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SANTI E ANIMALI / 5

L’eremita san Romedio e l’orso

Nato in una nobile famiglia tirolese, in età adulta compì un pellegrinaggio a Roma che gli cambiò la vita. Desideroso di solitudine e di preghiera, si stabilì in Val di Non, sulla roccia dove oggi sorge un suggestivo santuario in suo nome. È raffigurato con un orso.
- LA RICETTA: MINESTRA DA ORZ

Cultura 26_09_2022

La notte è fitta e il cavallo avanza lentamente. Per fortuna la luna piena offre un po’ di luce, guidando l’uomo a cavallo lungo il bosco. Erano partiti presto, diretti a Trento, ma per la strada si era dovuto fermare per aiutare due uomini a fissare una ruota al loro vecchio carro pieno di pelli di pecora. Quelle due ore si facevano sentire ora, per il ritardo preso e la notte che era ormai scesa. Non mancava molto al monastero dove avrebbe pernottato. All'indomani era atteso dal vescovo. Bruscamente il cavallo si imbizzarrisce, si alza sulle zampe posteriori nicchiando spaventato e l’uomo cade a terra. Sente una fitta nel ginocchio e cerca di rimettersi in piedi senza riuscirci. Alza la testa e, atterrito, vede un grosso orso bruno che ha buttato a terra il suo cavallo.

L’uomo grida per spaventare lorso, il quale però ha attaccato il cavallo al collo, uccidendolo. L’orso viene verso l’uomo a terra: ora si trovano naso a naso. L’animale lo annusa, le narici vibranti. L’uomo allunga una mano e gli accarezza un orecchio. Poi si aggrappa alla sua pelliccia e si rimette in piedi. L’orso lo guarda, gli occhi marroni curiosi. L’uomo gli parla sommessamente, mentre gli accarezza il muso. L’orso gli lecca la mano. Poi l’uomo, sempre aggrappandosi alla pelliccia dell’orso, riesce a mettersi in piedi. Si gratta la testa, indeciso: è avanti con gli anni e la strada è ancora lunga. Non senza difficoltà, stacca la sella dal cavallo e la fissa sulla schiena dell’orso, che lo lascia fare. Poi l’uomo sale in groppa all’orso e riprende il viaggio. Getta un ultimo sguardo al suo fedele cavallo, steso su un fianco senza vita.

L’orso cammina lento fino alle mura del monastero. Qui l’uomo scende e bussa al grande portone di legno, provvisto di un battacchio a forma di testa di leone. Dopo essersi identificato, l’uomo è lasciato entrare. L’orso rimane fuori e si raggomitola davanti al portone del monastero. Passa lì la notte. Al mattino, quando l’uomo esce, lui lo segue. Quell’uomo, che altro non è che il futuro san Romedio, sarà per sempre raffigurato, nell’iconografia classica, accompagnato dall’orso.

San Romedio (Thaur, 330 - Val di Non, 400/405) è stato un eremita nato in una nobile famiglia tirolese, ad una decina di chilometri dall’odierna Innsbruck, in una cittadina identificata con l’odierna Thaur. Signore del castello di Thaur, Romedio era il ricco padrone delle saline nella Valle dell’Inn. In età adulta compì un pellegrinaggio a Roma, che gli avrebbe cambiato la vita. Era con due compagni, Abramo e Davide, e lungo il viaggio conobbe Vigilio, vescovo di Trento: infatti, nell’episodio descritto qui sopra, Romedio si recava in visita a Vigilio, con il quale era rimasto amico. Vigilio fu un missionario (diventato martire e santo), grande evangelizzatore di pagani, attivo durante il regno di papa Siricio (lui stesso venerato in seguito come santo).

Quel pellegrinaggio a Roma fu per Romedio un momento spirituale importantissimo, che lo avrebbe marcato e ispirato. Nella Città Eterna visitò le tombe degli apostoli Pietro e Paolo, le catacombe ove erano sepolti i martiri e conobbe papa Siricio (Roma, 334 circa - Roma, 26 novembre 399). Di ritorno a Trento, decise di lasciare le sue proprietà al vescovo, dato che a quel tempo l'assistenza ai poveri era curata dal clero con servizi permanenti (diaconie). Certe fonti affermano che Romedio lasciò una parte dei suoi beni alla chiesa di Augusta in Baviera.

Desideroso di solitudine e di tempo per pregare, chiese consiglio a Vigilio, che gli suggerì di stabilirsi presso il luogo dei martiri anauniesi, in Val di Non, sulla roccia che poi prese il suo nome. Qui trascorse gli ultimi anni di vita, nell’adorazione di Gesù, alla stregua dei monaci orientali. Morì nel 405 (o forse nel 400, la data è incerta) e fu sepolto in cima alla roccia, in un sepolcro scavato da monaci eremiti. Quel luogo di sepoltura divenne una meta di pellegrinaggio, dove, nelle notti di luna piena, era spesso visto un orso che faceva la guardia. Qualche secolo più tardi, in memoria di san Romedio, su quella roccia è stato costruito un santuario, molto suggestivo, immerso in una natura di straordinaria bellezza. Si trova nelle vicinanze di Sanzeno, in Val di Non, ed è sicuramente il più interessante esempio di arte cristiana medievale presente in Trentino. Si tratta di un noto luogo di pellegrinaggio, costruito su una rupe calcarea alta oltre 70 metri. Il complesso architettonico è formato da più chiese e cappelle costruite sulla roccia. L’intera struttura è collegata da una ripida scalinata di 131 gradini. La cappella più antica dell’edificio risale all'XI secolo, quando Romedio fu canonizzato e, nel corso del tempo, sono state erette altre tre piccole chiese, due cappelle e sette edicole della Passione.

È un luogo ricco di spiritualità: il 15 gennaio è il giorno in cui si festeggia il santo; nel santuario viene celebrata una Messa e preparato il tipico piatto del pellegrino. Il santuario è visitato annualmente da oltre 200.000 pellegrini ed è custodito da due frati dell’Ordine di San Francesco d’Assisi. La passeggiata nella roccia che porta da Sanzeno al luogo di culto è un’esperienza unica. Inoltre, alla base del santuario, è presente un'area faunistica in cui vive un esemplare di orso bruno, che ha una storia singolare. Nel 1958, il senatore Gian Giacomo Gallarati Scotti dei Principi di Molfetta, membro d’onore del comitato di fondazione del Wwf Italia, salvò un orso destinato a essere ucciso da dei mercanti che volevano vendere la sua pelle. Lo acquistò personalmente e lo donò al Santuario di San Romedio. Negli anni Settanta l’orso morì e fu sostituito. Una tradizione che dura tuttora.