Maria Mediatrice, il problema Lepidi
Padre Alberto Lepidi, Maestro del Sacro palazzo apostolico, espresse la propria posizione nei confronti della mediazione universale di Maria bollandola come “nova doctrina”. Ma i rilievi del suo scritto appaiono superficiali e nel solco di una visione protestante della Madonna.
Dicevamo di padre Alberto Lepidi, OP (1838-1925). Dovremo sollevare più di una critica alla sua posizione circa la mediazione universale di Maria Santissima, ma questo non significa squalificare la sua levatura filosofica e teologica né tanto meno la sua persona.
Prima di essere chiamato, a Roma, nel 1885, Lepidi offrì il suo insegnamento prevalentemente a Lovanio (fatta eccezione per una parentesi in Francia). Giunto in Italia, resse il Collegio pontificio domenicano di San Tommaso alla Minerva, precursore dell’attuale Angelicum, fino a quando Leone XIII lo chiamò a ricoprire il ruolo di Maestro del Sacro palazzo apostolico (che dal 1968 venne chiamato Teologo della casa pontificia), ruolo che mantenne fino alla sua morte, il 31 luglio 1925.
Tra le sue pubblicazioni, bisogna ricordare i tre volumi Elementa philosophiæ christianæ, pubblicati tra il 1875 e il 1879, che esprimono l’impostazione filosofica di San Tommaso d’Aquino, ma hanno la pecca di rimanere incagliati nella distinzione ontologica tra essenza ed esistenza, anziché, come metterà in luce padre Cornelio Fabro, quella tra essenza e atto d’essere; poi la sua critica alla filosofia kantiana, espressa nel volume La critica della ragion pura secondo Kant e la vera filosofia (1894) e una critica alla corrente ontologista nel volume Examen philosophico-theologicum de ontologismo (1874).
Lepidi espresse la propria posizione nei confronti della mediazione universale di Maria, così com’era stata espressa dalla petizione che i vescovi belgi inviarono a Roma nel 1915, in un votum ad uso interno del Sant’Uffizio, dal titolo Num Virgo Maria sit gratiarum omnium Mediatrix universalis, di cui rimane solo una brutta copia di poco più di venti pagine negli Archivi vaticani, e pubblicata di recente (2010) da Andrea Villafiorita Monteleone nell’interessante monografia Alma Redemptoris socia. Maria e la Redenzione nella teologia contemporanea. Il Maestro del Sacro Palazzo giunse alla propria conclusione oppositiva (non expedire) sulla basa di due elementi che appaiono nettamente come piuttosto superficiali ed estrinseci: il fatto che fosse, a suo avviso, una nova doctrina e che la corredenzione, su cui la petizione faceva perno, era già stata censurata dal Sant’Uffizio nel 1620 e nel 1723.
È ben vero che la teologia espressa nella petizione belga era ancora allo stato poco più che embrionale, e dunque necessaria di ulteriori precisazioni e sviluppi, ma è altrettanto vero che P. Lepidi non fece un grande sforzo per cercare di comprendere e approfondire le ragioni che venivano portate; egli si limitò ad una lettura piuttosto epidermica delle Scritture e dei Padri della Chiesa. Sul primo versante, non può non sorprendere il modo con cui il domenicano liquidò due testi neotestamentari piuttosto importanti per la causa, ossia quello relativo al ritrovamento di Gesù al Tempio e la pericope delle nozze di Cana, sostenendo che in entrambi i casi non si tratterebbe altro che di due occasioni in cui Gesù avrebbe rimproverato la madre! Anche la sua lettura della testimonianza dei Padri non è felice; nei testi della Tradizione non risulterebbe altro se non che Maria è Madre di Dio, in quanto il Verbo ha preso da lei la natura umana, è esempio di vita cristiana ed è potente interceditrice. Qualsiasi altra considerazione che ponga Maria come cooperatrice nell’opera della redenzione e come distributrice delle grazie non sarebbe altro che una nova doctrina, senza alcun appoggio nelle fonti della Rivelazione, e neppure nel sensus fidei.
