a cura di Anna Bono
  • Myanmar

Dall’inizio del 2019 intensi scontri etnici hanno messo in fuga oltre 2.000 civili nello Shan, in Myanmar

 

Il 2019 ha visto intensificarsi gli scontri etnici nello Shan, uno stato orientale del Myanmar confinante con la Cina, che contrappongono da un lato il Ta’ang National Liberation Army e le milizie dello Shan State Progress Party e dall’altro il Restoration Council of Shan State. Come nel vicino stato del Kachin, continui combattimenti mettono in fuga i civili. A centinaia hanno lasciato le loro case in pochi giorni dal 1° gennaio per sottrarsi alla violenza e agli arruolamenti forzati. Si stima che i nuovi sfollati, che si aggiungono alle decine di migliaia degli anni precedenti, siano oltre 2.000. “I profughi hanno incominciato ad arrivare il 1° gennaio – ha raccontato ad AsiaNews un operatore umanitario della Se Lain Khan Social Welfare Association – quando hanno sentito il suono di armi pesanti, sono fuggiti”. Altri si sono dati alla fuga quando un gruppo armato ha fatto irruzione nel loro villaggio per arruolare degli uomini a forza. Una parte degli sfollati è stata ospitata in 11 campi profughi temporanei, gli altri hanno trovato rifugio in un monastero e da parenti. Ai loro pasti provvedono gli abitanti dei villaggi e dei donatori. È dal 2011 che le popolazioni del Kachin e del Shan subiscono gli effetti devastanti degli scontri tra gruppi armati e tra questi e l’esercito governativo. Le violazioni dei diritti umani sono continue: torture, esecuzioni extragiudiziali, limitazioni punitive alla libertà di movimento e all’accesso agli aiuti umanitari, sequestro e arruolamento di uomini, donne e persino bambini sospettati di sostenere la parte avversa e impiegati come guide e trasportatori. Miliziani e militari governativi bombardano i villaggi a scopo intimidatorio e usano mine antipersona. I gruppi armati inoltre estorcono “tasse” dagli abitanti stremati dagli stenti.