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LA QUESTIONE

Il paragone Italia-Finlandia e il vero fine della scuola

Una mamma finlandese annuncia per lettera l’addio all’Italia per le carenze del nostro sistema scolastico. Una critica che ha pure buone ragioni, ma non tiene conto della diversità dei due Paesi e generalizza. Quel che serve, piuttosto, è interrogarsi sul fine della scuola e il valore della persona, liberandosi dal materialismo e relativismo dominanti.

Editoriali 11_01_2023

Nei giorni scorsi è rimbalzata su diverse testate giornalistiche, specializzate e non, la lettera di una pittrice finlandese che ha annunciato l’addio all’Italia a causa del sistema scolastico “povero” e inadatto ai suoi figli. Madre di quattro figli, lo scorso agosto si era trasferita a Siracusa, attratta dalla bellezza del luogo, dalla cultura e dallo splendido clima mediterraneo. Ben presto, però, si è resa conto di quanto il sistema scolastico italiano sia diverso da quello finlandese; così, dopo appena due mesi di vita siciliana e di lezioni in classe, la famiglia ha deciso di andare via. Quasi una fuga a gambe levate…

Le motivazioni presentate nella lettera sono molteplici e dettagliate e in più di un caso mettono il dito sulle dolorose piaghe che affliggono il nostro sistema scolastico, che, se comparato a quello finlandese, sembra un pachiderma obsoleto e agonizzante, incapace di innovarsi e di coinvolgere positivamente gli studenti.

Indubbiamente il paragone, anche alla luce dei risultati sugli apprendimenti pubblicati nelle indagini internazionali Ocse-Pisa, appare impietoso. I limiti e le criticità del nostro sistema scolastico sono noti e dibattuti da decenni, ma la sua impostazione fortemente centralistica, iperburocratizzata e semiparalizzata dagli interessi sindacali, ne impedisce un sostanziale rinnovamento. Il confronto con sistemi scolastici considerati (a torto o a ragione) “più avanzati” e l’intenzione di rifare il look alla nostra scuola sulla base di modelli di successo importati da altri Paesi, infatti, non è una novità, ma si tratta di un dibattito tanto ricorrente quanto sterile: ogni ministro che si avvicenda alla guida del ministero fa progetti di grandi riforme, ma finisce poi per intervenire solo su aspetti particolari che non sono in grado di modificare nella sostanza l’assetto del sistema di istruzione, sia per mancanza di risorse economiche, sia per impossibilità di natura politica.

Occorre anche dire, per onestà, che la mamma finlandese può avere buone ragioni per criticare la scuola italiana, ma non può pretendere di esportare a piè pari un modello che è in atto in un Paese con poco più di cinque milioni di abitanti, con una storia, una cultura, un’organizzazione sociale e territoriale molto diverse dalla nostra. È scorretto, inoltre, fare di tutta l’erba un fascio, perché se è vero che molte scuole italiane sono di basso livello, è anche vero che, là dove si offre l’opportunità di innovare in modo creativo e di esercitare una reale autonomia di gestione, emergono esempi di eccellenza. I nostri studenti, inoltre, quando vanno a studiare all’estero, spesso e volentieri scoprono di essere più preparati dei loro coetanei stranieri.

Basta, dunque, con l’imposizione di modelli! È proprio questa una delle ragioni dell’insuccesso del nostro sistema scolastico: la pretesa continua di applicare modelli dall’alto, anziché favorire lo sviluppo di esperienze formative e gestionali “dal basso”. La scuola finlandese, ad esempio, è organizzata e gestita dalle autorità municipali, quindi localmente, e non sono ostacolate le scuole private, che vengono finanziate allo stesso modo di quelle municipali, cioè attraverso un sistema di trasferimento dei fondi governativi calcolati sulla base di un “costo standard”. In Italia siamo ancora lontani…

Anche questo, però, rischia di apparire come un modello da applicare. Per anni, nel nostro Paese, si è combattuto per la libertà di educazione e per il sostegno economico delle scuole non statali, raggiungendo in realtà solo modesti risultati. Si tratta di una battaglia sacrosanta che non deve essere abbandonata; oggi, però, si ha l’impressione che neanche questo sarebbe sufficiente a risollevare le sorti della scuola italiana, perché non poche scuole paritarie si sono allineate (spesso obtorto collo) agli standard culturali della scuola statale o si sono snaturate per motivi di “mercato”, andando dietro alle pressanti richieste dei genitori che desiderano per i figli un certo tipo di affermazione nella vita.

Oggi la società – particolarmente quella dei Paesi occidentali – è piegata soprattutto sulle esigenze dell’economia e tutto è misurato per valutare se e quanto gli studenti potranno contribuire positivamente, in modo diretto o indiretto, allo sviluppo produttivo, al benessere proprio e del loro Paese, ma è questo il compito della scuola? La persona può essere piegata al suo potenziale economico-produttivo? È vero che gli studenti finlandesi raggiungono punteggi più alti nei test di apprendimento internazionali, ma che persone sono? Davvero sono persone migliori, solo perché hanno imparato meglio certe nozioni e si comportano come cittadini perfettamente integrati nel sistema? La mamma finlandese indica nella sua lettera una serie di azioni e dispositivi improntati a teorie pedagogiche che dovrebbero predisporre positivamente il cervello all’apprendimento, e va bene, ma cos’è bene davvero che i nostri giovani apprendano? Che persone vogliamo che siano?

Sarebbe necessario un dibattito a tutto campo, vero e profondo, sullo scopo e sulla natura della scuola, dell’educazione, dell’istruzione; sul significato e sul valore della persona umana, sul suo compito nella vita e sul suo destino eterno. Un dibattito che oggi langue perché domina una mentalità materialista e relativista, e che non può essere messo a tema perché ritenuto antiquato e divisivo. Senza tornare, però, ai fondamentali della questione, non ci sarà modello che possa far ripartire davvero la scuola, statale o paritaria, italiana o finlandese che sia.