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Wojtyła e Slipyj come Lefebvre? Il doppio errore di Schneider

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A sostegno delle consacrazioni illegittime annunciate dalla San Pio X il presule cita due precedenti storici che coinvolsero il futuro Giovanni Paolo II e il cardinale ucraino. Una prova che non regge, perché nessuno di loro consacrò vescovi contro la volontà del Papa e al di fuori della comunione gerarchica.
- Prima parte: Vescovi senza mandato, Lefebvre parla per bocca di Schneiderdi Luisella Scrosati
- Documento: Le consacrazioni previste dalla San Pio X sono legittime?

Ecclesia 17_04_2026

Il vescovo kirghiso commette un doppio errore quando, a sostegno della sua approvazione delle consacrazioni episcopali illegittime della FSSPX, invoca due precedenti storici, che proverebbero, a suo avviso, come l’ordine episcopale conferito contro la volontà del Santo Padre non sarebbe di per sé un atto scismatico. Egli fa sue, purtroppo in modo acritico, le considerazioni che Peter Kwasniewski espresse in un articolo del 10 febbraio scorso. Vediamole.

Primo precedente storico: il cardinale Karol Wojtyła, arcivescovo di Cracovia, insieme ad un suo vescovo ausiliario, mons. Juliusz Groblicki, aveva ordinato clandestinamente alcuni sacerdoti per le diocesi della Cecoslovacchia, contravvenendo alla Ostpolitik portata avanti dalla Segreteria di Stato, che proibiva ai vescovi delle “Chiese clandestine” di ordinare nuovi sacerdoti. Dunque, Wojtyła, ben sapendo di questo divieto, e ritenendolo evidentemente sbagliato, decise di contravvenire alle disposizioni del Papa. La Chiesa ha però ritenuto non solo di non sanzionare questa disobbedienza palese, ma ha in seguito persino canonizzato il Papa polacco.

Perché Wojtyła sì e Lefebvre no? Le ragioni, sono piuttosto semplici: 1. trattandosi di ordinazioni presbiterali, e non episcopali, esse non necessitano di alcun mandatum del Papa: il parallelo con le ordinazioni di Lefebvre naufraga già qui; 2. il cardinale di Cracovia aveva sì disobbedito ad un ordine prudenziale della Santa Sede, ma aveva anche conferito gli ordini sacri in accordo con gli Ordinari delle diocesi cecoslovacche, cui questi sacerdoti si sarebbero incardinati; egli aveva perciò agito correttamente, dal momento che aveva l’autorizzazione necessaria da parte di vescovi con giurisdizione, che gli chiedevano di ordinare per conto loro dei sacerdoti; 3. Wojtyła era arcivescovo di Cracovia e cardinale; dunque egli stesso era un vescovo legittimo della Chiesa cattolica; 4. i candidati venivano ordinati al presbiterato per essere incardinati nelle loro diocesi di origine e servirle, non per per svolgere un ministero autonomo.

Si tratta di quattro caratteristiche fondamentali che non ritroviamo né nelle ordinazioni del 1988, né in quelle del prossimo luglio: 1. perché si tratta di ordinazioni episcopali, e non presbiterali; 2. perché quelle ordinazioni non vengono fatte per conto di nessun vescovo legittimo; 3. perché i due vescovi che compiranno le prossime consacrazioni, mons. Bernard Fellay e mons. Alfonso de Galarreta, non sono vescovi della Chiesa cattolica, in quanto non sono mai stati ricevuti dal Papa nel collegio dei vescovi; 4. in quanto i candidati non eserciteranno alcun ministero legittimo all’interno della Chiesa.

Il secondo precedente storico, che, agli occhi di mons. Schneider, dimostrerebbe che, in caso di necessità, sarebbe lecito ordinare vescovi contro l’esplicita volontà del Papa senza commettere un atto scismatico, è quello relativo alle consacrazioni operate dal cardinale Josyf Slipyj per garantire la sopravvivenza della gerarchia della Chiesa greco-cattolica in Ucraina. Nel 1976 (secondo altri nel 1977), l’ultraottuagenario cardinale, in esilio a Roma dal 1963, decise di consacrare clandestinamente tre vescovi per la Chiesa ucraina, temendo che la politica della Santa Sede di non autorizzare nuove ordinazioni episcopali per non entrare in conflitto con le autorità comuniste, avrebbe alla fine comportato l’estinzione della successione episcopale in Ucraina. Il rischio era più che concreto, dal momento che le autorità sovietiche avevano realmente pianificato l’eliminazione della Chiesa greco-cattolica ucraina, realizzando il primo fondamentale passo con la revoca dell’Unione di Brest e la conversione forzata all’ortodossia russa.

