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Rushdie, un precedente mette a rischio la condanna di Matar per terrorismo

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Hadi Matar, l’uomo che nel 2022 ha attentato alla vita di Salman Rushdie, è stato condannato a 25 anni di carcere in sede statale, e rischia la reclusione a vita nel processo federale per terrorismo transnazionale. Ma un precedente potrebbe complicare le cose e aprire le porte a un ricorso.

Esteri 08_08_2026
Salman Rushdie nel 2024 al Salone del Libro di Torino (ImagoEconomica)

«Il coltello era a un millimetro dal mio cervello». «Ho cercato di scappare, ma era sopra di me e continuava a colpirmi». Salman Rushdie, 79 anni, lo scrittore che da 37 anni riceve minacce di  morte, ha ricostruito per la seconda volta, con compostezza schietta, il 23 luglio 2026, i secondi dell’aggressione che quattro anni fa per poco non gli è costata la vita. «Ero in un lago di sangue sconfinato». Timothy C. Lynch, il procuratore federale, lo ha invitato a togliere gli occhiali che porta dal giorno dell’aggressione: una lente trasparente, l’altra scura a celare l’orbita svuotata. «Come potete constatare, adesso non resta nulla», ha detto Rushdie indicando il vuoto. Sono stati necessari sette mesi di riabilitazione prima che lo scrittore recuperasse l’uso parziale di una mano. Quell’attentato gli è costato una lesione al fegato, e anche, per un po’, la ventilazione assistita, nonché la lunga convalescenza e le conseguenze permanenti.

Il suo attentatore, Hadi Matar, già condannato in sede statale a venticinque anni di reclusione per tentato omicidio, affronta ora un secondo procedimento, questa volta federale. La differenza tra processo statale e federale non è solo il tribunale, ma la natura del reato: quello statale riguarda le leggi del singolo Stato, quello federale entra in gioco quando si violano leggi nazionali e il crimine coinvolge più Stati e la Costituzione.

Il 30 luglio, Matar è stato condannato anche per reati federali di terrorismo, sempre in riferimento all’attentato a Rushdie. Non si conclude tutto qui. La sentenza nel procedimento federale è attesa per il 3 novembre prossimo, quando verrà determinata l’entità della pena: l’attentatore rischia l’ergastolo e il caso allora potrebbe essere riaperto. La procura sostiene che Matar non abbia agito isolatamente, ma sotto l’influenza diretta di Hezbollah e in esecuzione della fatwa iraniana. È dunque in gioco la reale forza dell’ingerenza del terrorismo iraniano in Occidente.

Era il 12 agosto 2022, quando Rushdie stava per salire su un palco della Chautauqua Institution, luogo di ritiro culturale nello Stato di New York, per discutere — con un’ironia che il destino non gli ha risparmiato — della protezione degli scrittori perseguitati e del diritto d’asilo per le voci in pericolo. Dietro quel gesto, secondo l’accusa, c’è un legame che risale al 1989, quando l’ayatollah Khomeini, guida della Repubblica islamica iraniana, pronunciò la condanna a morte contro lo scrittore, colpevole ai suoi occhi di aver dato alle stampe I versi satanici. Dopo anni trascorsi nella clandestinità sotto protezione britannica, Rushdie aveva progressivamente riconquistato una parvenza di normalità, tornando ad apparire in pubblico e rinunciando alla scorta: ma la quotidianità riconquistata s’infranse quel pomeriggio d’agosto, per mano di Hadi Matar, nato negli Stati Uniti e titolare anche della cittadinanza libanese.

