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CRISI POLITICA

Politici avanti al centro! Lontano dal Paese reale

Come ogni volta che si avvicinano le elezioni, si torna a parlare di centro. Un gruppo eterogeneo di politici che va da Toti a Tabacci, da Di Maio a Calenda, vuole aggiudicarsi la posizione del centrista. Ma il "centro" è un concetto vuoto. E Draghi, sempre meno popolare, ne ha bisogno? Intanto i problemi degli italiani sono reali e urgenti.

Politica 13_07_2022
Bruno Tabacci

Rischiamo di restare senza gas, l’inflazione galoppa, le imprese fanno fatica a pagare le materie prime e le bollette. Inoltre, per colpa del reddito di cittadinanza, molte aziende non trovano manodopera. L’incertezza regna sovrana, famiglie e imprese sono sedute su una polveriera. La gioia delle vacanze sta anestetizzando almeno per ora la protesta generalizzata che, però, in autunno potrebbe esplodere con intensità imprevedibile.

La gente non si fida più della politica, l’indice di gradimento dei principali leader è in forte discesa, anche quello del premier Mario Draghi (lo ha rivelato nei giorni scorsi la sondaggista Alessandra Ghisleri, parlando di vera e propria caduta libera per l’inquilino di Palazzo Chigi, con 12 punti in meno circa, dal 58 al 46), e l’astensionismo dilaga, come hanno dimostrato le elezioni amministrative di qualche settimana fa.

Certo è che la politica ci mette tanto del suo per distaccarsi sempre di più dai bisogni reali dei cittadini, alimentando discussioni frivole e sterili su temi di nessuna importanza per l’opinione pubblica. Le disquisizioni più imbarazzanti e, vista la gravità del periodo, perfino offensive per la collettività riguardano la rinascita del centro. Ogni volta che si avvicinano le elezioni politiche si torna a parlare di nuovo centro, di polo moderato, di schieramento centrista. Tutte espressioni ormai consunte, legate a un vecchio modo di fare politica che provoca disappunto, quando non disgusto in ampie fasce di popolazione.

C’è chi addirittura vorrebbe resuscitare la Democrazia Cristiana, sostenendo il ritorno al sistema elettorale proporzionale e sottolineando l’importanza di avere una forza politica moderata che ricordi la defunta Balena Bianca e che possa stabilizzare il quadro politico. Sembrano lontane anni luce le battaglie post-Tangentopoli per affermare, attraverso leggi elettorali di tipo maggioritario, un bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra. Solo con Silvio Berlusconi e Romano Prodi abbiamo vissuto una stagione di vera alternanza tra due poli contrapposti, ma già da una decina d’anni a questa parte siamo ripiombati nell’anomalia di governi tecnici e di vere e proprie “insalate russe” che tengono in vita esecutivi guidati da personalità non elette e non rappresentative delle scelte dell’elettorato.

Il “draghismo”, seppure molto acciaccato a causa dei numerosi errori commessi dall’attuale governo su molti fronti, rappresenta proprio l’ennesimo tentativo di riprodurre il vecchio schema della melassa centrista con tutti dentro, uniti dal potere ma senza una visione politica che vada al di là della cieca fedeltà al Patto atlantico e all’Unione europea, anche a costo di accondiscendere in maniera acritica ad ogni determinazione assunta a Washington o a Bruxelles.

Ma la gente è ansiosa di stare meglio, di vedere una prospettiva rassicurante dopo l’estate e invece sente parlare di centri e centrini, quasi che il futuro del Paese possa dipendere dalla geometria. Il centro è un concetto vuoto, il moderatismo è un approccio alle cose, non un insieme di contenuti racchiudibili in un programma politico. Tutti i partiti che appoggiano Draghi, e sono la maggioranza, possono definirsi moderati perché rinunciano ad alzare la voce per paura di essere zittiti. Eppure torneranno a dividersi di qui a poco in campagna elettorale.

E allora che senso ha parlare di nuovo centro e di polo centrista? Nessuno. Anche perché i soggetti che ne parlano sono i meno titolati a parlarne, provengono tutti da altri partiti e somigliano a generali senza truppe, privi di consenso popolare e animati solo da una invincibile brama di potere e da un avviluppante istinto di sopravvivenza e autoconservazione, oltre che da una spiccata attitudine al litigio. Un rassemblement che andasse da Clemente Mastella a Giovanni Toti, da Luigi Di Maio a Matteo Renzi, da Carlo Calenda a Bruno Tabacci che coerenza potrebbe avere? E, soprattutto, quale forza attrattiva potrebbe emanare nei confronti di un elettorato stanco, deluso, disorientato, preoccupato, pronto a scendere in piazza se la qualità della vita dovesse ulteriormente peggiorare? I voltafaccia dei quali tutti quei soggetti si sono macchiati nel corso della loro breve o lunga carriera politica non rappresentano il loro miglior biglietto da visita per non considerarli affidabili e in grado di salvare il Paese dalla tempesta che sta per arrivare? Può Mario Draghi pensare di rimanere in sella anche nella prossima legislatura, ove fosse interessato a farlo, affidandosi a questo ceto politico?

La popolazione assiste dunque attonita a questa girandola di sigle, slogan, partitini che rivendicano una collocazione centrista, quasi fosse un passepartout per essere votati. L’impressione è che il Paese reale sia già altrove, con altre aspettative, altre visioni, altre idee e che non veda l’ora di esprimerle con il voto. Forse qualcuno dei sedicenti moderati centristi l’ha capito e infatti teme fortemente le urne anticipate.