Al dire di Schneider, che ripete in sostanza il pensiero di Kwasniewski, questa sarebbe la prova che il divieto di consacrare vescovi senza il mandatum e contro la volontà del Papa non sarebbe di diritto divino, ma ecclesiastico; questo permetterebbe di avvalersi del principio di epicheia, ossia di poter contravvenire alla “lettera” della legge ecclesiastica, con lo scopo di conseguire un bene più alto. Ma anche in questo caso, il parallelo con le consacrazioni episcopali della FSSPX è solo apparente; al di là della non sovrapponibilità delle circostanze storiche delle due situazioni, vi sono delle differenze sostanziali tra il “caso-Slipyj” e le consacrazioni episcopali lefebvriane.

1. Il 23 dicembre 1963, Paolo VI nominò Slipyj arcivescovo maggiore dell’arcieparchia di Leopoli degli Ucraini, ossia metropolita di una Chiesa sui iuris, ma priva di titolo patriarcale. L’arcivescovo maggiore gode di fatto dei diritti patriarcali. Pertanto, Slipyj, che due anni dopo venne anche insignito del titolo cardinalizio, non aveva bisogno di alcun mandatum pontificio per procedere alle ordinazioni episcopali, in quanto era lui stesso ad essere incaricato dal diritto (e dunque dalla Santa Sede) di dare la provvisione canonica, ordinare e intronizzare i vescovi a lui sottoposti. Slipyj agì dunque secondo quelle prerogative che aveva ricevuto dal Papa stesso con la nomina ad arcivescovo maggiore. Tant’è vero che, quando Paolo VI venne informato delle consacrazioni, non le contestò né sanzionò il cardinale; Giovanni Paolo II confermò Slipyj nella sua carica e, più tardi, nominò persino cardinale uno dei tre vescovi da lui consacrati, mons. Liubomyr Huzar.

Il cardinale ucraino, pertanto, non sembra aver usurpato alcun diritto del Papa: egli agì conformemente al diritto divino, in quanto era stato il Papa stesso a conferirgli dei diritti simil-patriarcali, ed agì nel contempo per il bene superiore delle anime. Infatti, Slipyj preferì inimicarsi buona parte della Curia romana e contravvenire ad un ordine prudenziale, dettato da politica ecclesiastica, piuttosto che correre il serio rischio di lasciare la “sua” Chiesa senza vescovi. In questo modo, egli adempì due volte il precetto divino: agì secondo i diritti conferitigli dalla Santa Sede con la sua nomina ad arcivescovo maggiore, e ricorse in modo legittimo ed autentico all’epicheia, senza usurpare i diritti del Papa sulla nomina dei vescovi. Al contrario, la Fraternità, Schneider e i suoi difensori, invocano l’epicheia non per andare contro una legge umana prudenziale, per quanto autorevole, ma per usurpare un diritto che il Papa ha ricevuto da Cristo stesso.

2. Come già accennato nel caso delle ordinazioni sacerdotali da parte di Wojtyła, la differenza decisiva tra le due ordinazioni episcopali sta proprio nell’intenzione oggettiva. Slipyj ordinò vescovi per una Chiesa sui iuris, eretta dalla Sede Apostolica, di cui lui stesso era metropolita legittimo. Non consacrò vescovi perché potessero garantire un ministero indipendente dalla comunione gerarchica, né perché si sottraessero alla comunione con il collegio episcopale, fine dichiarato delle prossime consacrazioni della FSSPX cosa, che implica di per sé un atto scismatico.

3. Non sono chiare le condizioni in cui avvennero le consacrazioni in questione. C’è più di un dubbio sul fatto che Paolo VI non fosse al corrente di ordinazioni compiute nella cappella di Castel Gandolfo, da Slipyj, insieme a mons. Ivan Prasko, vescovo dell’Eparchia di Melbourne della Chiesa greco-cattolica ucraina, e da mons. Isidore Borecky, a capo dell’Eparchia di Toronto. È più probabile che il Papa sapesse, e che, in conformità alla politica di “non assertività” verso la Chiesa ucraina, lasciasse che le cose si compissero lontane da occhi indiscreti.

Ad ogni modo, l’intenzionalità dell’atto è sostanzialmente diversa nelle due situazioni: Slipyj, che apparteneva alla gerarchia cattolica, ordinò vescovi per la Chiesa cattolica, perché esercitassero un ministero nella comunione gerarchica con il Papa e gli altri vescovi; i vescovi della FSSPX, che non sono vescovi della Chiesa cattolica, in quanto illegittimi, ordineranno vescovi per sottrarli alla comunione gerarchica ed esercitare un ministero indipendente dalla comunione con il Papa e gli altri vescovi.
Che mons. Schneider non se ne avveda è decisamente grave.



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