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Venerdì della Bussola

Il realismo di Leone XIV, ovvero: la libertà si fonda sulla verità

Cosa si intende per realismo, il rapporto tra verità e libertà, come ci influenza la manipolazione del linguaggio. Prendendo spunto dal discorso del Papa al corpo diplomatico, ecco i temi chiave dell’intervista di Stefano Chiappalone a Stefano Fontana e Guido Vignelli.

Attualità 17_01_2026

L’importanza dell’ordine delle cose, il rapporto tra verità e libertà, la denuncia di un linguaggio fuorviante che non è ancorato alla realtà oggettiva. Questi i temi chiave affrontati nella diretta di ieri dei Venerdì della Bussola, intitolata Il realismo di papa Leone e che ha preso spunto dal discorso del Santo Padre al corpo diplomatico (9 gennaio 2026), dove il realismo emerge proprio come filo conduttore di tante importanti questioni trattate da Robert Prevost, dalla difesa della vita fin dal concepimento all’obiezione di coscienza. Una diretta moderata da Stefano Chiappalone, che ha avuto come ospiti Stefano Fontana, nota firma del nostro quotidiano e direttore dell’Osservatorio Card. Van Thuan, e Guido Vignelli, collaboratore della Bussola e dello stesso Osservatorio.

Il discorso di Leone XIV «ha una grande importanza perché contiene un quadro di riferimento strutturale su come dobbiamo pensare e agire», fa presente Fontana. Una visione organica che ha la sua chiave di volta, appunto, nel realismo. Ma cosa significa questo termine? «Significa che esiste la verità e non solo le interpretazioni della verità. Significa che esiste la natura e non solo la storia», spiega il direttore del Van Thuan, chiarendo che qui «natura non va intesa come gli alberi, l’acqua, eccetera, ma come l’ordine delle cose, a cominciare dalla natura dell’uomo, la persona umana nella sua essenza, ciò che è l’uomo». Questo ha inevitabili riflessi anche per la Chiesa. Si pensi al rapporto, oggi spesso rovesciato, tra dottrina e pastorale: «Se c’è la verità, se c’è l’ordine delle cose, sia nel senso delle cose reali che delle verità rivelate, allora c’è la dottrina, la quale ha il primo posto rispetto alla pastorale, che tutto sommato è una prassi che trova nella dottrina l’orientamento». Secondo Fontana, insomma, il quadro concettuale fornito da Leone in questo discorso «si colloca sostanzialmente sulla linea di Benedetto XVI».

Ispirandosi a sant’Agostino e in specie all’opera La città di Dio, Prevost ha ricordato che non può esserci pace se la città terrena manca di «un fondamento trascendente e oggettivo», cioè se esclude Dio. Fontana chiarisce a proposito che il potere politico – per garantire la giustizia e quella che Agostino chiama «tranquillità dell’ordine» – non può fondarsi su sé stesso (pena la sua perversione), ma deve avere un fondamento, che per essere tale «non può essere qualcosa di manipolabile a piacere», ma proprio grazie alla sua trascendenza e oggettività ha «una sua assolutezza di verità e di bene che si impone in quanto tale, che non è soggetta alle nostre valutazioni sulla base dei nostri interessi, orientamenti, opinioni, eccetera». L’importante discorso di Leone si riconduce dunque al semplice buonsenso, perché in definitiva, sottolinea Fontana, «se non c’è questo fondamento c’è l’anarchia, c’è il nichilismo, c’è l’io e le sue voglie, come diceva Benedetto XVI».

Tutto ciò si collega a un principio troppo spesso dimenticato, ossia che senza verità non può esserci libertà autentica. «Era stato proprio sant’Agostino uno dei primi a chiarire che una cosa è il libero arbitrio cioè la capacità di scegliere, altra cosa è la libertà, nel senso che se io esercito la mia capacità di scelta per fare il male perdo la libertà perché divento schiavo di me stesso, delle mie voglie», afferma Fontana, che poi aggiunge: «La libertà richiede la verità perché è la verità che ci fa uscire da noi stessi, dai nostri interessi, dalle nostre visioni particolari» e ci consente di vivere la nostra vocazione, sentendola come un dovere. Al contrario, l’impostazione filosofica della modernità ha rovesciato i termini, assolutizzando la libertà e ponendola a fondamento della verità.

Rispetto alla libertà di religione, il direttore del Van Thuan spiega che essa non va intesa «secondo la libertà moderna, cioè come il diritto dell’uomo di scegliere al supermercato delle religioni la religione che gli fa più comodo», bensì deve essere sempre legata al dovere di cercare la verità, quindi il vero Dio.

La ricerca della verità può essere ostacolata dalla manipolazione del linguaggio, altro aspetto su cui si è soffermato Leone, che ha parlato di «un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano». Dietro domanda di Chiappalone su questo punto, Vignelli ha spiegato che nel romanzo 1984 «il potere dominante immaginato da Orwell modifica le parole e di conseguenza i ragionamenti per poi plasmare le conoscenze e le coscienze dei cittadini». Non si tratta solo di fantasia narrativa: nella realtà succede proprio che «chi manipola il linguaggio può manipolare anche le coscienze e quindi il futuro. E questo lo vediamo anche nell’educazione dei minorenni». Oggi domina una neolingua, spacciata come “inclusiva”, ma che nella pratica è uno strumento di potere.

Segno palese di questa manipolazione sono i cosiddetti “nuovi diritti”, che hanno dato adito a quel cortocircuito a cui si è riferito il Papa nel suo discorso, visto che essi comprimono e aggrediscono perfino il diritto alla vita e la libertà di coscienza. Come ricorda Vignelli, «tutti i diritti presuppongono dei doveri». Invece i “nuovi diritti” «non derivano da nessun dovere e contrastano con l’ordine delle cose». La distorsione del linguaggio è entrata anche nel mondo ecclesiale. Vignelli fa alcuni esempi: «Oggi non si parla più di vizio ma di imperfezione. Non si parla più di pentimento ma di riconciliazione, come se fosse una specie di accordo tra due parti dello stesso livello. Non si parla più di colpa ma di cedimento o fragilità». È evidente che la scelta delle parole «non è neutrale» e, anzi, mette a rischio la formazione di una retta coscienza.

Secondo Vignelli, nella Chiesa c’è chi ha sottovalutato il problema del linguaggio: «Per esempio, dopo il Concilio si è cominciato a dire: “Basta cambiare il linguaggio per farci capire meglio dal pubblico contemporaneo, tanto la dottrina non cambia”. Non è esattamente così. La forma è importante anche per la trasmissione della verità». Di questo sono sempre stati molto consapevoli gli esponenti del pensiero rivoluzionario. Vignelli richiama il caso di Antonio Gramsci, «il quale disse che la rivoluzione comunista si realizzerà solo quando il Partito sarà riuscito a imporre alle masse un linguaggio proletario», in modo da «abolire il senso comune per sostituirlo con un senso comune rivoluzionario», attraverso appunto la manipolazione delle parole.



Il principio recuperato

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