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La questione

Contro il pride, oltre l’io: san Tommaso e la verità dell’essere

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Mentre il gay pride tende a separare l’identità dal dato naturale e il desiderio dal fine invocando la sovranità dell’autopercezione, san Tommaso d’Aquino indica che la sola via è la conformità della libertà alla verità.

Vita e bioetica 27_06_2026
Un gay pride (LaPresse)

Una considerazione tomista del gay pride, se vuole rimanere nella severità propria della metafisica e non scadere nella polemica del costume, deve muovere dalla distinzione preliminare tra la dignità della persona e la pretesa teorica con cui una determinata autopercezione domanda di essere assunta come criterio pubblico del vero.

La persona, in quanto sussistente razionale, non perde la propria nobiltà ontologica a causa delle inclinazioni che sperimenta, delle passioni che la attraversano o delle ferite che ne segnano la storia interiore. Proprio questa nobiltà, però, impedisce di ridurre il soggetto umano all’immediatezza del desiderio, poiché ciò che nella persona è più alto non coincide con ciò che essa avverte come più urgente, bensì con quell’apertura dell’intelletto e della volontà al bene che rende la creatura razionale capace di verità.

Nella prospettiva di san Tommaso d’Aquino, la verità non può essere pensata come produzione dell’io, né come riflesso della coscienza sopra se stessa, né come esito di un riconoscimento sociale che conferisce consistenza ontologica a ciò che viene percepito interiormente. La verità, secondo la sua definizione classica, è adeguazione dell’intelletto alla cosa, e tale adeguazione presuppone che l’essere abbia una intelligibilità propria, anteriore alla volontà che desidera e alla comunità che approva. Se si sostiene, invece, che ciascuno possieda una propria verità ultima circa il corpo, il fine, l’identità e il bene, allora non si custodisce una pluralità di verità, si dissolve la nozione stessa di verità, poiché ciò che vale soltanto come autorappresentazione soggettiva non obbliga la ragione, non fonda un ordine comune e non può esigere riconoscimento se non mediante una decisione di potere.

Qui il pride mostra la sua aporia più profonda. Esso sembra voler sottrarre l’identità al giudizio della natura e della ragione, invocando la sovranità dell’autopercezione, e nello stesso atto chiede che quell’autopercezione sia accolta come verità pubblica, pedagogicamente celebrata e normativamente protetta. In altri termini, la verità viene negata quando si presenta come misura dell’essere, poi viene reclamata quando assume la forma della rivendicazione sociale. Tale movimento non appare come una semplice incoerenza pratica, poiché rivela una torsione metafisica più radicale, nella quale il desiderio non domanda soltanto di essere tollerato nella sua fattualità, bensì pretende di diventare forma, misura e logos della persona.

L'obiezione secondo cui questa sarebbe soltanto una verità tra altre verità non regge se sottoposta alla disciplina della ragione. Una verità puramente soggettiva, infatti, non può essere verità nel senso proprio, dato che il vero, per sua natura, non coincide con il modo in cui il soggetto si sente, bensì con ciò che l’intelletto riconosce come conforme all’essere. Dire che una cosa è vera solo per me significa, più precisamente, dire che essa appartiene al campo dell’opinione, dell’inclinazione, dell’esperienza vissuta o della preferenza, non all’ordine della verità. La verità, se è tale, non viene posseduta come un oggetto privato, viene riconosciuta come una misura che precede il soggetto e lo chiama a conformarsi a ciò che è. Da questa premessa discende anche l’insufficienza della riduzione della libertà a pura autodeterminazione.

Per san Tommaso, la libertà non si compie nel potere indeterminato di darsi qualunque forma, poiché nessun ente finito è causa piena di se stesso, bensì nell’atto con cui la volontà, illuminata dalla ragione, aderisce al bene conforme alla natura. Una libertà separata dal vero non diviene più ampia, diviene più esposta all’instabilità dell’appetito e alla pressione del riconoscimento esterno. Un’identità fondata sulla proclamazione pubblica del desiderio non supera la dipendenza, la trasferisce dall’interiorità inquieta alla scena collettiva, dove l’io cerca nell’approvazione altrui una consistenza che non può derivare dalla sola affermazione di sé. Il corpo, in tale quadro, non può essere inteso come materia neutra affidata alla narrazione soggettiva, poiché nell’unità sostanziale della persona esso partecipa della forma e manifesta un ordine finalistico che la ragione non inventa, bensì legge.

Là dove il pride tende a separare l’identità dal dato naturale e il desiderio dal fine, il tomismo richiama la convertibilità trascendentale di essere e bene, mostrando che ogni realtà creata è intelligibile in quanto ordinata e che ogni appetito umano riceve dignità morale non dalla sua intensità, bensì dalla sua conformità al bene della persona intera. Per questo una critica tomista del pride non consiste nella negazione del rispetto dovuto alle persone, né nella giustificazione di alcuna umiliazione, poiché la giustizia naturale proibisce di degradare chiunque a causa della propria condizione. Essa consiste, più profondamente, nel rifiuto di una metafisica capovolta, nella quale la volontà vorrebbe fondare l’essere e l’autopercezione vorrebbe sostituire la natura. Se la verità viene ricondotta al sentire, allora la ragione perde la propria misura. Se il desiderio viene assunto come principio, allora il bene viene oscurato dalla pulsione. Se l’identità viene costruita contro l’ordine dell’essere, allora l’io, credendo di liberarsi, smarrisce la sola via che possa condurlo alla sua pienezza, cioè la conformità della libertà alla verità.