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Armi all'Ucraina, l'Italia diventa belligerante senza saperlo

L'Italia ha aderito alla linea dura delle sanzioni alla Russia e di invio di armi all'Ucraina. Non sappiamo quante e quali armi stiamo inviando, il Parlamento stesso ne è all'oscuro. Non sappiamo come queste armi verrano usate e se finiranno nelle mani giuste, o in quelle sbagliate della malavita o peggio ancora di gruppi jihadisti (perché ci sono anche quelli, sul campo). Infine non sappiamo quale sarà la rappresaglia russa nei nostri confronti, visto che ci considera "nazione ostile". E non siamo pronti a difenderci da un cyberattacco, che pure rischiamo.
- LA FIGURACCIA DI SALVINI? C'È DI PEGGIO, di Riccardo Cascioli

Manifestazione pro-Ucraina a Roma

L’Italia ha aderito alle sanzioni economiche “dure” alla Russia chieste dalla Ue al pari delle forniture di armi alle forze ucraine (operazione che ha visto lo stanziamento di 450 milioni di euro da parte di Bruxelles) divenendo indirettamente “belligerante” nei confronti della Russia.

Il tema è di tutta rilevanza non solo perché ha comportato l’inserimento dell’Italia nella lista delle “nazioni ostili” stilata dal ministero degli Esteri russo, ma perché ha pochi precedenti nella storia nazionale. Recentemente abbiamo negato la vendita di armi ai nostri alleati libici (il governo di Tripoli, GNA, poi armato dai turchi), a sauditi ed emiratini perché impegnati nel conflitto nello Yemen e quando fornimmo armi anticarro ai curdi impegnati a combattere lo Stato Islamico l’ex ministro della Difesa, Artuto Parisi (PD), fece presente che con tali forniture l’Italia diventava belligerante.

Sul fronte delle sanzioni Roma, come Berlino e Parigi, sembra esitare nel seguire il “diktat” statunitense che vorrebbe imporre l’embargo sugli acquisti di gas e petrolio russo (necessario all’Europa, ma superfluo per l’economia americana) ma in termini militari l’aver regalato agli ucraini armi antiaeree, antiuomo e anticarro (missili, razzi e mitragliatrici) con l’obiettivo di impiegarle per colpire le forze russe, pone l’Italia e l’Europa in una posizione delicata esponendole a rischi di varia natura. Innanzitutto la ”belligeranza” europea (rafforzata dal tentativo polacco, respinto da Washington, di fornire all’Ucraina aerei da combattimento Mig 29 trasferendoli prima in una base statunitense in Germania) priva l'Ue della possibilità di porsi come mediatore nei negoziati in corso per concludere, o almeno interrompere, il conflitto. Un limite grave soprattutto per l’Italia che tradizionalmente, con governi di ogni colore, ha sempre mantenuto un forte dialogo con la Russia pur aderendo alle sanzioni a Mosca particolarmente dolorose per la nostra economia.

La confusione che regna nella politica nazionale sulla guerra ucraina è del resto ben evidenziata dalle richieste di molti esponenti di diverse forze parlamentari di vedere l’Europa protagonista nella ricerca di trattative di pace, rese però di fatto impossibili dalla belligeranza e dal sostegno bellico fornito a Kiev.

I dettagli delle forniture di ami italiane sono coperti da un ambiguo segreto che ha impedito persino al Parlamento di esserne informato. È certo che i missili antiaerei Stinger e le armi anticarro fornite all’Ucraina dall’Italia non potranno certo fare la differenza sul campo di battaglia, ma la stanno facendo in ambito diplomatico provando Roma di carte che avrebbe potuto giocare per porsi come interlocutore negoziale credibile. Ruolo che invece ricoprono bielorussi, turchi e forse israeliani.

