Canada, un’attrice per sdoganare l’eutanasia per malati mentali
Ascolta la versione audio dell'articolo
Claire Brosseau, attrice di 49 anni con un disturbo bipolare, fa ricorso in tribunale per avere accesso al suicidio assistito. Al suo fianco la lobby Dying with dignity. Il solito caso “compassionevole” per far avanzare la cultura della morte. Un richiamo anche per l’Italia.
In Italia abbiamo, ahinoi, l’Associazione Luca Coscioni. In Canada hanno, ahiloro, Dying with dignity, che sta per “Morire con dignità”, dove per “dignità” (termine derivante dal latino dignus, che significa “degno”, “meritevole”) si intende in realtà il suo esatto opposto, cioè l’eutanasia. E come i radicali nel nostro Paese, anche i membri di Dying with dignity cercano di far avanzare l’eutanasia in Canada a colpi non solo di propaganda ma anche di cause giudiziarie mirate.
Una di queste è la causa che vede Dying with dignity al fianco dell’attrice canadese Claire Brosseau, classe 1977, che dall’agosto del 2024 sta tentando di ottenere per via giudiziaria l’accesso alla cosiddetta “Assistenza medica nel morire” (Maid, nell’acronimo inglese) come mezzo per risolvere la sofferenza legata alla sua malattia mentale. A Claire è stato diagnosticato un disturbo bipolare all’età di 14 anni e la donna ha raccontato del suo passato costellato di uso di droghe e disordini vari. Ora è decisa a mettere la parola fine sulla sua vita, passando dal servizio sanitario canadese. E il 4 maggio di quest’anno ha presentato un nuovo ricorso in tribunale, contro il governo dell’Ontario, per ottenere un provvedimento d’urgenza che le consenta appunto di accedere al suicidio assistito. La leva usata da Claire e dagli attivisti di Dying with dignity è che escludere i malati mentali da quello che chiamano “diritto” all’eutanasia sarebbe discriminatorio e perpetuerebbe lo stigma nei confronti di queste persone. Un’argomentazione paradossale, visto che tale esclusione è funzionale a proteggere il diritto alla vita di queste stesse persone, in ragione della loro particolare fragilità mentale.
Il caso è emblematico perché lo sdoganamento dell’eutanasia nei Paesi occidentali è avvenuto generalmente a partire dai malati “terminali” e insistendo sulla capacità del soggetto che la chiede di prendere decisioni libere e consapevoli. Posto che questo assunto è già fallace in sé (primo perché la vera libertà è legata al bene, secondo perché la malattia e le circostanze che l’accompagnano spesso condizionano e limitano la libertà stessa), lo è anche di più se lo applichiamo ai malati mentali: come possono costoro prendere decisioni pienamente libere e consapevoli e per di più in un ambito così grave come quello di togliersi la vita? Eppure è un fatto che quando un Paese, pur tra vari paletti, introduce l’eutanasia, si arriva presto a estenderla anche a depressi e altri malati mentali. E si finisce per praticarla con o anche senza il loro consenso, perché il disprezzo per la vita fragile – di cui le leggi sull’eutanasia sono espressione – si diffonde in conseguenza della normalizzazione del suicidio-omicidio che quelle stesse leggi recano con sé. Una verità su cui dovrebbero riflettere anche i parlamentari del nostro Paese, dove il disegno di legge sul suicidio assistito è calendarizzato al Senato per il prossimo 3 giugno.
Il Canada ha approvato l’estensione dell’eutanasia per i malati mentali nel marzo del 2021, ma ne ha dilazionato più volte l’entrata in vigore per dare al Parlamento il tempo di stabilire delle linee guida: l’ultima moratoria in questo senso (stabilita nel 2024) è valida fino al 17 marzo 2027. Stanchi di attendere ancora, gli attivisti pro-eutanasia stanno perciò cercando di forzare la mano per via giudiziaria, usando Claire come testimonial della loro battaglia. E questo avviene in un Paese che nel 2024 ha registrato ben 16.499 decessi per eutanasia, un nuovo record per il Canada, pari a oltre il 5% di tutti i decessi ufficiali.
Ma c’è anche chi sta cercando di correre ai ripari. Ad esempio, la parlamentare Tamara Jansen ha presentato un progetto di legge alla Camera dei Comuni per stabilire che, ai fini dell’accesso alla Maid, «un disturbo mentale non è una condizione medica grave e irreparabile»: una definizione che ha il fine appunto di escludere l’eutanasia per sola malattia mentale. Euthanasia Prevention Coalition (EPC), un’organizzazione pro vita, sta cercando di intervenire nel procedimento giudiziario che riguarda Claire Brosseau, per mettere in luce le «implicazioni di ordine pubblico, comprese quelle relative alle persone con disabilità di salute mentale, derivanti dall'applicazione di un'esenzione alle disposizioni del Codice penale in materia di Maid che consentirebbe l'applicazione della Maid a una persona affetta esclusivamente da malattia mentale». EPC sottolinea gli effetti che un’eventuale nuova liberalizzazione di questo tipo avrebbe su tutte quelle persone, la stragrande maggioranza, che lottano per sopravvivere e il cui concreto accesso all’assistenza medica verrebbe ulteriormente minato dall’allargamento delle maglie dell’eutanasia: eutanasia che già adesso, in Canada e altrove, si accompagna alla negazione di cure essenziali. Un fatto che alle lobby della morte – troppo impegnate a far avanzare la loro agenda politica attraverso casi “compassionevoli” – evidentemente non interessa.
Eutanasia chiama eutanasia: cosa spiega il boom canadese
Oltre 16mila morti per eutanasia in Canada nel 2024: significa che un decesso su venti avviene con questa pratica. Il dato choc dimostra che più si diffonde una legislazione di depenalizzazione, più crescono le domande.
Eutanasia = meno cure, la deriva del Canada è un monito per l’Italia
La legalizzazione di eutanasia e suicidio assistito ha portato in pochi anni il Canada a negare cure che prima forniva, costringere medici pro vita a cambiare lavoro, colpendo in primis i pazienti più vulnerabili e poveri. Una deriva che dovrebbe far riflettere la classe politica di casa nostra.
La nuova frontiera del Canada: eutanasia per i neonati
I medici canadesi hanno troppi pazienti, che non vogliono guarire ma farla finita anche in assenza di malattie terminali. E la prospettiva di sopprimere i neonati affetti da patologie suscita sempre meno scandalo. Una volta introdotta la legge, la morte è diventata una tragica routine.
Da Forza Italia a Forza suicidio assistito
Dietro alla calendarizzazione in Senato della discussione sul suicidio assistito per il prossimo 3 giugno, sta l'iniziativa degli eredi di Silvio Berlusconi che hanno imposto al partito una deriva laicista, facendo da sponda alla sinistra.
- DOSSIER: Suicidio assistito, fermate quella legge
- Vademecum sul fine vita, la forzatura della Lombardia, di Tommaso Scandroglio
- In Francia invece l'eutanasia non passa, di Luca Volontè

