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Caso Minetti, gli abusi di certo giornalismo d’inchiesta

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La Procura archivia il caso della grazia concessa alla Minetti. Ma chi risponderà delle accuse rivolte al ministro Nordio? E qualcuno affronterà seriamente il tema della deontologia professionale dei giornalisti? 

Editoriali 05_06_2026

Per settimane una parte dell'opposizione di sinistra ha chiesto a gran voce le dimissioni del ministro della Giustizia, Carlo Nordio. Lo hanno fatto senza attendere gli esiti degli accertamenti richiesti proprio per verificare la fondatezza delle notizie che avevano alimentato il caso della grazia concessa a Nicole Minetti. Oggi, alla luce delle conclusioni della Procura Generale di Milano, quella richiesta appare quantomeno avventata.

Tra i più duri vi erano esponenti del Partito Democratico come Debora Serracchiani, insieme ad Alleanza Verdi e Sinistra e al Movimento 5 Stelle. Tutti hanno costruito una durissima offensiva politica sulla base di ricostruzioni giornalistiche che la stessa Procura Generale ha ora definito non corrispondenti al vero.

La vicenda nasce dalla grazia concessa dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Nicole Minetti nel febbraio 2026. Successivamente alcune inchieste giornalistiche, in particolare pubblicate dal Fatto Quotidiano e riprese da altre trasmissioni televisive (Report e Cartabianca), avevano sollevato dubbi sulla correttezza dell'istruttoria che aveva portato alla concessione del provvedimento di clemenza.

Le accuse erano pesanti. Si parlava di presunte feste a base di droga e sesso in Uruguay, di possibili irregolarità nell'adozione del figlio della coppia formata da Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani, di presunti procedimenti giudiziari all'estero e persino di un decesso avvenuto in circostanze sospette che sarebbe stato collegato alla vicenda.

Proprio la gravità delle accuse aveva indotto il Quirinale a richiedere ulteriori verifiche. Verifiche che sono state svolte dalla Procura Generale di Milano guidata da Francesca Nanni e che si sono concluse con un risultato netto.

Nella relazione trasmessa al Ministero della Giustizia, la Procura afferma infatti che “i fatti riportati nelle notizie di stampa dalle quali ha tratto origine il presente supplemento di attività non corrispondono al vero” e che “non sono emersi fatti contrastanti con il quadro probatorio già acquisito”. In altre parole, gli approfondimenti non hanno modificato in alcun modo il giudizio già espresso a favore della grazia. Le smentite riguardano tutti i punti centrali delle accuse.

La Procura Generale ha accertato che non esistono segnalazioni di reato, pendenze giudiziarie o coinvolgimenti in indagini in Uruguay o in Spagna a carico di Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani. Ha inoltre escluso irregolarità nel procedimento di adozione del minore, riconosciuto in Italia dal Tribunale per i Minorenni di Venezia.

Anche il presunto mistero relativo alla morte di un avvocato è stato chiarito. Contrariamente a quanto riportato da alcune ricostruzioni giornalistiche, non si trattava del legale dei genitori naturali del minore e non vi era alcuna battaglia giudiziaria in corso. Il Procuratore della Repubblica uruguaiano ha inoltre riferito che sul decesso non esistono ipotesi di reato.

Particolarmente significativa è poi la smentita delle accuse relative ai presunti festini con droga e sesso. La Procura riferisce che tali affermazioni, provenienti originariamente da una massaggiatrice intervistata dal Fatto Quotidiano, risultano smentite dalle dichiarazioni raccolte nel corso delle indagini difensive e dalle testimonianze assunte dai Carabinieri.

Sono stati inoltre confermati il grave quadro sanitario del minore, seguito presso il Boston Children's Hospital, la necessità della presenza della madre durante controlli e terapie, nonché l'attività di volontariato svolta da Nicole Minetti e la sua presenza stabile in Italia dal gennaio 2024.

Alla luce di questi accertamenti, il Ministero della Giustizia ha semplicemente trasmesso al Quirinale la relazione della Procura Generale, prendendo atto delle conclusioni raggiunte dagli organi competenti.

Resta allora una domanda politica. Chi risponderà delle accuse rivolte al ministro Nordio? Chi spiegherà perché si è chiesta la testa di un ministro prima ancora che venissero effettuati gli accertamenti richiesti? In uno Stato di diritto, il principio di prudenza dovrebbe valere non soltanto per i magistrati, ma anche per la politica.

Esiste però anche una seconda questione, altrettanto importante: quella della responsabilità dell'informazione. Se un'inchiesta giornalistica produce un terremoto istituzionale, induce esponenti politici a chiedere dimissioni ministeriali e mette in discussione una decisione del Presidente della Repubblica, salvo poi essere smentita nei suoi presupposti fondamentali dagli accertamenti ufficiali, non è corretto archiviare la vicenda con un semplice cambio di pagina.

La deontologia professionale impone ai giornalisti il dovere di verificare le fonti, di controllare la fondatezza delle informazioni raccolte e di perseguire la verità sostanziale dei fatti. Un giornalismo che si fonda su testimonianze non adeguatamente riscontrate, su insinuazioni o su ricostruzioni prive di conferme documentali rischia di trasformarsi in uno strumento di delegittimazione anziché di informazione.

Per questo motivo sarebbe auspicabile che anche gli organismi disciplinari dell'Ordine dei Giornalisti valutassero attentamente quanto accaduto. Non per limitare la libertà di stampa, che resta un pilastro irrinunciabile della democrazia, ma per tutelarne la credibilità. La libertà di informare comporta infatti anche il dovere della verifica, della correttezza e della responsabilità.

Nel frattempo, gli avvocati di Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani hanno annunciato iniziative giudiziarie risarcitorie nei confronti delle testate e delle trasmissioni che hanno diffuso le notizie oggi contestate, sostenendo che le informazioni diffuse siano state accertate come non vere dall'autorità giudiziaria. Saranno ora eventuali procedimenti civili a stabilire se e in quale misura vi siano state responsabilità.

Il caso Minetti lascia dunque una lezione che va ben oltre la vicenda personale dell'ex consigliera regionale. In una democrazia matura, la politica dovrebbe attendere i fatti prima di emettere sentenze. E il giornalismo dovrebbe verificare i fatti prima di costruire accuse.



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