• LE OPERE DEL SANTO

Anselmo, quando l’intelletto è al servizio di Dio

Tra le personalità di maggior rilievo del Medioevo, sant’Anselmo d’Aosta delineò nei suoi scritti il retto rapporto tra fede e ragione. La ragione umana ha il suo fondamento in quella divina e solo attraverso la grazia l'uomo può cogliere il proprio senso autentico.

Ci sono santi che nel quotidiano, nella semplicità della vita, hanno espresso la loro testimonianza di appartenere totalmente a Cristo: lo hanno fatto con una quotidianità fatta di piccoli gesti. E poi ci sono santi, invece, che hanno espresso il loro carisma con quella che potrebbe definirsi “monumentalità” di santità, fatta di grandi imprese o grandi opere letterarie-filosofiche che, grazie a una fine teologia, sono riuscite ad esprimere l’immenso amore, e ricerca, di Dio.

Per quest’ultimo caso, in un certo senso, si potrebbe sintetizzare la loro vita in uno slogan, quasi: grandi santi in grandi opere. Nomi, ad esempio, come Tommaso d’Aquino oppure Ambrogio rimandano alla memoria, all’immaginario collettivo, il titolo di “Dottori della Chiesa”. Ma cosa vuol dire far parte di questa schiera di santi denominati con questo titolo? Si definiscono “Dottori della Chiesa” coloro che, in qualsiasi epoca, hanno affermato e difeso con i propri scritti l’ortodossia cristiana. Tre sono i requisiti necessari per la proclamazione di un Dottore della Chiesa, secondo la definizione di Benedetto XIV: 1) una dottrina eminente; 2) una insigne santità di vita; 3) la dichiarazione del Sommo Pontefice o di un Concilio generale legittimamente radunato.

Anselmo d’Aosta, di cui oggi ricorre la memoria liturgica, con le sue opere teologiche rappresenta una delle più grandi vette del pensiero cristiano. Le sue pagine, parole scritte nella pietra; i suoi pensieri, enormi graniti di marmo che oltrepassano il tempo; la sua vita, testimonianza palpabile di un Dio che fin dal principio è Verbo-Parola, e che si dirama in “parole”: sono quelle della teologia; sono quelle della scrittura al servizio del Signore. E sant’Anselmo d’Aosta fu chiamato da Dio proprio a questo servizio, quello di penetrare nel Suo mistero grazie al dono dell’intelletto e rendersi testimone di questa conoscenza per l’intera umanità.

Sant’Anselmo rappresenta una delle personalità di maggior rilievo del Medioevo europeo, detto in Italia “d’Aosta” dalla città in cui nacque, ma dalla storiografia internazionale chiamato prevalentemente “di Canterbury” dalla sede episcopale che ricoprì in Inghilterra. Venne definito “Doctor Magnificus”. Tra le sue opere principali, il Monologion (precedentemente intitolato Exemplum meditandi de ratione fidei), suddiviso in ottanta brevi capitoli in cui si dimostra, prima di tutto, l’esistenza di un sommo bene, di un solo Essere altissimo e - data l’esistenza di vari gradi di perfezione - perfettissimo. Poi, abbiamo il Proslogion (già intitolato Fides quaerens intellectum), che, al posto delle numerose dimostrazioni del Monologion, presenta un unico argomento per l’esistenza di Dio. Nel suo De veritate viene trattato, invece, il concetto della verità e delle sue diverse applicazioni nella lingua parlata: la verità stessa culmina poi nella somma Verità. L’Epistola de incarnatione Verbi, invece, contiene essenzialmente una dottrina della Trinità. Il Cur Deus homo, forse l’opera principale di Anselmo, è di grande importanza per la dottrina della Redenzione nella teologia cattolica.

Non tento, o Signore, di penetrare la tua profondità poiché in nessun modo posso metterle a pari il mio intelletto; ma desidero comprendere in qualche modo la tua verità, che il mio cuore crede e ama. Non cerco infatti di comprendere per credere, ma credo per comprendere. Poiché credo anche questo: che “se non avrò creduto non potrò comprendere”.

In questo passaggio, tratto dal primo capitolo del Proslogion, vi è la sintesi perfetta della questione filosofica-teologica della ragione in rapporto a Dio: il binomio fides et ratio ha - da sempre - affascinato i grandi nomi del pensiero cristiano. E, a questa tematica, Anselmo dedicò tutta la sua ricerca, tutta la sua esistenza.

Ma qual era il concetto di conoscenza in sant’Anselmo? La conoscenza di Dio non può che essere infinita, secondo Anselmo d’Aosta, e la ragione divina contiene la ragione umana, la quale non può e non deve far altro che tentare di ritornare alla e nella mente di Dio. La ragione ha il suo fondamento in quella divina e in questa si ritrova. L’intelletto divino è ciò che rende l’uomo capace di cogliere il divino in sé stessi. È Dio che, con il dono della grazia, concede all’uomo la possibilità di ritrovare il senso autentico, un senso divino, che altrimenti risulterebbe inaccessibile.

Nel suo precedente lavoro, il Monologion, sant’Anselmo d’Aosta partiva da una considerazione universalmente condivisibile: tutti facciamo l’esperienza che nella realtà esistono cose più o meno perfette in relazione ad altre. Osserviamo, dunque, che la realtà è caratterizzata da differenti gradi di perfezione. Poiché dunque la realtà ha un carattere gerarchico, deve esistere una realtà che sia - in assoluto - la più perfetta e che sia l’origine di tutte le “cose perfette”. Ed è proprio questa origine ad essere Dio. Sarà questo pensiero a passare per la storia della filosofia come la famosa “dimostrazione dell’esistenza di Dio a posteriori”.

In una pregevole miniatura presente in un manoscritto (del XII secolo) del testo Orationes sive meditationes, Anselmo d’Aosta viene ritratto con Cristo. Colpisce, e non poco, questa immagine: i due sembrano colti in un dialogo; parlano fra loro quasi come dei “vecchi amici”. Anselmo guarda il Cristo con uno sguardo di profonda ammirazione e contemplazione. Ma c’è un particolare nascosto: Cristo ha in mano lo scettro regale e Anselmo con la sua mano destra lo regge e lo tiene forte fra le dita. È l’unione tra Cristo e il suo servo.

 

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