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REPORTAGE

A Tiro, nonostante la tregua, sono ancora le bombe a parlare

Reportage a Tiro, tra un bombardamento e l'altro. Nonostante i colloqui continuino a Roma, l'uccisione di due riservisti israeliani ha innescato la rappresaglia dell'IDF contro tutto il sud libanese.

- Il funerale di 112 vittime di Gaza di Nicola Scopelliti

 

Esteri 08_08_2026
Macerie di Tiro (foto di Elisa Gestri)

Mentre all'ambasciata americana di Roma è in corso il “negoziato diretto” tra Israele e Libano – incagliatosi sul disarmo di Hezbollah e sul “graduale ritiro” delle truppe israeliane (IDF) dalle “zone pilota”, ad oggi mai effettuato nonostante le dichiarazioni ufficiali – lasciamo Beirut in direzione di Tiro, capitale della regione del sud. Dobbiamo consegnare un pacco di generi alimentari all'Arcivescovado maronita, dove nei mesi scorsi hanno trovato rifugio centinaia di sfollati dai villaggi di confine in fuga dagli attacchi dell'esercito israeliano (IDF). La stessa città di Tiro è stata in seguito bombardata più volte e raggiunta da ordini di evacuazione che non hanno risparmiato il quartiere cristiano della città.

Superata Saida, lungo l'autostrada cominciano ad apparire le bandiere giallo-verdi di Hezbollah, oltre ai ritratti dei personaggi più ragguardevoli del pantheon islamico sciita: l'ex segretario del Partito di Dio Hassan Nasrallah, il suo attuale sostituto Naim Qassem, la defunta Guida Suprema dell'Iran Ali Khamenei, il generale iraniano delle Guardie della Rivoluzione Qasem Soleimani...  Appena a nord di Tiro ci imbattiamo nella carcassa del ponte di Qasmiyeh sul fiume Litani, fatto saltare a fine marzo da IDF e infine distrutto completamente il 16 aprile scorso. L'esercito libanese ha ripristinato un posto di blocco poco lontano, dove la nostra macchina si sofferma e riceve l'autorizzazione a passare. Il drone israeliano a bassa quota diffonde nell'aria un frastuono diabolico, a paragone del quale il ronzio del gemello beirutino sembra quasi un timido sottofondo.

Scopriamo dalle notizie on line di aver scelto il giorno sbagliato per muoverci verso sud: durante la mattinata un ordigno esplosivo ha ucciso due riservisti di IDF a Majdal Zoun e Israele sta procedendo ad una serie di attacchi multipli nei distretti di Tiro e Bint Jbeil in ritorsione della “violazione della tregua da parte di Hezbollah”. I bombardamenti – lo scopriremo dopo – andranno avanti fino a notte; risulteranno colpite le località di Mansouri, Tibnin, Burj Shemali e la stessa Majdal Zoun; un civile sarà ucciso a Tibnin durante un attacco al locale cimitero, decine di persone resteranno ferite e centinaia di famiglie fuggiranno verso nord in direzione di Tiro.

Siamo ormai in città quando apprendiamo la notizia degli attacchi in corso; chiediamo dunque all'autista che ci ha accompagnati di restare con noi fino al ritorno a Beirut e ci dirigiamo verso l'arcivescovado maronita. Il quartiere cristiano appare deserto – in realtà in tutta la città c'è pochissima gente – e le barche dei pescatori dell'attiguo porticciolo sono state tirate in secco. Sui muri delle case perse tra i vicoletti del quartiere sono state disegnate delle croci: segnalano a IDF le abitazioni dei cristiani, famiglie di civili senza alcun legame con Hezbollah.

Apre la porta dell'Arcivescovado il parroco dell'adiacente cattedrale di Nostra Signora dei Mari; ci accoglie con circospezione, ma quando ci riconosce si apre in un sorriso e accetta il pacco alimentare che gli porgiamo. «Siete sempre rimasti qui con i rifugiati nonostante gli ordini di evacuazione?» - chiediamo. «Sempre», risponde, «tranne due settimane. Sono stati mesi molto duri». Poco dopo arriva il Vescovo, Monsignor Charbel Abdallah: va di fretta, e non osiamo disturbarlo. Hanno entrambi l'aria di sopravvissuti. Nel giugno scorso Monsignor Abdallah, assieme al Vescovo greco-cattolico melchita Georges Iskander e al Metropolita ortodosso Elias Kfoury, ha rivolto un appello alla comunità internazionale e all'esercito libanese affinché intervenisse per difendere l'antico quartiere cristiano da IDF.

Procediamo in macchina per la città, alla ricerca delle tracce dei recenti attacchi dell'esercito israeliano; non dobbiamo cercare a lungo, perché ovunque ai lati delle strade si aprono enormi crateri. Passiamo accanto alle macerie dell'ospedale Jabal Amel, colpito il primo giugno (quattro le vittime) prima di raggiungere la passeggiata a mare, dove il bombardamento di IDF su un edificio multipiano adiacente all'Università ha ucciso residenti, soccorritori della Protezione Civile e paramedici. Sull'area dove sorgeva l'edificio è stato aperto un cantiere, sorvegliato da due giovani della Protezione Civile. «Non avete paura?» chiediamo al più anziano dei due, ventidue anni. «Mai», risponde, ma gli occhi non sorridono. Percorriamo il quartiere di al Masaken al Shaabiyah, appena arretrato rispetto al lungomare, colpito senza preavviso il 9 giugno (almeno otto le vittime e più di trenta i feriti).

Prima di rientrare a Beirut decidiamo di concederci una breve visita al sito archeologico romano, lambito dalle bombe destinate al vicino campo palestinese di al Bas – il museo, gli uffici, i laboratori e i depositi sono stati pesantemente danneggiati. Siamo i soli visitatori nella calura del primo pomeriggio; la solennità della necropoli, l'imponenza degli archi, la maestosità dell'ippodromo ci trasportano in un altro tempo, senza bombardamenti, attacchi aerei e droni di sottofondo. Improvvisamente, però, un'esplosione in lontananza ci riporta all'attualità di un Paese ancora senza pace, nonostante le dichiarazioni ufficiali della diplomazia a cui la comunità internazionale sembra dare credito. Qui, nella regione in cui Gesù ha predicato alle folle, sono le bombe a parlare. Torniamo a Beirut con l'impressione di aver toccato con mano, qui nel sud, la profonda bellezza del Libano e allo stessso tempo la realtà di un Paese senza speranza.