Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
San Leonida di Alessandria a cura di Ermes Dovico
IL QUADRO

Polonia: le purghe del governo Tusk, con l’avallo di Bruxelles

Ascolta la versione audio dell'articolo

Il ministro della Giustizia, Adam Bodnar, ha cominciato le purghe sostituendo illegalmente il procuratore nazionale e cercando di irrompere con la forza nei suoi uffici. Nel mirino c’è anche il presidente Andrzej Duda. E l’UE approva.

Esteri 31_01_2024
Adam Bodnar e Didier Reynders (foto AP/LaPresse)

In nemmeno 50 giorni il nuovo governo polacco di Donald Tusk e i suoi ministri hanno portato alla più grave crisi costituzionale nella storia della Terza Repubblica Polacca. I radicali polacchi che si proclamano “europei” s’impadroniscono dello Stato e delle sue istituzioni usando il metodo dei fatti compiuti e facendosi scudo con le istituzioni dell’Unione Europea e le organizzazioni internazionali. Tutto questo era stato preparato da tempo: senza suscitare scalpore alcuni avvocati e giornalisti scrivevano articoli e libri giustificando in anticipo l’eventuale politica della forza e della violazione della Costituzione in nome del «ripristino dello Stato di diritto».

Poco dopo essere stato eletto alla carica di presidente del Consiglio, Tusk ha dichiarato in una conferenza stampa che la nuova coalizione di governo avrebbe obbedito alla legge, «come la intendiamo noi». Era un annuncio per dire che il criterio, per valutare se qualcosa è lecito o meno, non sarebbe stato più fondato sulla Costituzione, le leggi e le istituzioni giudiziarie, ma sulla maggioranza parlamentare. La “dottrina Tusk” basata sulla conformità alla legge «come la intendiamo noi» è diventata una linea guida per le azioni dei vari rappresentanti del governo contro lo Stato di diritto. È stato coniato anche il concetto di «periodo transitorio», durante il quale si può agire contro le leggi vigenti in attesa d’introdurre «soluzioni legislative adeguate». Perciò, violando le leggi, il ministro della Cultura ha licenziato i vertici dei media pubblici: la televisione, la radio, l’agenzia di stampa polacche e i loro consigli di vigilanza, iniziando il processo di “occupazione” illegale dei media pubblici.

Ma in questo «ripristino dello Stato di diritto» il ruolo centrale lo svolge il ministro della Giustizia, Adam Bodnar, che ha cominciato il processo delle purghe nella Procura nazionale. Il ministro ha adottato misure che non hanno fondamento giuridico, per licenziare il procuratore nazionale Dariusz Barski. Secondo il ministro, Barski era stato nominato illegalmente alla carica, e quindi è un pubblico ministero in pensione; perciò Bodnar ha nominato Jacek Bilewicz procuratore nazionale facente funzione (ad interim per due mesi). Gli avvocati sottolineano che il regolamento non prevede una carica “facente funzione”, perciò Bodnar ha inventato illegalmente una funzione non prevista dalla legge. Ma la cosa più scioccante è il fatto che il ministro e il procuratore “ad interim” Bilewicz stavano cercando di irrompere negli uffici del procuratore nazionale con l’aiuto della polizia penitenziaria che dipende dal Ministero della Giustizia. È un fatto inaudito: ci troviamo di fronte ad un’anarchia colossale provocata da una persona che dovrebbe vigilare sull'ordine giuridico della Repubblica di Polonia e che invece viola l'ordine costituzionale e attacca la Procura nazionale.

In risposta alle mosse del ministro, i vice procuratori generali in una lettera indirizzata al presidente della Corte d'appello di Varsavia, al presidente del Tribunale distrettuale di Varsavia e ai capi di tutti i servizi che collaborano con la Procura, sottolineano che tutte le lettere inviate dal procuratore Bilewicz, che svolge illegalmente le funzioni di procuratore nazionale, non hanno valore giuridico e sono inefficaci. E si tratta di questioni importantissime: l'efficacia della nomina dei pubblici ministeri e, soprattutto, le «decisioni sull’arresto temporaneo, sull’estensione delle indagini, sull’interruzione dei procedimenti e sulle decisioni relative alle ispezioni operative». Annotano i sostituti procuratori generali: «Il procuratore nazionale è Dariusz Barski, che non è stato licenziato secondo la procedura prevista dalla legge sulla Procura, che richiede il consenso del Presidente della Repubblica di Polonia». Anche la Procura regionale di Varsavia sta conducendo un'indagine sulle azioni del ministro della Giustizia volte a rimuovere Barski dalla carica di procuratore nazionale.

