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Il caso del piccolo Gabriel ricorda la violenza dell’utero in affitto

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Tiene banco negli USA la vicenda di Gabriel, un bambino nato il 12 agosto da madre surrogata, che ha resistito ai suoi committenti – a cui intanto è stata data la custodia legale – che chiedevano di abortirlo per via di una malformazione. Una storia emblematica.

Vita e bioetica 18_08_2026
McKenna West prima del parto di Gabriel (foto LiveAction)

È nato da appena sei giorni – il 12 agosto 2026 – ma sulla sua vita è già in corso, da settimane, una battaglia legale originata da un contratto di utero in affitto. Parliamo di Gabriel, un bambino nato in Texas da una madre surrogata originaria dell’Alaska, McKenna West, ma che ha rischiato di essere volontariamente abortito su richiesta dei suoi committenti. Ma andiamo con ordine.

McKenna, un’infermiera, già mamma single di altri due bambini, aveva deciso di sottoporsi alla maternità surrogata per mantenere i suoi figli e ritenendo allo stesso tempo di fare qualcosa di buono. Quindi, aveva contattato la Worldwide Surrogacy Specialists, un’agenzia specializzata nel mercato della surrogata, e all’inizio del 2025 aveva firmato un contratto con una coppia che vive in California: Nausheen Gilkar e Omar Ahmed. Lo scorso dicembre McKenna era rimasta incinta a seguito di un programma di fecondazione artificiale con trasferimento dell'embrione. Tutto era filato liscio per circa metà della gravidanza. Poi, ad aprile di quest’anno, intorno alla ventesima settimana di gestazione, l’ecografia aveva mostrato la presenza nel bambino della sindrome del cuore sinistro ipoplasico, una grave malformazione congenita che provoca un’insufficienza cardiaca subito dopo la nascita. Una malformazione che porta rapidamente alla morte se non viene curata, ma che è possibile trattare con una serie di interventi chirurgici, il primo dei quali da fare poco dopo la nascita.

Alla notizia dell’anomalia Nausheen e Omar hanno chiesto di abortire il bambino, avvalendosi di una clausola presente nel contratto di surrogazione, molto comune per i contratti di questo tipo. In Alaska nessuno dei medici contattati era disposto a praticare l’aborto in quella fase di gravidanza, che nel frattempo era giunta alla 22^ settimana. Dietro la pressione dei committenti, McKenna era stata poi indotta a programmare l’aborto con una clinica di Seattle alla 24^ settimana, ma alla fine – grazie pure alla mano tesale dal fratello, che le aveva promesso di sostenerla anche nel caso in cui avesse dovuto crescere il bambino da sola – ha detto un deciso “no” alla soppressione del figlio che portava in grembo. E con l’aiuto della fondatrice di Live Action, Lila Rose, e di una podcaster statunitense molto seguita, Ellen Fisher, è riuscita a volare in Texas, per dare lì alla luce il bambino, a cui lei stessa ha dato il nome di Gabriel.

Per la cronaca, Nausheen e Omar avevano tentato di imporre per vie legali a McKenna di andare a partorire in California, con un’équipe medica scelta da loro. La donna aveva comunicato ai due committenti che avrebbe acconsentito alla loro richiesta a patto che si fossero impegnati ad assicurare a Gabriel i trattamenti necessari per salvargli la vita. E nel frattempo, non avendo ottenuto nessuna rassicurazione in tal senso dai "genitori genetici", aveva chiesto (invano, almeno finora) l’affidamento di Gabriel.

La scelta di McKenna è caduta sul Texas perché vi sono degli ospedali specializzati nel trattamento della malformazione congenita di cui soffre Gabriel ed evidentemente perché si tratta di uno degli Stati americani messi meglio in fatto di normative a tutela della vita nascente. Prima ancora della nascita del bambino, è intervenuto nel caso il procuratore generale del Texas, il repubblicano Ken Paxton, che ha ottenuto dal tribunale un ordine di emergenza per proteggere la vita di Gabriel. Un comunicato di Paxton, pubblicato su X l’11 agosto, spiegava tra l’altro che «in base all'ordinanza del tribunale, al momento della nascita del piccolo Gabriel verranno prestate cure mediche salvavita, senza alcun ritardo. Il provvedimento vieta a chiunque di negare od ostacolare i trattamenti necessari, nonché di allontanare, dimettere o trasferire il bambino mentre il tribunale esamina il caso».

Il giorno stesso della nascita, Gabriel è stato trasferito in terapia intensiva neonatale per ricevere le cure necessarie, preparatorie al primo intervento chirurgico di cui ha bisogno. Il bambino è stato subito separato dalla madre surrogata, in base a un ordine restrittivo temporaneo emanato il giorno prima della nascita e che ha appunto impedito alla stessa McKenna di vedere e tenere in braccio Gabriel.

I committenti, secondo quanto riporta Life News, sono stati riconosciuti da una corte della California come i genitori legali del bambino. A quanto emerge dalle cronache, erano in ospedale quando è nato. Il loro avvocato, Lee Budner, ha attaccato sia la madre surrogata che il procuratore Paxton accusandoli di aver trasformato la «tragedia familiare» dei propri clienti, determinata dall’anomalia cardiaca del piccolo, in un «teatro politico». Budner ha anche affermato che «il tentativo infondato di McKenna West di interferire con le cure mediche del bambino è stato categoricamente respinto dai tribunali. In questo momento, i nostri clienti continuano a mettere al primo posto la salute e il benessere del loro bambino, seguendo i consigli dell’équipe medica che lo ha in cura, come hanno sempre fatto e proprio come farebbe qualsiasi genitore amorevole». Peccato che l’avvocato ometta di dire che Gabriel a quest’ora sarebbe già morto se McKenna, anziché “interferire”, avesse eseguito la richiesta della coppia committente di abortire il bambino, richiesta motivata dalla coppia stessa sulla base dell’ingannevole paradigma della “qualità di vita”.

Per inciso, dopo il rifiuto di abortire, Nausheen e Omar non solo hanno smesso di inviare denaro alla madre surrogata, ma le hanno anche chiesto di restituire quanto già ricevuto e di pagare loro i danni legati al suo rifiuto. Non siamo in grado di dire quanto si prolungherà la battaglia legale e a quali esiti condurrà, ma McKenna ha fatto sapere, tramite l'avvocato Lincoln Wilson, di essere disposta a portare la causa per ottenere la custodia fino alla Corte Suprema: il suo legale argomenta peraltro che, per la legge texana, madre è chi partorisce.

Di certo il caso del piccolo Gabriel ci ricorda alcune elementari verità su questa barbarie contemporanea che è l’utero in affitto. Ne richiamiamo giusto un paio. Primo, la madre surrogata è trattata come una schiava e il figlio come un prodotto, anziché per quel che è (una persona e un dono); e come la merce difettosa può essere rispedita al mittente, il figlio “difettoso” può essere, per contratto, eliminato. Secondo, il senso della maternità – per quanto "a metà" – è più forte di qualsiasi contratto: McKenna ha sbagliato a credere che la maternità surrogata potesse essere cosa buona, ma quando si è trovata di fronte al bivio tra la propria “tranquillità” personale (abortire il bambino come da clausola contrattuale) e la custodia della vita che portava in grembo, ha infine coraggiosamente scelto per il meglio, facendo quello che farebbe qualunque madre – come si sarebbe detto una volta – timorata di Dio. Quell’unico Dio a cui la stessa McKenna si è richiamata, dicendosi grata per tutto l’aiuto ricevuto da coloro che «Lo amano» e che «amano la vita».