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GOLFO

Regime change in Iran: mossa di Trump nella partita con la Cina

Che conclusioni trarre dal blitz del 28 febbraio in Iran? È stato seguito il modello di intervento venezuelano (decapitazione del vertice) e può essere eliminato un altro alleato di Cina e Russia. 

Esteri 02_03_2026
Manifestazione pro-Trump della diaspora iraniana (AP)

Dopo un lungo periodo di apparente stallo, alla fine è arrivato il colpo che molti si attendevano, e che le opposizioni iraniane al regime degli ayatollah da quasi due mesi invano avevano chiesto a Donald Trump. Con l'operazione "Epic Fury/Ruggito del leone", gli Stati Uniti e Israele hanno decapitato in un colpo solo i più alti gradi della dittatura teocratica islamista di Teheran, a cominciare dall'uccisione della Guida suprema, l'ayatollah Khamenei, al potere da quasi mezzo secolo: il più longevo – e feroce – dittatore del mondo intero. E hanno iniziato una serie di attacchi alle capacità militari iraniane, che verosimilmente è soltanto all'inizio e continuerà nei prossimi giorni e settimane.

Nonostante i ripetuti round di trattative svoltesi tra gli americani e il regime iraniano nelle scorse settimane, era evidente che Trump stava giocando con il vertice di Teheran come il gatto col topo: mettendolo all'angolo con richieste perentorie e radicali che esso avrebbe quasi certamente respinto, e parallelamente lavorando per circondarlo militarmente e attendendo la finestra di opportunità migliore per attccarlo con la massima precisione chirurgica, e infliggere il massimo dei danni con la minima compromissione delle forze armate staunitensi, e senza boots on the ground. La finestra di opportunità, appunto, si è presentata la mattina del 28 febbraio, quando – evidentemente ancora grazie a "talpe" infliltrate nel regime – è stato individuato il luogo e il momento di una riunione ai massimi livelli, che consentiva di cogliere il massimo dei "piccioni" in un colpo solo.

La prima considerazione da fare riguardo alle modalità dell'offensiva israelo-statunitense è che essa segue, per il momento, quasi alla lettera lo schema "venezuelano" già sperimentato da Trump. Quello, appunto, della "decapitazione" del regime nemico, che non necessariamente si accompagna a una campagna militare a tutto campo e ad uno scenario di totale regime change. Al contrario, quella decapitazione appare prodromica ad una transizione più o meno lunga, in cui parti del regime stesso rimangano provvisoriamente al potere in una chiave però non di contrapposizione alla volontà dell'amministrazione americana ma di collaborazione con essa. È difficile al momento dire se nel caso iraniano questo scenario sarà confermato e si consoliderà, o se assisteremo ad una transizione molto più concitata e violenta, a tentativi di resistenza e arroccamento di ciò che rimane delle élites islamiste (i pasdaran), ad una vera e propria rivoluzione guidata da una leadership ben definita (che potrebbe essere l'erede al trono Ciro Reza Pahlavi o un comitato di oppositori espatriati repubblicano), a scenari di divisioni e potenziale guerra civile tra le molte, disparate componenti etniche e politiche del vasto paese centroasiatico.

Certamente, per quanto autoritario sia stato il governo di Chavez e di Maduro a Caracas, la dittatura integralista islamica inaugurata a Teheran da Khomeini nel 1979 è stata assai più spietata e duratura, e ha lasciato segni profondi e indelebili non soltanto sul martoriato popolo iraniano, ma su tutto lo scenario mediorientale e asiatico, ponendosi come il più violento agente destabilizzatore dell'area, e generando una serie di ricadute conflittuali e terroristiche, e costituendo il catalizzatore di ogni potenza e/o alleanza anti-occidentale nel mondo. Per tutti questi motivi, è difficile immaginare una transizione indolore, e ci si può attendere un processo travagliato, con molti aspetti di incertezza e possibili sorprese.

Al momento, comunque, gli elementi che saltano agli occhi con maggiore evidenza nello scenario inaugurato dal "blitz" del 28 febbraio sono i seguenti.

