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LA QUESTIONE

Cari vescovi, gender e veglie "contro l’omofobia" sono uguali

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La Curia di Bari prende le distanze dalla veglia "contro l’omobitransfobia", ma il vescovo avrebbe dovuto annullarla. A Lecce la Diocesi sposa la linea “veglia sì”, “gender no”: un equivoco che si diffonde nella Chiesa, facendo dimenticare che si tratta di due facce della stessa medaglia.
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Ecclesia 16_05_2023

Dopo l’articolo della Bussola sulle due veglie gemelle - svoltesi domenica sera in due parrocchie di Bari e Lecce - «per il superamento dell’omobitransfobia», le rispettive diocesi hanno pubblicato due diverse note.

L’Arcidiocesi di Bari-Bitonto, nella prima mattina di domenica 14 maggio, ha tenuto a precisare che la veglia «non è organizzata» dalla Curia stessa. E ha aggiunto: «Se da una parte si auspica una sempre maggiore inclusività contro ogni forma di discriminazione tra le persone, dall’altra non ci si riconosce in un linguaggio mutuato dalle logiche di rivendicazione dei diritti civili, né nella teoria gender già definita da Papa Francesco “colonizzazione ideologica”. La comunità ecclesiale sempre valorizza e sostiene il desiderio della preghiera condivisa che, anche nei suoi linguaggi e in ogni occasione, deve alimentare la comunione e non prestarsi a interpretazioni divisive». Punto.

Il comunicato segna una presa di distanza rispetto all’iniziativa, ma appare scialbo e inadeguato rispetto alla gravità della situazione, che è evidentemente legata alla salvezza delle anime. Al vescovo diocesano è affidata, per diritto canonico, «tutta la potestà ordinaria, propria e immediata che è richiesta per l’esercizio del suo ufficio pastorale» (Can. 381); egli deve curare che i sacerdoti sotto la sua guida «adempiano fedelmente gli obblighi propri del loro stato» (Can. 384) ed «è tenuto a proporre e spiegare ai fedeli le verità di fede che si devono credere e applicare nei costumi» (Can. 386). Concetti che si ritrovano sostanzialmente nella Lettera ai vescovi della Chiesa Cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali (1986) che si conclude proprio con l’invito ai pastori ad avere particolare zelo per queste persone, «le cui sofferenze possono solo essere aggravate da dottrine errate e alleviate invece dalla parola della verità».

Ora, è chiaro che nella parrocchia barese di San Sabino, retta da don Angelo Cassano, la veglia che si è svolta domenica veicola dei messaggi che si oppongono frontalmente alla morale naturale e alla fede cattolica, perché l’assunto su cui si è basata l’iniziativa non è l’accoglienza del peccatore che intende abbandonare il peccato come ogni sincero penitente: è, piuttosto, l’accoglienza del peccato in quanto tale, dunque di perpetuare l’offesa a Dio. Questo era palese già dalla locandina della veglia e dai gruppi che l’hanno organizzata, i quali non fanno mistero di voler cambiare l’insegnamento della Chiesa in tema di omosessualità e transessualità.

Se, com’è giusto, si prendono le distanze dalla suddetta veglia «per il superamento dell’omobitransfobia», sarebbe stato logico attendersi un suo annullamento da parte di chi ha il potere e, come visto, anche il dovere di farlo, cioè il vescovo (qui, monsignor Giuseppe Satriano). Un dovere a tutela del gregge che gli è stato affidato. Resta perciò la domanda: perché non l’ha fatto?

Vediamo ora la seconda nota, quella dell’Arcidiocesi di Lecce che poche ore prima che la veglia si svolgesse ha voluto far presente che sarebbe stata «un momento di preghiera contro ogni forma di discriminazione». Nessuna presa di distanza, dunque, a parte questa precisazione della stessa nota: «Non corrisponde invece al sentire della comunità cristiana l’uso di un linguaggio che attinga ad elementi presenti nella teoria del gender o a battaglie ideologiche».

C’è insomma l’equivoco di fondo, già trattato ieri su questo quotidiano da Roberto Marchesini e che si sta progressivamente diffondendo nella Chiesa. L’equivoco è credere che la teoria del gender e le veglie contro la cosiddetta omofobia (e altri eventi simili) siano due cose differenti. In realtà, rispondono allo stesso linguaggio (termini come "omofobia" e affini sono un grimaldello politico-culturale), alle stesse organizzazioni, allo stesso obiettivo: sovvertire - lo ripetiamo - l’insegnamento della Chiesa, e dire che certi peccati non sono più peccati… In questo contesto, suonano quindi come vuote le parole con cui la Curia di Lecce prosegue il suo comunicato, affermando di sostenere «il massimo rispetto e accoglienza nei riguardi di ogni persona, poiché tutti siamo figli dell’unico Padre e abbiamo titolo ad essere parte viva della comunità cristiana. Il parroco di San Giovanni Battista [la parrocchia dove si è svolta la veglia, ndr] è pienamente in linea con le presenti indicazioni, affinché il momento di preghiera sia fonte di comunione».

Parole vuote perché la Curia sorvola appunto sulla differenza tra peccato (da odiare) e peccatore (da amare e aiutare sulla via della conversione). Cristo non può essere in comunione con il peccato, tant’è che si è sottoposto alla morte di croce pur di liberare i suoi figli dall’abbraccio mortale con il peccato stesso. E «diventare figli di Dio» richiede di accoglierlo in eterno (cfr. Gv 1,12), ossia, per dirla con le stesse parole di Gesù: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui» (Gv 14,21).

Questa è l’unica comunione possibile, l’unica che Gesù vuole che la sua Chiesa insegni.