Appuntamento con la morte, il libro che svela l’inganno dell’eutanasia
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Perché l’eutanasia è moralmente illecita? Qual è il retto significato di libertà e dignità della persona? Sofferenza inutile vs sofferenza salvifica. Gli errori della legge 219/2017. Intervista a Tommaso Scandroglio, autore di Appuntamento con la morte e Le armi del nemico.
L’eutanasia viene oggi accettata quale espressione di libertà e soluzione alla sofferenza, percezione sempre più diffusa che contribuisce ad accrescere il dilagare della cultura della morte.
Per la collana de “I Libri della Bussola. Sapere per capire” abbiamo pubblicato un testo di Tommaso Scandroglio, Appuntamento con la morte, in cui vengono approfonditi i concetti di eutanasia e di accanimento terapeutico, si offrono le motivazioni di carattere morale per cui l’eutanasia stessa è azione malvagia, assieme a una risposta alle obiezioni e a un’analisi ragionata della legge 219/2017.
Ben sapendo quanto sia importante informarsi e formarsi su temi di attualità che riguardano la dignità della persona, vogliamo qui riprendere alcuni punti del testo, affrontandoli con l’autore.
Come l’aborto, anche l’eutanasia si è fatta strada diventando una pratica giuridicamente legittimata. Lo scopo è quello di fuggire dal dolore facendo apparire come bene ciò che è un male. Perché è importante ribadire l’illiceità morale dell’eutanasia e la dignità della persona? E come contrastare il principio della “qualità di vita” che vede una divaricazione tra il significato di “persona” e quello di “essere umano”?
Il periodo storico che viviamo è quello delle evidenze non più evidenti. Ossia di quelle verità lapalissiane che però non sono più tali soprattutto a causa di un’anticultura di carattere rivoluzionario che ha inebetito le coscienze. E dunque, in merito all’eutanasia, dobbiamo ricordare a noi stessi e agli altri una verità che rasenta la banalità: la persona vale per quello che è, non per come è o per quello che fa. La nostra preziosità non deriva dal fatto di essere sani e giovani, né discende dalla capacità di compiere alcune azioni come essere coscienti di sé e del mondo esterno, comunicare, porsi fini intellegibili, etc. Una persona sulla carrozzina vale tanto quanto una persona sana: vuol dire che il suo valore non c’entra nulla con la sua disabilità. La nostra preziosità deriva dal nostro essere, ossia discende dall’anima che informa il nostro corpo. Invece, una visione antropologica di carattere empirista che considera l’uomo composto solo di materia non può che legittimare l’eutanasia.
La libertà oggi viene intesa come legittima soddisfazione di alcuni piaceri e anche come diritto di fare ciò che si vuole della propria vita. In questo modo si entra nel campo dell’arbitrarismo, con la pretesa che lo Stato se ne faccia garante trasformando così il diritto da ius a potestas. In cosa consiste, dunque, la vera libertà della persona?
Il libero arbitrio consiste nella possibilità di scegliere tra il bene e il male. La libertà scatta quando scegliamo il bene. In caso contrario non siamo persone libere, ma schiavi, schiavi del male. Per essere liberi, occorre compiere due azioni. Riconoscere il bene autentico della persona e volere il bene, ossia compiere azioni buone. Però, il più delle volte il bene è arduo da raggiungere. Ecco perché si preferisce prendere le scorciatoie, ma queste mai ci soddisfano perché chi si allontana dal bene, si allontana da sé, mente a sé stesso, inganna sé stesso, diventa sempre meno Luca, Paola, Giorgio.
Il dolore e il patire sono considerati dall’uomo contemporaneo, chiuso alla trascendenza e al valore salvifico della sofferenza, un’ingiustizia da cui liberarsi. Da qui l’apertura a pratiche come l’eutanasia, soluzione – secondo il Manifesto dell’eutanasia firmato nel 1974 – a quella “sofferenza inutile” che in una società civilizzata deve essere evitata. Come contrastare tale principio utilitarista?
Chi ha sposato nella propria esistenza una visione orizzontale della stessa è condannato a giudicare inutile il dolore: un non senso, perché la sofferenza non avrebbe una direzione ragionevole, uno scopo verso cui tendere. Una visione terrena, empirica e pragmatica del vivere porta a considerare come unico criterio morale dell’agire il principio dell’utile e del piacere. Una persona che soffre a chi giova? Quale utilità ha il dolore? Se invece lo sguardo sull’esistenza è rivolto verso l’alto, se è animato da uno spirito trascendente allora si apre la possibilità di considerare quel dolore sì utile, ma in senso spirituale. Il dolore può allora diventare moneta preziosa per riscattare la propria o altrui vita, per risarcire il male da noi o da altri compiuto, per purificarsi. Ma questo è un discorso assolutamente incomprensibile ai nostri contemporanei chiusi in una prospettiva solo immanente della vita. Per tornare a scoprire il valore del dolore occorre tornare a credere in Dio.
La legge 219/2017 si delinea come una legge che non mira alla tutela della vita. Essendo la vita uno dei beni fondamentali dell’intera società, ricorrere alla morte procurata non solo viola il bene comune, ma contrasta anche il dovere in capo a ogni cittadino di tutelare la vita altrui. Si può dunque parlare di una sorta di legittimazione del diritto/dovere di uccidere?
Possiamo affermare che nella legge 219/2017 l’eutanasia diventa diritto almeno per due motivi. In primo luogo, perché l’art. 5 dichiara che il paziente ha diritto di rifiutare qualsiasi terapia, anche quelle salvavita. Ma se ho il diritto di rifiutare trattamenti salvavita, vuol dire che ho il diritto a morire, ho il diritto di chiedere l’eutanasia. In secondo luogo, il medico o comunque la struttura ospedaliera hanno il dovere di dare la morte se richiesta. Ma laddove c’è un dovere in capo a qualcuno ci deve essere il corrispettivo diritto. Dunque, la legge tutela il diritto di morire, declinato come diritto al suicidio tramite il rifiuto di trattamenti salvavita ancora da iniziare e come diritto a farsi uccidere, ad esempio interrompendo da parte del medico l’ausilio di trattamenti come nutrizione, idratazione e ventilazione artificiali. Tale diritto è predicabile a danno del proprio rappresentato anche in capo ai tutori legali e dunque in capo ai genitori nei confronti dei figli. Poi la norma legittima anche il diritto ad uccidere – il medico ha il diritto di curare il paziente e secondo la legge una modalità di cura è dare la morte – e il dovere di uccidere: come abbiamo visto, se c’è una richiesta eutanasica deve essere soddisfatta.
Il testo Le armi del nemico. Le strategie dei nemici della verità, gli errori dei cattolici che lei ha scritto per la Bussola, si propone come vademecum utile per affrontare la “buona battaglia”. Perché è importante conoscere il nemico per combatterlo?
I nemici della verità sono come dei tumori. Più li conosci più saprai difenderti. Un modo per conoscerli è analizzare le loro strategie per diffondere l’errore: chiedere cento per ottenere dieci, fare un passo alla volta, sfruttare l’emozione del caso limite, alzare una cortina fumogena per occultare la realtà, mentire, usare i volti noti della scienza, del cinema, dello sport per sponsorizzare le proprie idee, inventarsi nuovi vocaboli (omofobia), modificare il senso di altri (famiglia) e cancellare alcune parole fastidiose (peccato), etc. Se conosci le strategie di chi vuole il tuo male puoi riconoscerle e attivare il tuo senso critico.
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