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MEDIO ORIENTE

Libano, siglato il cessate-il-fuoco. Ma nessuno ci crede

Siglato a Washington un accordo per il cessate-il-fuoco in Libano. Ma è un atto formale a cui nessuno crede. Hezbollah non accetta la tregua, finché Israele non si sarà ritirato del tutto dal territorio libanese. E Israele si riserva il diritto di rispondere a ogni successivo attacco di Hezbollah. Nel frattempo la guerra continua e anche un casco blu di Unifil è morto.

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Esteri 05_06_2026
Bombardamenti nel sud del Libano, mentre la gente va al mare (AP)

Dalle trattative di Washington tra governo libanese e Stato Ebraico è scaturito all'alba di giovedì un accordo che prevede una proroga del Cessate il fuoco, peraltro meramente nominale, in vigore dal 17 aprile scorso.

Nonostante l'apparente buona notizia, il Paese dei Cedri continua ad essere colpito senza sosta dagli attacchi dell'esercito israeliano. Sono 34 i raid dell'IAF (l'aviazione israeliana, ndr) sulla valle della Bekaa e sul sud del Paese registrati nelle ore successive all'annuncio. Risultato: sei persone uccise in due diverse località nella sola mattina di giovedì. Nel pomeriggio, sono state colpite altre decine di località nel sud, tra cui la città di Tiro (3 morti). Frattanto, alcune divisioni di IDF si sono ritirate dai villaggi di confine di Blat e Dibbine, lasciando campo libero all'esercito regolare libanese; l'accordo prevede infatti “in una prima fase” l'avvicendarsi dei due eserciti in alcune “zone pilota” “prive di elementi di Hezbollah”. Questa prima fase dovrebbe condurre a un nuovo round di trattative, da tenersi a Washington il 22 giugno, e sarebbe condizionata ad un immediato Cessate il fuoco da parte della milizia sciita.

Del ritiro completo e definitivo delle truppe israeliane dal Libano, a Washington non si è nemmeno discusso; il Ministro della Difesa dello Stato Ebraico Israel Katz ha dichiarato che IDF continuerà le operazioni di terra in Libano durante questa prima fase e che l'esercito israeliano resterà all'interno della “Zona di difesa avanzata” stabilita dallo Stato Ebraico nel Paese dei Cedri, “compresa l'area del Castello di Beaufort”. Katz ha ribadito che manterrà la sua “libertà di azione militare” contro il Libano, sottolineando che Israele “ha diritto di attaccare Beirut” con il supporto degli Usa, in risposta a ogni minimo attacco contro il suo territorio.

Di rincalzo Avichay Adrae, il portavoce di IDF in lingua araba, ha messo in guardia gli abitanti delle località occupate da IDF dal tornare nelle proprie case, ordinando loro di restare a nord del fiume Zahrani “fino ad ulteriore comunicazione”.

Dal canto suo Hezbollah continua a impegnare IDF in territorio libanese e a lanciare razzi sul nord di Israele - segnatamente nella giornata di giovedì le sirene di allarme sono suonate a Kirvat Shmona, ovest della Galilea, e a Shlomi, appena dopo una visita di Netanyahu.

L'anziano leader del Partito di Dio Naim Qassem ha dichiarato che “la milizia sciita “rifiuta i negoziati”, ai quali peraltro non è mai stata invitata, e chiede «il ritiro immediato delle truppe israeliane dal Libano, il ritorno degli sfollati alle loro case e la ricostruzione del Paese». Qassem ha dichiarato che il "cosiddetto Cessate il fuoco", inteso come la cessazione delle ostilità da parte di Hezbollah e il ritiro dei suoi combattenti dal confine con Israele significherebbe “una resa incondizionata” ed esaudirebbe in toto “i desideri di Israele”. Secondo Qassem i negoziati sarebbero “umilianti e rovinosi per il Libano”, oltre che “invisi alla maggioranza dei libanesi”.

In effetti persino il capo della delegazione libanese a Washington, il diplomatico di lungo corso Simon Karam, figura rispettata e aliena da simpatie per la milizia sciita, dopo aver tentato inutilmente di far valere le ragioni del Libano ha lasciato il tavolo e sospeso le trattative; le ha riaperte il Segretario di Stato Usa Marco Rubio grazie al quale, secondo il Presidente libanese Joseph Aoun, infine l'accordo è stato siglato.

Le vittime di IDF dal 2 marzo, secondo l'ultimo aggiornamento del Ministero libanese della Salute Pubblica, sono 3526, tra cui un peacekeeper del contingente serbo di Unifil, vittima di un colpo di mortaio nei pressi di Dibbine; poco dopo l'episodio, in cui sono rimasti feriti altri due Caschi Blu, IDF ha però attribuito la responsabilità dell'attacco a Hezbollah, che avrebbe colpito intenzionalmente la postazione di Unifil.

Mentre si parla di “implementazione dell'accordo”, la situazione in Libano resta grave ed è divenuta, se possibile, ancora più complessa; è facile immaginare che a rendere le “zone pilota” previste dall'accordo “prive di effettivi di Hezbollah” penseranno nuovi attacchi dell'esercito israeliano. Nulla di nuovo, dunque. Il Paese frattanto agonizza e la situazione umanitaria - con l'aumento degli sfollati e dei feriti, i danni agli ospedali e alle strutture sanitarie (ultimo in ordine di tempo, l'ospedale Jabal Amel di Tiro, colpito due giorni fa da IDF) è al collasso.