Ciò che resta della dittatura islamista iraniana ha reagito militarmente in maniera disordinata e poco efficace ma conforme alle minacce che aveva precedentemente pronunciato, con un lancio di missili e droni contro Israele e contro i paesi arabi alleati degli Stati Uniti. Sono stati colpiti Arabia Saudita, Bahrein, Kuwait, Giordania, Emirati, Qatar, Oman. Tale controffensiva ha avuto comunque il risultato di compattare immediatamente tutti quei paesi – che pure avevano negato in precedenza il sostegno ad eventuali azioni militari americane - contro Teheran: sono stati emessi comunicati durissimi di condanna contro il regime iraniano, e Riad addirittura ha messo ora le sue installazioni militari a disposizione di Washington. Persino la Turchia, che aveva cercato di porsi fino a poco tempo fa come mediatrice della trattativa, ha preso decisamente le distanze dal vacillante vertice dittatoriale di Teheran.

In pratica, l'arroccamento della teocrazia sciita ha accelerato il processo di coagulazione di un fronte degli "accordi di Abramo" perseguito storicamente da Trump, cioè di una piattaforma di collaborazione nell'area tra Israele e paesi arabi sunniti, con Ankara come spettatore non ostile. Un fronte che, se effettivamente quel regime cadesse del tutto, avrebbe rimosso il principale ostacolo alla sua piena realizzazione. Viceversa, le proteste e i pronunciamenti bellicosi che vengono dal Pakistan e dall'Iraq (ricaduto negli ultimi anni sostanzialmente nell'orbita sciita iraniana) fanno prevedere che i principali ostacoli e progetti di destabilizzazione rispetto a quel disegno potranno provenire da quelle aree (riguardo al Pakistan, va ricordato che la recente visita del primo ministro indiano Narendra Modi in Israele ha ribadito i forti legami tra Nuova Dehli e Gerusalemme, probabilmente allarmando molto Islamabad).

All'attacco israelo-statunitense contro il vertice di Teheran, la Russia e la Cina hanno risposto con comunicati di protesta, ma dai toni non particolarmente esasperati, nonostante si trattasse di una situazione attesa e da tempo maturata. Questo lascia pensare che, come avevamo anticipato su queste pagine al momento della destituazione di Maduro, le due principali potenze antagoniste di Washington sullo scacchiere asiatico avessero già sostanzialmente abbandonato la dittatura degli ayatollah al suo destino. In particolare Putin, in evidente difficoltà sul versante mediorientale, ha adottato da tempo una politica nei fatti conciliante rispetto ai disegni trumpiani nell'area, per continuare ad avere il sostegno del presidente americano ad un accordo di pace a lui il più favorevole possibile in Ucraina ed entrare, in futuro, nel "giro" degli accordi di Abramo. Per quanto riguarda Pechino, la perdita del controllo sia di Caracas che di Teheran sarebbe per essa un duro colpo, in quanto gran parte delle risorse petrolifere per essa essenziali sarebbero in pratica nelle mani degli Stati Uniti, che potrebbero facilmente ricattarla.

Ma il sospetto è che anche questo ridimensionamento della potenza cinese, che dà segni d indebolimento sul piano delle prospettive di crescita economica, rientri in un genrale grande accordo con Washington, che in cambio della riaffermazione della supremazia euro-asiatica degli americani e della continuità di disponibilità di materie prime strategiche, otterrebbe da Trump la disponibilità a non calcare la mano sui dazi, e a garantire uno sbocco delle esportazioni cinesi di prodotti finiti e semilavorati; oltre che, forse, un sostanziale avallo ad un'annessione, in prospettiva, di Taiwan.

Insomma, lo spostamento della grande "pedina" di Teheran si configura come una mossa nella grande partita di ridisegno della mappa delle politica di potenza mondiale, in cui Trump cerca di riaffermare il più possibile, in uno scenario inevitabilmente multipolare, la supremazia statunitense.