Entrando più nel dettaglio del suo scritto, si può notare come Lepidi negasse risolutamente che Maria fosse una “persona pubblica”, ossia che ella abbia agito in rappresentanza della natura umana e abbia così svolto un ruolo salvifico per tutta l’umanità. In pratica, Maria Santissima non sarebbe altro che una persona privata, come ogni altro essere umano, ma più santa, i cui meriti non possono pertanto avere una portata universale. Per questa sua posizione, si può constatare ancora una volta una preoccupante leggerezza nel considerare il parallelo Eva-Maria e il testo del Protovangelo. Nella caduta noi abbiamo chiaramente delineata questa situazione: Adamo peccò non solo come “privato”, ma come capo del genere umano; ed è per questa ragione che in lui tutti abbiamo peccato e tutti veniamo travolti dalle conseguenze di quel peccato. A questo peccato cooperò attivamente anche la donna che Dio gli aveva posto a fianco, così che anche l’opera di Eva non fu semplicemente quella di una persona privata, ma ebbe una portata universale. Ora, nella redenzione, sappiamo che Cristo, parallelamente ad Adamo e molto più di lui, non agì come persona privata, ma come capo dell’umanità redenta, come capo della Chiesa. Ma, stranamente, per Lepidi, il nuovo Adamo non ebbe come compagna alcuna nuova Eva, alcuna donna che agisse, al pari di Eva, come persona pubblica, nonostante il parallelo Eva-Maria sia marcatamente presente nei Padri, a partire da sant’Ireneo di Lione. Sarebbe bastato anche solo questo aspetto per comprendere che non di una nova doctrina si trattava, ma di uno sviluppo fecondo e coerente della Tradizione e della comprensione dei testi biblici.
Le perizie delle tre commissioni nominate da Pio XI mostreranno di lì a poco quanto in realtà la dottrina sottesa alla mediazione universale di Maria fosse assai radicata nelle Scritture, nella Tradizione patristica e liturgica, e nel sensus fidei; e come la dottrina più matura si configurasse come un autentico e coerente sviluppo. La prospettiva di Lepidi appare segnata da un tradizionalismo rigido, che sembra escludere ogni elemento di novità come qualcosa di estraneo alla Tradizione. Una rigidità che si può cogliere anche nella mancata apertura alle acquisizioni più recenti dello studio e della comprensione dei testi sacri e dell’antichità cristiana. San John H. Newman ha potuto mostrare ampiamente come, se un tale criterio fosse applicato ai duemila anni di sviluppo dogmatico, dovremmo rinunciare sostanzialmente a buona parte del Catechismo...
Come abbiamo già avuto modo di vedere, anche l’arroccamento di Lepidi sui precedenti pronunciamenti del Sant’Uffizio lascia piuttosto perplessi, dal momento che ve ne furono altri che invece raccomandavano l’utilizzo del titolo di corredentrice per Maria Santissima. Inoltre, la censura del 1620, che quella successiva del 1723 non fece che riprendere, non forniva particolari argomenti. Si tratta evidentemente di decisioni prudenziali, non di pronunciamenti definitivi (che lo stesso organo della Santa Sede ha poi rivisto) e che, pertanto, non possono essere invocati neppure come argomento ex auctoritate.
A differenza della posizione più articolata e sfumata del cardinale Billot, quella di padre Lepidi ha finito per accodarsi alla comprensione che di Maria hanno i protestanti: l’affermazione di Cristo come unico redentore e come unico mediatore viene intesa in un senso esclusivista di ogni altra possibile cooperazione e mediazione partecipata. La divina maternità di Maria si riduce alla gestazione e al parto fisico di Maria, e la figura di Maria finisce per essere quella di una grande santa, esempio di vita e interceditrice, e nulla più. Il “tradizionalista” Lepidi appare in fin dei conti come la musa ispiratrice di Mater populi fidelis. Con la differenza che tra il domenicano e la dichiarazione troviamo oltre un secolo di ulteriori sviluppi, chiarimenti e risposte alle obiezioni.