Secondo il Pentagono le truppe di Kiev hanno già ricevuto 17 mila armi anticarro e 2000 missili antiaerei portatili, ma è lecito chiedersi che fine faranno e in che mani finiranno tali armi. Il grosso dell’esercito regolare ucraino è imbottigliato a est del fiume Dnepr con molti reparti circondati dai russi e impossibilitati a ricevere rifornimenti o a essere soccorsi da improbabili contrattacchi ucraini su vasta scala. Kiev, per questa ragione, sta armando volontari civili che da un lato sarà difficile poter addestrare in breve tempo a utilizzare armi complesse come i missili, mentre molti dubbi emergono circa l’affidabilità di questi combattenti specie in una nazione il cui collasso potrebbe risultare imminente e rapido. Armare civili non addestrati è potenzialmente un pericolo anche per la popolazione: miliziani che, solo per fare un esempio, sparassero contro le truppe russe dalle finestre di un palazzo renderebbero l’intero edificio un bersaglio legittimo del fuoco russo, mettendo a repentaglio la vita di tante famiglie. Le armi distribuite alle milizie potrebbero inoltre venire impiegate per compiere azioni criminali o finire sul mercato clandestino che alimenta malavita organizzata e gruppi terroristici, specie in una nazione che registra un elevatissimo tasso di corruzione negli apparati pubblici.

Meglio non dimenticare che la mafia ucraina è ramificata anche in Medio Oriente e Caucaso e che almeno due battaglioni di jihadisti ceceni combattono al fianco degli ucraini in contrapposizione alle truppe governative cecene filo-russe presenti anch’esse in questo conflitto. L’ipotesi che un buon quantitativo di missili e lanciarazzi anticarro o antiaerei finiscano nelle mani di milizie jihadiste è in incubo per la sicurezza della stessa Europa che quelle armi sta fornendo a Kiev senza alcun apparente controllo. Di fronte a questa minaccia l’opzione che tali arsenali cadano in mano ai russi o vengano distrutti in battaglia appare quasi auspicabile rispetto al rischio di armare pesantemente malavitosi e terroristi. 

C’è infine il rischio di subire rappresaglie di Mosca che ha promesso “dure risposte” ai Paesi europei che armano gli ucraini. Sarebbe azzardato ipotizzare attacchi militari russi, peraltro forieri di un allargamento incontrollabile del conflitto e facilmente attribuibili alle forze di Mosca, ma più subdolo e forse anche più devastante potrebbe risultare un attacco cyber su vasta scala che puntasse a paralizzare alcune infrastrutture strategiche nazionali, come la rete di trasporti ferroviari o la distribuzione di energia elettrica. Gli attacchi cyber del resto sono difficilmente attribuibili con certezza a un’entità statale e in molti casi nazioni da cui sono provenuti attacchi di questo tipo ne hanno attribuito la responsabilità a gruppi di hacker organizzati, ma che ufficialmente non rispondono alle autorità di nessuno Stato. Il gruppo di ricerca sulla sicurezza informatica CyberKnow ha stilato un elenco dei gruppi di hacker schieratisi con russi e ucraini in seguito al conflitto in atto contandone oltre 50, dei quali 14 schierati con la Russia e gli altri con Kiev, ma su entrambi i fronti molti gruppi di hacker sono fisicamente ubicati in altre nazioni.

L’Italia inoltre è palesemente esposta a questo tipo di attacchi, sia perchè le sue infrastrutture critiche risultano difficili da proteggere, sia perchè sul piano giuridico non è mai stata approvata una norma che autorizzi Roma a condurre attacchi cyber neppure in risposta ad attacchi subiti. Di fronte a offensive cibernetiche abbiamo quindi poche difese e nessuna deterrenza, elemento che potrebbe favorire la scelta dell’Italia come vittima ideale di una rappresaglia su vasta scala.

Mettendo sul tavolo tutte queste considerazioni converrebbe forse chiedersi se abbiamo fatto la scelta giusta nell’aderire alla “chiamata alle armi” della Commissione Ue guidata da Ursula von der Leyen.

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