pazzarello” di Dio

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Ricorrono in questi giorni tre secoli esatti dalla nascita e dal battesimo del santo della Basilicata. Folle agli occhi degli uomini, ma di quella "follia" che lo accomunava a Francesco d'Assisi e a tutti coloro che hanno seguito il Signore con un desiderio ardente e radicale.

Ecclesia 23_04_2026

«La santità di Gerardo nel terzo millennio ci richiama al Vangelo del Signore, vissuto per strada, tra le fragilità e le speranze, incarnato nei segni della sofferenza e delle privazioni che colpirono le nostre genti e continuano a segnare la nostra storia. La cura e la custodia della piccolezza del cuore lo fecero assomigliare ai “Poveri di Dio”, di cui le pagine bibliche ci offrono numerosi esempi. La sua maturità interiore s'impresse in modo indelebile nella memoria del popolo di Dio il quale comprese che, Gerardo “pazzarello” agli occhi degli uomini, fu il “folle innamorato di Dio” agli occhi suoi. Il desiderio della santità non come alienazione ma come relazione profonda con il Dio di Gesù Cristo e con il prossimo, divenne la motivazione per eccellenza che accarezzò e consolò il cuore di Gerardo». Sono parole di monsignor Davide Carbonaro, arcivescovo di Potenza - Muro Lucano - Marsico Nuovo e presidente della Conferenza Episcopale di Basilicata, contenute nella sua Lettera in occasione del Terzo centenario della nascita di san Gerardo Maiella.

In questi giorni ricorre un doppio anniversario per il santo della Basilicata: il 6 aprile scorso, è stato celebrato quello della nascita mentre oggi, 23 aprile, quello del suo Battesimo. Trecento anni sono tanti, tantissimi. Eppure san Gerardo Maiella sembra davvero vivere nel nostro oggi così tumultuoso e pieno di paure. San Gerardo che si era abbandonato, in tutta l’esistenza terrena, completamente a Dio, ci insegna proprio questo: a fidarci del Signore. Il volto giovane, bello, delicato, e soprattutto puro, dona a chi lo contempla una sensazione di pace: ci si perde in quello sguardo rivolto al Signore. Uno sguardo che parla a Dio, di Dio.

Ma perchè questa definizione così particolare, “pazzarello”? Perché la follia, quella sana e giusta, è di tutti i santi uomini e le sante donne di Dio: lo afferma la storia. Basterebbe guardare al santo italiano per eccellenza, Francesco d’Assisi, oppure a figure lontane geograficamente come santa Ildegarda di Bingen. Nel cuore di san Gerardo Maiella, troviamo tutto l’ardore giovanile dedito a Dio e ai fratelli. Lo sapevano bene i suoi compagni d’infanzia, i suoi genitori, chiunque lo incontrava: un ragazzo “speciale” perché nella sua mente vi era solo spazio per la preghiera e la lode al Signore. Poco gioco e tanta preghiera. Nato in una famiglia povera, ha conosciuto subito il valore e il sudore del lavoro: dopo la morte del padre, fu avviato alla professione di sarto, la stessa del padre. Venne assunto, allora, come apprendista: qui nella bottega conobbe ingiurie e maltrattamenti.

Ma Gerardo come rispose a tutto questo? Con il silenzio. Un silenzio che tanto ricorda quello di Gesù di fronte a Pilato: nessuna risposta, ma solo affidamento a Dio.  Arriva un momento in cui potrebbe anche mettersi in proprio, ma decide un altro lavoro, ancora più umile: quello di domestico nella casa del vescovo di Lacedonia, un comune vicino Avellino. Ancora una volta, anche in questo caso, sperimentò l’asprezza del lavoro: il vescovo non era caritatevole, anzi il Vangelo lo aveva proprio dimenticato. Gerardo in silenzio continuava a lavorare. Alla morte del vescovo, avvenne il ritorno nella sua Lucania dove aprì finalmente una propria bottega: ma il lavoro non gli interessava poi così tanto perché la strada scelta dal Signore era un’altra. Il suo tempo piuttosto che passarlo tra forbici e aghi, decise di passarlo tra il tabernacolo e la strada in mezzo ai poveri a cui donava i suoi guadagni invece di alimentare l’economia familiare: il suo desiderio di seguire il Signore si faceva sempre più radicale.

