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Il problema

Il vescovo che non esiste. I deepfake attaccano fede e realtà

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I social media sono ormai inondati da contenuti generati dall'intelligenza artificiale che impersonano, a loro insaputa, leader della Chiesa. Un problema particolarmente grave, perché investe anche la retta trasmissione della fede.

Attualità 09_05_2026

Immaginate degli agenti americani dell'immigrazione, con tanto di giubbotto antiproiettile, che si avvicinano a una chiesa di stampo gotico. Sul sagrato, un vescovo con zucchetto amaranto e pettorale li affronta a mani nude e li scaccia dicendo: «Via! Qui non siete i benvenuti. Non so quale dio voi adoriate… ma il mio Dio è amore!» I fedeli esultano, i commenti sui social si moltiplicano, il vescovo è diventato un eroe.

Peccato che quel vescovo non esista e non è mai esistito, ma è il classico avatar generato tramite l’intelligenza artificiale, e la scena che ha commosso migliaia di persone non è mai accaduta. Il copione, identico parola per parola, compare in decine di altri video con altri finti prelati e altre finte congregazioni. È, insomma, un deepfake, un video falsificato tramite intelligenza artificiale che simula in maniera raffinata la realtà. E infatti, una percentuale significativa di chi ha visto il suddetto contenuto, beh, ci ha creduto.

I social media sono ormai inondati da contenuti generati dall'IA che impersonano leader della Chiesa come papa Leone XIV, il vescovo Robert Barron, il cardinale Marc Ouellet, padre Mike Schmitz. Il Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede riceve decine di segnalazioni ogni giorno. Alcune di queste falsificazioni non sono nemmeno ideologicamente motivate, ma hanno l’obiettivo nascosto di rubare soldi ai fedeli, con truffe finanziarie confezionate con il volto e la voce del pontefice.

Sarebbe comodo liquidare la questione come un problema tecnico da risolvere con migliori filtri algoritmici o con l'obbligo di etichettatura dei contenuti prodotti tramite intelligenze artificiali. Fatta la legge, trovato l’inganno, la situazione non cambierebbe. È vero anche che le piattaforme potrebbero fare molto di più per evitare certi abusi, ed è giusto chiederlo con forza. Tuttavia, fermarsi qui significa perdere il punto decisivo, cioè l’attacco alla struttura portante della trasmissione della fede.

Steven Umbrello, direttore dell'Institute for Ethics and Emerging Technologies, ha affermato: «Per i cattolici questo è particolarmente grave perché la fede si trasmette non solo attraverso le idee, ma attraverso testimoni credibili, attraverso le nostre testimonianze. I deepfake attaccano direttamente quella credibilità. Una volta seminato il dubbio, il danno spesso persiste anche dopo la smentita. Il risultato è una cultura dove le persone assumono che “non posso sapere cosa è reale”, ed è esattamente l'atteggiamento ricercato da chi agisce in malafede». Confondere la testimonianza analogica con i contenuti fake digitali è il problema vero.

Il clero non è un presentatore televisivo o un influencer che racconta fatti dopo opinioni, ma è un testimone. La sua autorità non proviene da ciò che dice, ma da ciò che è, da chi lo ha inviato, dalla catena di imposizioni di mani che lo lega agli apostoli, dalla vita che ha vissuto in fedeltà al mandato ricevuto. Così allo stesso modo l’anticorpo che la Chiesa introduce nella vita dell’uomo per non cadere nelle trappole di una realtà confusa tra vero e falso è il sacramento. Il Verbo si è fatto carne, non contenuto.

Papa Leone XIV non ha autorizzato nessun avatar digitale di sé stesso e ha vietato ai sacerdoti di affidare all'intelligenza artificiale la stesura delle omelie. Non è luddismo, ma antropologia. La parola del pastore non è un’informazione trasferibile da qualsiasi supporto, ma un’azione che si compie nella presenza di chi la pronuncia, nella responsabilità personale di chi risponde di essa davanti a Dio e alla comunità. La Chiesa è filosoficamente pragmatica.

Iconoclastia 2.0. Un tempo si distruggevano le immagini sacre, oggi se ne fabbricano di false. Non si cancella la rappresentazione, ma si contraffà e si moltiplica. Così si svuota l’autorità. Cosa si può fare? Il solito: verificare sempre le fonti ufficiali prima di condividere, diffidare di video con incongruenze visive o labiali, non fidarsi di account non verificati anche se sembrano autorevoli. Tutto giusto.

Ma la risposta più corretta l'ha offerta un diacono statunitense con un'indicazione apparentemente laterale: «Uno degli antidoti migliori è semplicemente la lettura spirituale. Se tutti leggessero cinque pagine al giorno di buoni documenti della Chiesa, sareste attrezzati a riconoscerli da soli». Non solo. La vita della comunità cristiana nella comunità stessa è il miglior modo per trasformare il dubbio in una risposta concreta e carnale. Inutile diventare esperti di cybersecurity quando potrebbe bastare essere buoni cristiani che vivono la realtà incarnata di Gesù nella Chiesa.

La fede, in fondo, non si trasmette attraverso i social media, nonostante alcuni fallimentari tentativi. Si trasmette per testimonianza. E quando i cattolici riscoprono l’autorità materna della fede, i deepfake perdono potere. Tradotto: quando la comunità cristiana è abbastanza radicata nella realtà — nella realtà dei sacramenti, della tradizione, dei volti conosciuti — le falsificazioni scivolano via. Non perché siano state smascherate dall'algoritmo giusto, ma perché si percepisce che manca qualcosa. Manca la carne. Manca la storia. Manca la grazia. Manca, in una parola sola, la verità.