Nel febbraio 2025, Rushdie rendeva la sua prima, drammatica deposizione contro l’uomo che aveva tentato di ucciderlo: quel giorno Hadi Matar fece il suo ingresso in aula canticchiando «Dal fiume al mare, Palestina libera», mentre uno dei suoi difensori d’ufficio, Lynn Schaffer, invitava i giurati a non lasciarsi condizionare da un giudizio anticipato. A sostegno della tesi, per gli inquirenti, di un gesto influenzato direttamente dal regime iraniano, sono diverse le prove. A cominciare dai viaggi compiuti dall’imputato nel Libano meridionale, area in cui il partito politico islamista sciita — che è considerato un’organizzazione terroristica da molti Paesi, mentre per l’Ue soltanto «l’ala militare» di Hezbollah è da considerarsi tale — gestisce campi di addestramento. Al momento dell’arresto Matar portava con sé una patente falsa del New Jersey intestata a “Imad Mugniyah”, nome dello stratega di Hezbollah eliminato in Siria dai servizi israeliani. Secondo la madre dell’imputato, fu proprio un soggiorno in Libano nel 2018 a renderlo più cupo e ritirato in se stesso. Le indagini avrebbero inoltre rivelato che Matar cominciò a documentarsi su Rushdie già nel 2020, arrivando ad annotare per iscritto l’intenzione di doverlo eliminare quanto prima, e che nei mesi precedenti all’attentato compose materiale propagandistico — tra cui un video intitolato “Fatwa contro Rushdie 1.6” — corredato da frasi in cui sosteneva che «se i musulmani avessero già ucciso lo scrittore, non si sarebbero mai viste vignette satiriche sul Profeta». 

Il procuratore Lynch ha definito l’intera vicenda come l’esecuzione di una guerra santa. «Voleva che tutti sapessero che agiva al servizio di Hezbollah, voleva essere percepito come un martire islamico». A rafforzare questa lettura, secondo l’accusa, vi sarebbe uno scambio di messaggi risalente al maggio 2022 con un contatto in Iran, un uomo chiamato Kamyar: Matar gli avrebbe scritto di sapere dove trovare lo scrittore, restando incerto solo sul come colpirlo, e gli avrebbe chiesto conferma della validità della fatwa di Khomeini; ottenuta rassicurazione, sarebbe passato all’azione. La difesa ha ribattuto che l’accusa chiede ai giurati di «collegare i puntini» in un procedimento privo di prove concrete su ciò che Matar pensava il giorno dell’aggressione. E se il 3 novembre prossimo dovesse arrivare l’ergastolo c’è già un bel ricorso pronto. 

Sul processo grava, infatti, un precedente che inquieta. Lo scorso aprile un collegio giudicante presieduto dal giudice Myrna Pérez ha stabilito che Akayed Ullah — l’uomo che fece detonare una bomba nel tunnel sotterraneo che collega la stazione di Port Authority a quella di Times Square, snodo attraversato ogni giorno da duecentotrentamila persone a New York — non avesse fornito, con quel gesto, un concreto sostegno materiale al terrorismo. E ciò nonostante l’uomo avesse dichiarato di aver agito per conto dello Stato islamico, giustificando così l’attentato: «Ho agito per vendetta contro i raid di Israele a Gaza». Contro quella sentenza il Dipartimento di Giustizia ha già presentato appello: diversi giuristi temono, infatti, che possa complicare anche l’impianto accusatorio costruito contro Matar e riaprire il caso dopo la sentenza definitiva.

Ma non solo. Se a novembre non dovesse arrivare l’ergastolo, significherà che il giudice avrà riconosciuto le attenuanti: queste aprirebbero un secondo grave precedente per le corti degli USA, e starebbero a confermare la forza dell’influenza iraniana e la difficoltà ad arginarla.

Sullo sfondo del dibattimento riecheggiano intanto le minacce più recenti provenienti dall’Iran: ad aprile, l’ex ministro degli Esteri iraniano Manouchehr Mottaki ha rinnovato, su un’emittente del regime, le minacce contro Rushdie: «Quei due, Trump e Netanyahu, vanno messi sotto processo e l’esecuzione del verdetto affidata ai musulmani di tutto il mondo, come la fatwa contro il crimine di Rushdie, condannato come apostata».

In aula, l’avvocato di Matar ha scelto di interrogare direttamente lo scrittore sul contenuto de I versi satanici, chiedendogli se non avesse previsto la reazione che il romanzo avrebbe suscitato negli ambienti islamici. È la stessa domanda che da decenni riaffiora in cancellerie e redazioni di mezzo mondo, quasi a insinuare che la presunta provocazione giustifichi il terrorismo islamico.