La morte di Khamenei crea una crisi del sistema Iran senza precedenti
La Repubblica Islamica dell'Iran era in crisi sistemica da anni. L'uccisione dell'ayatollah Alì Khamenei la acuisce. La successione sarà molto più difficile del solito, anche perché è cresciuta l'ostilità popolare contro il regime.
L’Iran non entra in crisi con la morte di Ali Khamenei. L’Iran vive in crisi strutturale da anni. Ma la scomparsa della Guida Suprema segna la fine di un equilibrio che, pur logorato, aveva garantito continuità al sistema. Non cade il regime: cade il perno attorno al quale il regime si era organizzato per oltre tre decenni.
La Repubblica islamica non è una semplice autocrazia religiosa. È un’architettura di potere ibrida, in cui legittimazione teologica, controllo securitario e gestione militare dell’economia si intrecciano. Khamenei era il punto di saldatura tra clero, apparato rivoluzionario e Pasdaran. La sua autorità non derivava solo dalla funzione costituzionale, ma dall’essere l’arbitro ultimo tra fazioni, interessi economici e strategie regionali.
La successione, formalmente affidata all’Assemblea degli Esperti, non è un passaggio notarile ma una ridefinizione degli equilibri interni. Il problema non è trovare un nome: è decidere quale assetto di potere emergerà dopo di lui.
Tre scenari si delineano.
Il primo è la continuità clericale: un religioso di profilo istituzionale, capace di garantire stabilità formale senza alterare la natura teocratica del sistema. Sarebbe la soluzione meno traumatica, ma anche la più fragile, perché priva del carisma e dell’autorità accumulata da Khamenei in decenni di potere.
Il secondo è l’ascesa indiretta dei Pasdaran. Non necessariamente con un generale come Guida Suprema, ma con una figura formalmente religiosa e sostanzialmente dipendente dall’apparato militare, che diventerebbe il baricentro reale del sistema.
Il terzo scenario, meno probabile ma non impossibile, è una leadership collegiale o una riforma implicita del ruolo stesso della Guida. Sarebbe il segnale che le élite riconoscono l’impossibilità di riprodurre il modello personalistico costruito dopo il 1979 da Khomeini e proseguito con Khamenei. Tuttavia, non vi sono segnali concreti in questa direzione.
La partita della successione si intreccia con la guerra in corso. Un Iran impegnato in un confronto diretto o indiretto con Israele e Stati Uniti tende storicamente a compattarsi. Il conflitto diventa strumento di legittimazione domestica. La narrativa dell’assedio esterno rafforza la disciplina interna e giustifica la repressione.
Ma questa volta il contesto è diverso. L’economia è più fragile, la società più distante dal potere, le fratture sociali più profonde. Le proteste degli ultimi anni — innescate dal collasso della moneta, dall’inflazione strutturale e dall’erosione del potere d’acquisto non sono episodi isolati ma la manifestazione di una rottura generazionale e materiale. La morte della Guida non cancella questa frattura. La sospende temporaneamente.
Quanto durerà il conflitto? La guerra conoscerà presumibilmente fasi di intensità diversa: escalation militare diretta, tregue tattiche, ritorno alla guerra anche per procura. Ma la matrice strategica non cambia. L’Iran non può permettersi una guerra totale prolungata: la sua economia non reggerebbe un conflitto aperto e continuativo con potenze tecnologicamente superiori. Allo stesso tempo, non può permettersi di apparire sconfitto, perché la percezione di debolezza accelererebbe la crisi interna.
Il regime, oggi, non combatte solo contro un nemico esterno. Combatte contro l’erosione del proprio consenso. La repressione resta efficace nel breve periodo, ma non produce legittimità. La redistribuzione economica è limitata dalle sanzioni e dalla cattiva gestione, mentre l'ideologia mobilita meno di un tempo. La vera domanda non è chi prenderà formalmente il posto di Khamenei. La domanda è se il sistema sia ancora in grado di trasformare la paura in stabilità politica, così da assicurare la propria sopravvivenza.
