Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Mercoledì delle Ceneri a cura di Ermes Dovico
mercoledì delle ceneri

I simboli della Quaresima per seguire Cristo fino alla Croce

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Il riferimento biblico dei quaranta giorni, i segni liturgici, le pratiche ascetiche: nell’itinerario quaresimale tutto concorre a immergerci nel mistero della Redenzione. Un estratto dal numero in corso de La Bussola Mensile.

Editoriali 18_02_2026
Carino Imagoeconomica (Cristo coronato di spine - Mostra Beato Angelico)

(...) Quaresima deriva dal latino Quadragesima, tempo di quaranta giorni. Il riferimento è biblico, la Scrittura indica con questo numero il tempo del cammino dell’uomo verso Dio. La tradizione antica però prescriveva un arco di purificazione più ampio, settanta giorni, una Septuagesima di preparazione. Ciò è coerente con la spiritualità cristiana delle origini, che vediamo ancora viva anche nei costumi delle Chiese orientali: la vita del cristiano, insidiata dal male, sarà una vita fortemente improntata alla penitenza. (...)

Ora, per quanto nessuna imitazione sarà mai sufficiente a colmare lo scopo, vero è che la sequela di Cristo, configurandosi essenzialmente come sequela di amore, in ciò stesso trova la sua misura di efficacia intenzionale: il grande amore che cresce in me per Cristo mi spinge a tenergli dietro in ogni sua tappa, finanche sotto la Croce o presso il sepolcro, guadagnando in affetti spirituali quella distanza che la concretezza di vita non saprebbe vincere. Anzi, il culmine della ascesi quaresimale si compie proprio quando il fedele amorosamente si dimentica di sé, dei propri sforzi e sacrifici, perché tutto proteso e intento nel dolore di Cristo. (...)

Riprendiamo il filo interrotto: Septuagesima introduce i primi elementi di sobrietà liturgica e ascetica, solennemente sanciti con il rito delle Ceneri e il periodo di Quaresima, un’ulteriore accentuazione si ha nel tempo di Passione che occupa gli ultimi quindici giorni prima di Pasqua, fino alla densità della Settimana Santa e, in essa, alla solenne gravosità del Triduo Santo (anticamente accompagnato dall’Ufficio delle Tenebre). La liturgia autentica procede per mediazioni e per gradi, perché essa è maestra sapiente e sa che la natura non fa salti, e non ne fa nemmeno la natura psicologico-spirituale dell’uomo. Quanto più vogliamo avvicinarci al Cuore del mistero cristiano, tanto più dobbiamo accettare di procedere passo dopo passo nella discesa, attraversando i valichi simbolici.

Abbiamo elencato quelli temporali, sotto il profilo degli elementi liturgici vediamo invece l’uso del colore violaceo e rosso (un tempo culminante nel color nero del sepolcro); la scomparsa del canto angelico del Gloria e della esultanza dell’Alleluia (un tempo anche della dossologia minore, il Gloria Patri), poi dell’accompagnamento musicale in genere; la proibizione di ornare di fiori l’altare, la velatura delle statue dei santi (dalla I domenica di Passione, ora non più obbligatoria) e fino alla velatura della Croce, cui segue la spoliazione dell’altare e del tabernacolo; entrando nella Settimana santa le cerimonie sono come irrorate di Scrittura sacra, con la lettura del racconto intero dei Vangeli della Passione e morte (un tempo si leggevano tutti e quattro, in quattro differenti giorni, mentre il rito assumeva elementi similari alle celebrazioni esequiali), il Venerdì santo non si celebra il sacrificio della Messa ma ci si può comunicare, il Sabato santo non ci si comunica nemmeno.

Nuovamente, letti nella loro gradualità crescente, i simboli svelano la loro proprietà anagogica, la capacità cioè di portarci in alto, verso la pienezza del Mistero: in questo caso la forza di farci scendere sempre più in basso, accompagnando Cristo nella sua spoliazione. Si coglie di qui anche l’importanza per il fedele di partecipare regolarmente a queste cerimonie, per lasciarsi effettivamente guidare nell’inabissamento spirituale graduale al seguito del proprio Redentore amato.

Resta da osservare il profilo ascetico: il fedele è richiamato ai doveri di preghiera, elemosina e sacrificio. La preghiera deve trasportare nel quotidiano i ritmi liturgici presentati, essa certamente trova compimento nei sacramentali tipici, quali la Via Crucis e le processioni del Cristo morto e dell'Addolorata. L’elemosina serve a chi la fa, per sperimentare il distacco dalla sicurezza terrena e nuovamente associarsi amorosamente allo smarrimento che lo stesso Cristo non ha rifiutato di sperimentare; essa serve anche a chi la riceve, ma dovrebbe sempre trovare il modo di divenire per il beneficiato un’occasione di richiamo e conversione al medesimo mistero pasquale, nel quale solamente la povertà è sconfitta. Questo dettaglio fa sì che l’elemosina sia atto cristiano e non si confonda con qualche insipida forma di assistenzialismo.

Quanto al sacrificio, oggi pare l’impegno meno compreso, forse perché più difficile da travisare: preghiera ed elemosina, come suggerito, possono essere vissute in modo generico o socialmente convenzionale, il sacrificio e la mortificazione no. Questa diviene dunque una buona cartina di tornasole della nostra comprensione dell’itinerario quaresimale. Perché mortificarsi? Dicevamo che la Quaresima è sequela di Cristo, movimento di imitazione del Redentore, unione amorosa con l’amato: se dunque il Signore ha sofferto l’umiliazione, la flagellazione e la via Crucis, noi stessi non potremo evitare di condividere almeno in parte tali sofferenze. (...)

Cristo ha subito la passione e la morte di Croce per liberarci dal peccato e vincere la nostra natura ferita. Ora, gli effetti di tale ferita originale non scompaiono in noi, ma rimangono nella forma della concupiscenza. La pratica della mortificazione rappresenta l’impegno personale per opporsi a tale concupiscenza. Si coglie così la coerenza tra la pratica mortificante e l’azione redentiva del Salvatore sulla Croce. In tal senso la mortificazione e il digiuno sono davvero banco di prova della nostra sapienza teologica quaresimale (...).

La verità è che fraintendendo tali mezzi, si perde di vista il mistero di Cristo nella sua pienezza, nella realtà e drammaticità del suo sprofondamento sacrificale, nella scelta di redimerci con il suo Sangue e non con un qualche comando miracoloso e indolore. In queste righe ho provato a tutelare il valore di quei mezzi, per non smarrire la Verità dell’unico Mistero che salva nel suo abbassarsi fino alla morte e alla morte di Croce.


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