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ATTACCO ALL'IRAN

L'illusione che la guerra crei un mondo migliore

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Nessuna simpatia per gli ayatollah, nessun lutto per la morte di un feroce tiranno, ma pensare che il suo assassinio e l'eventuale distruzione del suo regime trasformino in meglio il mondo, è una pericolosa illusione. Stiamo solo assistendo a un gioco di potenze.

Editoriali 02_03_2026

«La violenza non è mai la scelta giusta», ha detto ieri papa Leone XIV, durante la visita a una parrocchia romana, riferendosi all’attacco contro l’Iran. E poco prima, all’Angelus, aveva detto che «la stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso il dialogo ragionevole, autentico e responsabile».

Non è lo scontato fervorino moralistico di un Papa che fa il suo mestiere, è la consapevolezza profonda della realtà. La guerra non ha mai portato una pace vera, ha solo peggiorato la situazione. Basta restare nella regione mediorientale per averne la prova inconfutabile: dalla prima guerra del Golfo in poi è stato un susseguirsi di guerre e distruzioni, che hanno portato solo più violenze, morti e destabilizzazione.

Come ricordavamo già sabato,  le uccisioni di Gheddafi e Saddam, la cacciata di Assad, hanno nettamente peggiorato la situazione in Libia, Iraq e Siria. Così come la realtà si è incaricata di smentire l’allora presidente americano Barack Obama che aveva commentato l’uccisione, il 2 maggio 2011, del leader di al-Qaeda, Osama bin Laden, affermando trionfalmente che «ora il mondo è un posto più sicuro». Questi quindici anni hanno invece visto peggiorare enormemente l'insicurezza, inclusa l’ascesa dell’Isis nonché l’estendersi del fenomeno del jihadismo.

Il mondo diventa più sicuro solo se si rispetta l’ordine naturale, l’ordine voluto da Dio, dove la sacralità della vita, il rispetto della dignità della persona - di ogni persona – sono la pietra fondamentale.

Netanyahu ha parlato ieri di «guerra che finisce l’era delle guerre», ma è pura illusione, pur restando semplicemente in Medio Oriente: non solo perché gli sviluppi della situazione in Iran sono tutti da vedere o perché gli interessi politici e strategici dei vari Paesi possono cambiare velocemente il gioco delle alleanze (come è sempre accaduto), ma anche perché sottovaluta enormemente il “fattore odio” che anni di guerra e violenze di ogni genere hanno fortemente incrementato nelle popolazioni della regione, e non solo fra i palestinesi. E l'odio è un combustibile formidabile, capace di accendere la guerra in ogni momento.

Nessuna simpatia per il regime iraniano degli ayatollah, nessun lutto per la morte di un feroce tiranno, ma pensare che la sua uscita di scena avvii necessariamente una transizione verso la democrazia è, nella migliore delle ipotesi, di una ingenuità disarmante o frutto di una cecità ideologica. E certamente chi l’ha provocata non lo pensa. L’obiettivo è invece un governo che rientri nell’orbita occidentale, democratico o dittatoriale che sia. Del resto era una dittatura anche quella dello Scià di Persia, rovesciato a favore della Repubblica islamica.

Perché, contrariamente a quello che si vuol fare credere con la propaganda, nel mondo non c’è una lotta tra democrazie e dittature. Ci sono invece guerre per definire le rispettive zone d’influenza tra potenze, regionali e mondiali. La caduta di Assad in Siria serviva non per stabilire la democrazia e rispettare la libertà religiosa, ma per eliminare un alleato della Russia e dell’Iran, nonché "competitor" di Israele. Tanto è vero che i Paesi occidentali hanno scandalosamente legittimato un nuovo governo chiaramente jihadista.

Se fosse il tasso di democraticità a dettare l’agenda, l’Arabia Saudita – che malgrado le recenti riforme resta una brutale dittatura - non potrebbe essere il più importante alleato dell’Occidente nella regione. E se davvero si volessero colpire anzitutto i finanziatori del jihadismo anti-occidentale (e anche anti-israeliano) bisognerebbe iniziare dal Qatar, che invece gode dello status di “maggiore alleato non-Nato” ed è sede della principale base americana nella regione. E con gli esempi si potrebbe continuare a lungo.

La lotta per la libertà in Iran, la protesta degli studenti e delle donne, va certamente sostenuta, ma proprio come passione per il rispetto della vita e della dignità umana. Quello a cui stiamo assistendo invece è un uso strumentale della sofferenza del popolo iraniano per giustificare tutt’altro tipo di interessi, a cui – se servisse – si potrà tranquillamente sacrificare anche la libertà e la democrazia.

 



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