Le feste islamiche come Pasqua e Natale, la sfida dell'Ucoii
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L'associazione musulmana chiede il «riconoscimento delle due festività religiose annuali e della preghiera del venerdì», equiparandole a quelle cristiane. Una trappola per la politica italiana, ma il paragone non regge perché il bene comune non si fonda sul qualunquismo religioso.
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Il presidente dell’Ucoii, a nome dei musulmani che vivono in Italia, ha chiesto il riconoscimento pubblico della religione islamica nel nostro Paese. La pretesa non è solo di tipo sindacale ma è una sfida religiosa alla politica, soprattutto per il richiesto «riconoscimento delle due festività religiose annuali e della preghiera del venerdì». Alcuni quotidiani hanno efficacemente semplificato le cose così: le due festività islamiche principali equiparate a Pasqua e Natale. Su La Verità di ieri, 4 maggio, Gianluigi Paragone finiva il suo articolo sull’argomento con queste parole: «vediamo chi è in grado di elaborare una risposta culturale». Noi ci proviamo.
Una festa nazionale è un momento in cui un intero popolo si riconosce in alcuni valori fondanti la propria comunità. Ciò vale per le festività nazionali laiche, come l’anniversario della conclusione di una guerra o della fondazione dello Stato, ma anche in caso di festività religiose. Per esempio, da quest’anno è stata ripristinata la festività nazionale di san Francesco del 4 di ottobre. Di questo tipo sono anche le feste locali nel giorno del santo Patrono. In queste occasioni è usanza che anche le autorità civili e militari siano presenti in chiesa davanti all’altare o in processione pubblica per le vie cittadine. In questi casi la festa è religiosa e tale resta, ma produce effetti anche civili pubblicamente riconosciuti. Ciò sta a significare che la religione di riferimento di quella festività – in questo caso quella cattolica – è riconosciuta come fortemente significativa anche per la comunità politica, anzi spesso addirittura fondativa, quando il santo che vi viene venerato è considerato Padre fondatore e Defensor civitatis.
Si dirà che ormai queste manifestazioni si sono secolarizzate e il senso diffuso di questa dimensione pubblica fondativa della religione si è molto ridotto o è addirittura scomparso. Oppure si può osservare che questi appuntamenti riguardano fatti del passato che risentono dei tempi in cui vennero istituiti. Così, se ora c’è una consistente comunità islamica è giusto riconoscere le loro festività accanto alle nostre e aprire ai minareti accanto ai campanili. Però nessuna cosa è vera o falsa, buona o cattiva, in base al consenso che riceve o se sia conforme alle mode del tempo.
La dimensione politica della religione, nelle feste religiose nazionali ma anche nel suono delle campane, ha ragioni molto più profonde, non solo storiche o sociologiche. Essa esprime la convinzione della ragione politica che quella religione propone delle verità e un comune sentire senza di cui non ci può essere bene comune, che quella religione, con i suoi principi validi sempre, corregge le disfunzioni della politica stessa, confermandone i limiti e nello stesso tempo spingendola coraggiosamente in avanti. Ci sono valori che la politica ha preso dalla religione e che finisce per dimenticare se la religione non glieli ricorda: si pensi al concetto di “persona”.
Il ruolo pubblico della religione cattolica, evidente anche nelle feste nazionali, non deriva solo dalle usanze del passato o dal folclore di cui sarebbero le ormai residuali manifestazioni. La politica deve cercare la religione vera, quella che conferma le sue verità naturali e le fortifica purificandole. Se in Italia ci sono feste religiose con una valenza nazionale è perché la politica le considera espressioni di una religione vera, indispensabile per aiutare a perseguire il bene comune. Non è un favore dedicato ad una religione a caso, oppure a quella che per motivi storici è nel cortile di casa.
Con queste parole abbiamo individuato come le cose dovrebbero andare, non come vanno. Oggi la politica non sembra in grado di fare ciò, incapace, come sembra essere, di distinguere tra le religioni, considerate, in virtù di un male inteso diritto alla libertà religiosa, un atto di volontà personale da garantire pubblicamente in ogni caso da parte dello Stato. Le religioni, però, non sono solo una scelta personale, ma hanno dei contenuti, di cui la politica non può disinteressarsi. Si conceda pure la libertà di fede religiosa, ma non la legittimità pubblica d’ufficio delle cose credute. Molte religioni propongono forme di vita contrarie al bene comune e spesso non si tratta solo di norme specifiche ma della civiltà globale stessa che quella religione porta con sé. Questo è precisamente il caso dell’islam.
La laicità liberale moderna non è in grado di affrontare questo problema e il riferimento ai diritti degli individui ad avere riconosciuta pubblicamente la propria religione qualsiasi essa sia, la spingerà a cadere nella trappola della “discriminazione” (in questo caso islamofobia) da evitare. La Chiesa cattolica italiana non aiuterà la politica a fare questo sforzo nell’uso della propria ragione, perché già da tempo impegnata sul fronte del qualunquismo religioso motivato impropriamente dal dialogo interreligioso. Le forze politiche anticattoliche, in accordo con la CEI, ne approfitteranno per denunciare l’improprietà del ruolo pubblico assegnato alla religione cattolica.
Il tema della richiesta dell'Ucoii, per questi motivi, sarà dirimente: dopo aver fatto questa nostra proposta culturale, siamo curiosi di vedere se mai qualche partito la interpreterà. Ma confessiamo di essere piuttosto pessimisti.

