Biennale, il pasticcio della destra che non sa fare cultura
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Giuli diserterà l'esposizione veneziana in polemica con Buttafuoco che intende riaprire l'evento alla Russia. Uno dei momenti più alti della proiezione internazionale dell'Italia degenera in una guerra interna alla stessa area politica, mettendo a nudo l’assenza di una visione culturale condivisa.
La vicenda della Biennale di Venezia si sta trasformando in un caso politico e culturale di proporzioni imbarazzanti, un cortocircuito tutto interno alla destra italiana che mette a nudo contraddizioni profonde, personalismi e soprattutto l’assenza di una visione condivisa sul ruolo della cultura e delle istituzioni culturali nel Paese.
Quello che doveva essere uno dei momenti più alti della proiezione internazionale dell’Italia si è invece ridotto a una guerra fratricida tra il ministro della Cultura Alessandro Giuli e il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco, legati da un’amicizia di lunga data ma ormai divisi da una frattura politica e personale che appare difficilmente ricomponibile. Le parole utilizzate da Giuli, che definisce Buttafuoco un «fratello sbagliato» e parla apertamente di «pasticcio», segnano un punto di non ritorno nel rapporto tra governo e istituzione, trasformando una divergenza di vedute in uno scontro pubblico che danneggia l’intero sistema culturale italiano.
Al centro della crisi c’è la decisione di riaprire alla partecipazione della Russia alla Biennale, una scelta che Buttafuoco ha rivendicato come coerente con una visione della manifestazione come spazio di dialogo universale, una sorta di “ONU dell’arte” capace di tenere insieme anche realtà politicamente contrapposte. Una posizione che, per quanto discutibile nel contesto geopolitico attuale, ha almeno il merito di proporre una riflessione sul ruolo autonomo della cultura rispetto alla politica.
Tuttavia, per Giuli quella decisione rappresenta uno sconfinamento inaccettabile, un tentativo improprio di fare politica estera senza alcuna legittimazione, tanto più grave perché avvenuto senza coinvolgere il governo. È qui che emerge la contraddizione più evidente: da un lato una destra che rivendica autonomia culturale quando le conviene, dall’altro una richiesta di allineamento totale quando le scelte non coincidono con la linea politica dell’esecutivo. Il risultato è un conflitto che appare tanto più grave perché consumato all’interno della stessa area politica, con Matteo Salvini che difende l’autonomia della Biennale e Fratelli d’Italia che invece si schiera con il ministro, certificando una spaccatura che va ben oltre il singolo episodio.
A rendere il quadro ancora più caotico contribuiscono le dimissioni in blocco della giuria, un fatto senza precedenti che delegittima ulteriormente la manifestazione e la espone al rischio di derive paradossali, come l’ipotesi provocatoria evocata dallo stesso Giuli di votazioni influenzate da masse organizzate di visitatori. In questo clima surreale, il ministero ha disposto un’ispezione sulla gestione della Fondazione, mentre il ministro ha scelto di disertare eventi ufficiali, segnali evidenti di un gelo istituzionale che difficilmente può essere minimizzato.
Ma al di là degli episodi contingenti ciò che colpisce è l’incapacità del centrodestra di elaborare una politica culturale coerente, oscillando tra occupazione del potere e improvvisazione strategica. La stessa critica mossa da Giuli a Buttafuoco, quella di essersi illuso di poter utilizzare la cultura come strumento diplomatico, finisce per rivelare una visione riduttiva, in cui la cultura è subordinata alla politica anziché rappresentare uno spazio autonomo di mediazione e confronto.
Eppure, in un contesto internazionale segnato da tensioni crescenti e da una crisi energetica che potrebbe costringere l’Italia a rivedere i propri rapporti con la Russia, la posizione di Buttafuoco appare quantomeno più lungimirante di quanto il governo voglia ammettere. La sensazione è che questa vicenda sia solo l’ennesimo sintomo di una difficoltà strutturale della destra italiana nel gestire la cultura non come terreno di conquista ma come ambito strategico, capace di produrre visione e identità.
Il parallelo con altre esperienze recenti, tra polemiche sulla gestione della Rai, della Fenice e dei fondi al cinema, rafforza l’idea di un sistema in affanno, incapace di andare oltre logiche di appartenenza e di costruire un progetto credibile. In questo scenario, la Biennale diventa il simbolo di un fallimento più ampio, quello di una classe dirigente che sembra più interessata a regolare conti interni che a valorizzare uno dei patrimoni culturali più prestigiosi del Paese.
E se è vero che le divisioni politiche fanno parte della dialettica democratica, è altrettanto evidente che quando degenerano in scontri personali e in scelte contraddittorie finiscono per indebolire non solo le istituzioni coinvolte ma anche la credibilità internazionale dell’Italia. Di questo passo, il rischio per il centrodestra non è soltanto quello di perdere consenso elettorale, ma di compromettere definitivamente la capacità del Paese di esercitare un ruolo culturale autorevole sulla scena globale.
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