L’ex viceministro della Giustizia, Michal Woś, parlando dell’irruzione negli uffici del procuratore nazionale ha detto che il ministro della Giustizia voleva sequestrare con la forza «la documentazione relativa ai procedimenti giudiziari» e tentare di «stoppare le indagini condotte contro l'illegalità del nuovo governo». Tutto questo per «attuare il piano di Tusk». Ma siamo solo all’inizio dell’occupazione dello Stato da parte della coalizione liberal di sinistra: nel mirino si trova adesso lo stesso presidente Andrzej Duda, che ha annunciato chiaramente che non permetterà di violare la legge e per difendere lo Stato di diritto utilizzerà il suo potere di veto.

Va segnalata un'affermazione del professor Marek Chmaj, che ha ammesso che a suo avviso esiste la possibilità di destituire il presidente prima della fine del suo mandato. Chmaj divenne tristemente famoso per le sue affermazioni secondo cui «il sistema della Repubblica di Polonia prevalente negli anni 1944-1990 non può essere definito totalitario». Insomma, secondo lui, il regime comunista in Polonia non era totalitario. Questo non può meravigliare se teniamo conto del fatto che, come hanno scoperto certi giornalisti, Chmaj da studente divenne membro dell'Unione della Gioventù Socialista Polacca e nel 1989 vinse il concorso nazionale che riguardava il partito comunista polacco (che usava il titolo eufemistico: Partito Unito Polacco dei Lavoratori).

Nel programma elettorale della coalizione di Tusk c’è stata anche l’idea di mettere il presidente della Repubblica di Polonia davanti al Tribunale di Stato. L'ex giudice del Tribunale costituzionale, Jerzy Stępień, conosciuto per la sua simpatia per il partito di Tusk, ha annunciato apertamente: «Credo che durante questo mandato del Parlamento (Sejm) dovrebbe cominciare la procedura per mettere il presidente Duda davanti al Tribunale di Stato». Più chiaro di così!

Ma chi c’è dietro il piano del «ripristino dello Stato di diritto» in Polonia? Si può capirlo analizzando certi fatti. Prima di tutto la visita a Varsavia del commissario Didier Reynders e in precedenza di Věra Jourová, che mostrano il sostegno dell’UE al governo Tusk. Non importa che proprio in quel periodo il ministro della Giustizia polacco irrompeva negli uffici del procuratore nazionale. Invece recentemente in Polonia è arrivato Marco Buschmann, ministro della Giustizia nel governo Scholz, per congratularsi con Bodnar del suo insediamento a ministro della Giustizia. Ma il ministro polacco è in carica già da più di cinque settimane: allora, più che per congratularsi, si è trattato di far capire che Tusk e i suoi alleati hanno, da Berlino e da Bruxelles, “la licenza per riprendersi il Paese”. Ma nasce una domanda: tutti in Europa sono d’accordo con queste violazioni delle leggi e della Costituzione in Polonia? Perché nessuno protesta?



CATTOLICI POLACCHI

Polonia, la Chiesa si ribella alle leggi abortiste di Tusk

30_01_2024 Luca Volontè

Il governo Tusk mira a espandere l'aborto, chimico e chirurgico, abolendo di fatto l'obiezione di coscienza. Insorgono i partiti centristi e la Chiesa.

LA VENDETTA DI TUSK

Polonia ad alta tensione, Ue complice della svolta autoritaria

15_01_2024 Luca Volontè

In Polonia Donald Tusk e la sinistra al governo perseguono la loro vendetta totale nel tentativo di abbattere il nemico politico, civile e sociale rappresentato non solo dai conservatori del PiS, ma anche dalla società cristiana del paese. Silenziata sui media pubblici l'imponente manifestazione di protesta a Varsavia. 

EUROPA

La “nuova” Polonia nasce anti-cattolica

15_12_2023 Paweł Lisicki

Formato il nuovo governo del primo ministro Donald Tusk all’insegna dell’agenda di Bruxelles: perdita di sovranità, ecologismo, diritto all’aborto e diritti LGBTQ+.