Una scelta che non venne compresa dalla madre che cercò in tutti i modi di farlo desistere, ma inutilmente: la voce di Dio è sempre più potente di ogni deterrente. E allora avvenne l’impossibile: Gerardo decise di scappare da casa. Il biglietto che lasciò sul comodino era un chiaro messaggio: «Vado a farmi santo». Più chiaro di così? Un biglietto che confermava ciò che abitualmente diceva a chi incontrava: «Che ci stiamo a fare qui se non ci facciamo santi?». Parole che non erano solo un invito per i ragazzi di ieri, ma di oggi, se ci pensiamo bene. Un invito a tutti: questa è l’attualità di san Gerardo Maiella, l’aver compreso che la santità è aperta a tutti. Unica via per raggiungerla, però, è quella di fare la volontà di Dio.

E la volontà di Dio, per san Gerardo, non si palesa subito perché prima approdò presso i frati Cappuccini che risiedevano vicino al suo paese. Ma nulla, troppo gracile per essere accolto. Poi, ecco farsi strada la “sua strada”: i Redentoristi, la neonata congregazione fondata da sant’Alfonso Maria de’ Liguori nel 1732. Con loro si creò subito un legame profondo soprattutto grazie a quel carisma precipuo della congregazione: adorazione della Passione e morte di Cristo. Il santo, infatti, ancora oggi è molte volte rappresentato con in mano un crocifisso. Nelle piaghe del Cristo crocifisso, le sue, quelle di san Gerardo: imitazione e contemplazione, desiderio di essere come il Maestro, nella vita di tutti i giorni, nella vita contemplativa.

Ma il ritratto non sarebbe completo se non si facesse riferimento a un carisma del santo: quello di essere protettore delle donne partorienti e dei bambini. E, in questo caso, davvero il santo diviene quanto mai attuale. Il suo rapporto con le madri in attesa di un bambino fu carico d’amore fraterno: una parola di conforto, di speranza, di fiducia, in magari momenti in cui l’attesa diveniva anche motivo di preoccupazione. E oggi, in un tempo in cui la vita fin dal suo concepimento troppo spesso viene trascurata, o meglio addirittura vilipesa, san Gerardo Maiella diviene un faro per la Chiesa e la società contemporanea.

Vengono così in mente due dei più famosi episodi miracolosi della sua brevissima esistenza. Il primo: Gerardo lascia la casa di alcuni amici, una bambina lo chiama perché aveva dimenticato il suo fazzoletto. Gerardo però non lo vuole prendere perché dice alla piccola che in seguito le sarà di aiuto. La bambina, allora, conserva gelosamente questo pezzo di stoffa nelle sue “cose” più care. Gerardo aveva ragione: divenuta donna, in attesa di un bambino, porta avanti una gravidanza difficile. Ed è allora che ricorda le parole del giovane amico. Chiede che quel fazzoletto le venga posto sopra il ventre. Miracolosamente il bambino riesce a vivere: parto felice e bambino sano. Altro episodio: l’incontro, nel gioco, con il Bambino Gesù. Gerardo si trovava nel suo paese natale, Muro Lucano. Era solo un bambino. Vuole donare il pane al Bambino Gesù, in braccio alla Madre delle madri, la Vergine Maria. Ed è allora che il Bambino Gesù scende dalle braccia della Vergine e si mette a giocare con lui. Un episodio che desta ancora oggi un sentimento di simpatia e di vicinanza a questo santo-bambino che, fra i bambini e con i bambini, ha amato tanto suo Padre,  Dio, Padre di tutti.