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A Bologna va bene tutto, anche i "diversamente credenti"

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Diversamente credenti in dialogo col vescovo Zuppi a Bologna nel corso della visita pastorale. E l'immancabile «donna che ama altre donne». Cronache da una Chiesa liquida senza più certezze. Con la scusa di accogliere tutti, si sta accogliendo tutto. 

Ecclesia 31_01_2024

Sarà anche vero, come cantava Lucio Dalla, che a Bologna non si perde neanche un bambino, ma stavolta qualcuno deve aver perso il lume della ragione. Nel corso della visita del vescovo Zuppi alle parrocchie della zona pastorale dei Colli nei giorni scorsi, si è tenuto un incontro tra i fedeli e “don Matteo”. Protagonisti, secondo quanto ci raccontano le cronache di Bologna7, l’inserto domenicale di Avvenire, dei fedeli molto particolari.

Così fedeli da non essere nemmeno fedeli. O meglio: “diversamente credenti”. La neolingua non vuole definire meglio, ma semmai sovvertire l’esistente. Ora, è abbastanza pacifico che quando uno si definisce “diversamente credente”, lo fa in aperta contraddizione a qualcosa che definisce “credente”, ma che deve comunque essere accettabile. Ebbene, a fare la sua testimonianza è stata una coppia – sposati? Non ci giureremmo a questo punto –, Ginevra e Luigi, i quali hanno raccontato al vescovo di come si interrogano «sull’educazione dei figli e su come condividono la fede senza forzature e con equilibrio».

A questo punto viene da chiedersi che cosa si intende per diversamente credenti. Degli atei? Dei fedeli di altre religioni? Degli agnostici? Non si sa, l’articolo non lo spiega, ma ne fa un esempio di accoglienza, tanto che sua eminenza ha mostrato di aver apprezzato la loro testimonianza perché «la libera scelta della fede passa attraverso la formazione e non l’imposizione». Per poterlo scoprire allora siamo andati direttamente alla fonte.

Così ci spiega don Carlo Bondioli, parroco moderatore della chiesa della Misericordia e della zona pastorale interessata dalla visita. «Si tratta di fedeli che hanno dubbi nel credere, come del resto il 90% di tutti noi». Interessante.

Una volta il dubbio veniva considerato un ostacolo da superare con tutti i mezzi che la Chiesa metteva a disposizione. Oggi invece siamo nell’era della liquidità, quindi, ben vengano i credenti diversi, o a metà, o a modo loro da prendere a modello evidentemente nel senso che quando si dà la possibilità di parlare pubblicamente, è quello il modello che si vuole presentare.

Certo, Gesù diceva che erano i malati che avevano bisogno del medico e non i sani, ma come la mettiamo se i malati vengono confermati nella loro condizione di malattia che può comunque andare bene? Se insomma non si va oltre la stantia ripetizione dell’«abbandono di un’idea di perfezione e di santità fuori dalla vita?».

La mettiamo che la proposta cristiana si fa debole, con la smania di accogliere tutti (todos, todos, todos) si finisce per accettare anche i peccati di tutti. Peccati che ora – non è un caso – si chiamano «vulnerabilità» – altrimenti dette ferite –, cambio linguistico per arrivare ad una accettazione di una situazione non voluta, quasi fisiologica. Di fronte alle vulnerabilità fisiologiche mica si può pretendere che la gente percorra i passi giusti per uscire dalla sua condizione. Mica puoi dire «pentiti e credi al Vangelo», al massimo «incerotta le ferite e credi diversamente».

Così si resta quasi interdetti se si pensa che oggi la parola “diversamente credente” non ha più nemmeno la valenza “etimologica”, ma di colui che crede in modo difforme e chiede di farsi accettare in ragione di questa difformità. Senza stare tanto a girarci intorno: se Gesù diceva che chi «crederà sarà salvo», al “diversamente credente” che cosa si dovrà chiedere? E che cosa succederà se un “diversamente credente” verrà confermato nella sua incrollabile diversità?

Ovviamente la stessa domanda si pone per altre diversità. Prima dei diversamente credenti, infatti, aveva preso la parola Valentina, la quale è stata scelta per dialogare col vescovo perché è una «donna innamorata di altre donne». Anche qui, il neologismo è infido e ugualmente urticante. Che cosa significa? Che oltre omosessuale, la signora è pure poliamorosa? 

«Secondo lei che cosa significa?», ci risponde quasi spazientito don Bondioli: «É chiaro che si tratta di una omosessuale credente».

Della sua testimonianza capiamo che si è sentita una «figlia diversa», ma che «ha capito di dover accogliere il proprio limite (un altro sinonimo di peccato? ndr) per poter accogliere quello altrui». E don Matteo? Loda e invita a «distinguere tra accoglienza e pregiudizio». Evviva la diversità, qualunque diversità.  

Insomma, tra abbandono della santità, diversamente credenti che vengono confermati nei loro dubbi e omosessuali orgogliosi ormai in cattedra, la Diocesi di Bologna si mostra un passo avanti a tutti. Grazie al cambio della lingua, all’accomodamento delle situazioni di vita, il modello del cristiano che appare oggi come vincente è quello dell’irregolare che tale deve rimanere, del fragile al quale non viene chiesta la santità, ma una irenistica accettazione della propria condizione.

A qualcuno piace diversamente credente, senza dogmi, senza confini tra il lecito e l’illecito, senza un orientamento. Una Chiesa così potrà forse far sentire “i diversi” più accolti, ma non riesce nemmeno a emanare il fascino di una vita radicalmente nuova in Cristo. Dall’altra parte chi invece ha conservato le sponde della dottrina alle quali adattare la propria vita – pur nella fatica e nel dubbio, ma sapendo qual è l’orizzonte verso cui tendere - viene visto come rigido e non al passo con i tempi fino a finire lui spaesato.

È tempo di diversità, con la scusa di accogliere tutti, ma senza accorgersi che così si sta accogliendo tutto.