• IL FENOMENO

Messe in streaming, così il sacro è profanato

L’uso, seppur con buone intenzioni, degli strumenti tecnologici (telecamere, microfoni, fari, ecc.) nelle celebrazioni liturgiche ha progressivamente intaccato il silenzio e mistero sacro. Si è perso di vista, anche per il concorso della riforma liturgica, che le Messe sono coram Dio, non un set. Questa tendenza si è aggravata con le Messe in streaming: potevano forse aiutare durante le chiusure forzate, ma ora non hanno più senso.

Qualche anno fa, il cardinale Robert Sarah aveva proposto alcune riflessioni sulla presenza disturbante dei microfoni nelle celebrazioni liturgiche. Il microfono è infatti diventato un elemento che finisce inevitabilmente per ridurre o distruggere il silenzio sacro. Non solo. Il microfono è di fatto ormai pacificamente diventato un protagonista delle celebrazioni: si ripetono delle parti quando ci si accorge che è spento; si lascia il presbiterio per accendere il microfono e regolarne i volumi; ci si orienta verso il microfono e si assumono un tono di voce e una cadenza da recitazione; si tiene il microfono in mano, in barba alla gestualità liturgica, etc.

Che lo si voglia o no, anche con le migliori intenzioni, la presenza di uno strumento di amplificazione ha comportato delle lente ma progressive modifiche nelle celebrazioni liturgiche, sempre più orientate a che “la gente senta”. E di buona intenzione in buona intenzione, il silenzio sacro, già fortemente danneggiato dalla riforma liturgica, è letteralmente sparito, ucciso dalle continue parole, oltretutto amplificate. E con il silenzio se n’è andata la percezione della Presenza di Dio; la continua parola del celebrante, (in)opportunamente amplificata, invade lo spazio sonoro, non lasciando quasi più nulla che favorisca il senso del mistero.

Qualcosa di simile è accaduto con l’illuminazione artificiale. Anziché cercare di custodire la meraviglia mistagogica suscitata dal chiaro-scuro della luce naturale e di quella delle candele, anziché rispettare alcuni principi dell’illuminazione delle chiese (quale, per esempio, la maggiore luminosità del presbiterio rispetto alla navata), ovunque e sempre abbiamo le chiese illuminate a giorno, spesso con fastidiosissime e fredde luci bianche.

Adesso, nell’era postpandemica, l’invasione di strumentazione per la registrazione e la trasmissione delle celebrazioni. Che dire? Mi pare che la sobrietà sia il minimo segnale di rispetto del luogo e delle celebrazioni sacre. Un conto è porre in un luogo discreto una telecamera che possa riprendere la celebrazione così com’è, un altro è porre telecamere, microfoni, fari, etc., che trasformano la chiesa in un set cinematografico e l’azione sacra in una ripresa televisiva.

Giorno dopo giorno, il celebrante e i fedeli perdono di vista che la celebrazione avviene coram Deo et Angelis eius, e non al cospetto degli spettatori e delle telecamere. Il primo colpo è stato dato dalla celebrazione cosiddetta verso il popolo, che ha trasformato l’altare in un palcoscenico; ma il Miserere per quell’errore, che ancora paghiamo, rischia di diventare un Requiem per le celebrazioni defunte, se rafforziamo questo senso di spettacolo con le telecamere e altro armamentario correlato.

E poi, perché trasmettere le Messe? Nel periodo di chiusura forzata, poter seguire una Messa in streaming poteva forse aiutare a mantenere nella giornata un appuntamento di preghiera e una sorta di collegamento con gli altri cristiani. Era in qualche misura un conforto, che tuttavia non poteva in nessun modo essere considerato un modo per partecipare alla Messa. Ora che in chiesa si può e si deve andare, perché continuare queste trasmissioni? Pur con l’intenzione pastorale di aiutare i fedeli, si sta provocando un vero disastro. Perché la liturgia, per la sua stessa natura, richiede una presenza fisica, (normalmente) in un luogo ad essa dedicato, un coinvolgimento dei cinque sensi, oltre che dell’intelligenza e della volontà; è il principio dell’Incarnazione del Verbo, prolungato nell’economia sacramentale, a esigere che l’uomo, anima e corpo, prenda parte alla celebrazione liturgica.

La liturgia richiede di lasciare uno spazio e un tempo profani (parola che non indica qualcosa di cattivo), per entrare nello spazio e nel tempo sacri, cioè separati dal mondo della profanità perché dedicati a Dio. Questo movimento fondamentale è completamente annullato nelle “messe in streaming”. Anzi, si assiste al movimento contrario: è l’azione sacra ad entrare snaturata e impoverita dallo schermo in un contesto “familiare”. La liturgia sacra può essere ormai “seguita” ovunque, e in qualunque situazione: mentre siamo in pantofole, in costume, in pigiama; mentre stiamo girando la minestra o finendo di apparecchiare la tavola; nella sala da pranzo, al bagno o in automobile. Realtà che le persone candidamente ammettono. Il minimo che si possa dire è che lo schermo non è il mezzo adeguato per la partecipazione alla liturgia della Chiesa. E che una Messa seguita davanti allo schermo non equivale a partecipare a una Messa.

C’è poi un problema nel problema. La trasmissione delle Messe ormai avviene per lo più in una modalità da studio televisivo. Inquadrature, primi piani, sovrimpressioni, etc. creano di fatto una prospettiva assolutamente nuova per il fedele. Se si riflette un attimo, si comprende che un fedele presente in chiesa è collocato in una posizione pressoché uniforme, senza poter attivare la funzione di zoom sul sacerdote, sui vasi sacri, su un certo gruppo di fedeli. Nel 1953, il grande filosofo cattolico Josef Pieper, sconvolto dalle prime messe in onda dei Sacri Misteri, scrisse qualcosa che, allora come oggi, potrebbe apparire come un’incapacità di adeguarsi ai tempi o di servirsi di tutti i mezzi leciti per diffondere il Vangelo. «Chiunque osi fotografare il volto di una persona mentre è immersa nella preghiera o mentre da credente riceve il Corpo di Cristo, e non a caso o di sfuggita (come può capitare talvolta in occasioni speciali), ma intenzionalmente come parte di un piano; chiunque [...] presume di esporre i fedeli alla telecamera in una situazione del genere deve sapere che sta commettendo in tal modo un atto di profanazione che differisce solo per grado dal rendere pubblico con mezzi cinematografici una nascita, una morte o un atto di riproduzione» (“On the TV Transmission of Mass (1953)” in Traditional Truth, Poetry, Sacrament, 2019, 196).

Pieper era ottimista. Non immaginava che sarebbe arrivato un tempo in cui mettere sotto gli occhi di tutti i momenti più sacri e intimi della vita dell’uomo sarebbe divenuta la normalità. E probabilmente, in un contesto dove ogni minuto della nostra vita viene messo sui social, questo testo così profondo verrà solo deriso. Ma non per questo è meno vero. Il momento più sacro, più intimo nella relazione tra Cristo e la sua Chiesa, che avviene proprio nella celebrazione dei Sacri Misteri, e in particolare nel cuore della Messa, viene ormai violato dallo “sguardo” delle telecamere. Tutto è sul palco pubblico della rete e dello streaming; tutto, e nel dettaglio, è reso accessibile allo sguardo umano, non solo del fedele, ma di chiunque abbia semplicemente voglia di collegarsi. Siamo arrivati al sommo grado e alla più ampia estensione della desacralizzazione. Quali frutti ne potranno venire, non è difficile da immaginare.

 

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