Vittime ignorate, il processo a Rupnik è un altro scandalo
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L'avvocato Sgrò denuncia la mancanza di informazioni minime per garantire un giudizio giusto: le vittime non sono state sentite e viene negato anche di sapere il nome dei giudici: «Come si può garantire la giustizia con un processo condotto nella totale oscurità?». Eppure i fatti sono già stati accertati.
DOSSIER: Il caso Rupnik
«Non ho mai chiesto un processo pubblico né che la Santa Sede cambi il suo ordinamento, ma solo che ci siano le informazioni minime che garantiscano il diritto alla difesa e il diritto al contraddittorio. Senza di queste non ci può essere giustizia». Così l’avvocato Laura Sgrò, che rappresenta cinque delle donne che accusano di abusi fisici, psicologici e spirituali padre Marko Ivan Rupnik, afferma alla Bussola dopo la fuga di notizie e le diverse reazioni dei giorni scorsi.
Secondo le indiscrezioni, infatti, il sacerdote-artista avrebbe visto stralciato dal processo penale in corso in Vaticano le accuse di violenza fisica, anche se il successivo comunicato della Sala Stampa vaticana afferma che sono «assolutamente infondate» le notizie «circa una qualsiasi deliberazione da parte dei giudici».
Ma il problema non sta soltanto nelle eventuali sentenze, il punto è che si tratta di un vero e proprio processo «fantasma». È ancora l’avvocato Sgrò a spiegarlo: «È un processo condotto nella totale oscurità, le vittime non solo non sono state convocate ma una mia richiesta di partecipazione come patrocinio della parte lesa non ha avuto neanche una risposta». La Sgrò spiega di avere più volte cercato al telefono o per e-mail un contatto diretto con il cardinale Victor Manuel Fernandez, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede sotto la cui responsabilità si svolge (o si dovrebbe svolgere) questo processo, così pure con monsignor John Joseph Kennedy, segretario della Sezione disciplinare dello stesso Dicastero: «Sono sempre stata rimbalzata, nessuno vuole parlarmi».
L’avvocato delle ex religiose che accusano Rupnik ci tiene a ripetere che non vuole in alcun modo che ci sia una pubblicità del processo, ma semplicemente «la condivisione delle informazioni minime che garantiscano la giustizia». «Come si può garantire le parti processuali – sia accusa che difesa – nell’ambito di un processo di cui non si sa assolutamente nulla?».
In effetti anche noi abbiamo provato a chiedere informazioni direttamente a Matteo Bruni, direttore della Sala Stampa vaticana: quando è iniziato effettivamente il processo, in che modalità si svolge, se a un certo punto saranno resi noti i nomi dei giudici. Per ora non abbiamo ricevuto risposta, se arriverà lo aggiungeremo qui.
Ad ogni modo anche se il processo penale canonico è diverso dal processo penale che si svolge nei tribunali italiani, ci si deve comunque aspettare alcune garanzie: anzitutto che le vittime siano ascoltate e poi che sappiano chi sono i giudici chiamati a giudicare: «Ci potrebbe essere una incompatibilità – prosegue l’avvocato Sgrò – magari legata a fatti del passato o a inimicizie rimaste nascoste, e questo influenzerebbe il giudizio. Come si può essere credibili in un processo in cui le vittime non sanno neanche i nomi dei giudici? È un’altra violenza che viene consumata ai danni di queste donne».
Questo è anche il concetto della lettera al cardinale Fernandez che l’avvocato Sgrò ha scritto dopo la fuga di notizie sul processo denunciando «una ulteriore violenza nei confronti delle mie assistite, la cui ferita è ancora viva e neppure minimamente cicatrizzata». «Le mie assistite – proseguiva nella lettera - sono assai sconfortate e addolorate. Non sono mai state notiziate di nulla, neppure mio tramite, di alcunché circa questo processo, di cui si bisbiglia di tutto e di certo non si sa nulla. (…) Le mie assistite si sentono abbandonate e tradite. Vittime ancora una volta di un sistema che non le ha mai né accolte né tutelate né confortate».
Proprio questa violenza che viene ripetuta su donne che sono state circuite, abusate e condannate a una vita sconvolta da ferite profonde è l’aspetto più ripugnante di questo circo che va avanti ormai da anni e sembra organizzato apposta per farla fare franca a padre Rupnik e a tutti quanti in questi anni lo hanno protetto e coperto. Perché se c’è una cosa da mettere in chiaro è che ciò che i difensori di padre Rupnik sostengono siano calunnie (ma senza mai portare prove che smentiscano le circostanze denunciate) in realtà sono fatti documentati e accertati.
Non solo ci sono le testimonianze consegnate all’allora Congregazione per la Dottrina della Fede che non ha potuto procedere perché è intervenuta la prescrizione dei fatti; non solo c’è stata nel frattempo anche la scomunica di Rupnik nel maggio 2020 per assoluzione del complice - rimessa dopo poche settimane da papa Francesco -; ma sono stati gli stessi gesuiti, dopo anni in cui i superiori hanno sempre voltato la testa da un’altra parte, a fare un po’ di chiarezza sull’onda dello scandalo venuto alla luce. È tutto nel dossier consegnato da una Commissione indipendente internazionale – denominata Team referente – ai superiori dei gesuiti nel febbraio 2023, le cui conclusioni hanno portato il 21 febbraio 2023 la stessa Curia Generale dei gesuiti a pubblicare una Dichiarazione intitolata “Verso un riconoscimento della verità”.
In questa Dichiarazione si spiega che i fatti attribuiti a padre Rupnik coprono un arco di oltre 30 anni, dalla metà degli anni ’80 fino al 2018. E quanto alla attendibilità delle vittime, afferma: «Molte di queste persone non hanno conoscenza le une delle altre e i fatti narrati riguardano periodi diversi (Comunità Loyola, persone singole che si dichiarano abusate in coscienza, spiritualmente, psicologicamente o molestate sessualmente durante personali esperienze di relazione con padre Rupnik, persone che hanno fatto parte del Centro Aletti). Perciò il grado di credibilità di quanto denunciato o testimoniato sembra essere molto alto».
Talmente alto che il 26 marzo 2025 la stessa Compagnia di Gesù, per mano di padre Johan Verschueren, delegato per le opere interprovinciali dei gesuiti, ha scritto una lettera a tutte le vittime di padre Rupnik in cui afferma che «crede nella possibilità di avviare un processo di riparazione e di guarigione interiore, ammesso che al tempo stesso si metta mano a un cammino di verità e di riconoscimento anche da parte nostra». E chiede loro di «far conoscere di cosa hanno bisogno ora e di come i gesuiti possono corrispondere a queste esigenze».
Ecco, quel «cammino di verità» è esattamente ciò che sta venendo negato con un processo “fantasma” che sta aggiungendo scandalo a scandalo. E che sta diventando imbarazzante anche per papa Leone XIV.
Scandalo Rupnik, il processo è diventato una farsa
La smentita della Sala stampa vaticana riguardo la notizia dell'assoluzione di padre Rupnik, accusato di aver abusato sessualmente di almeno venti religiose, fa nascere nuove domande. Il timore è che il sistema di protezione di Rupnik piloti il processo, di cui peraltro non si sa nulla.
DOSSIER: Il caso Rupnik
Caso Rupnik, non si può chiedere ancora pazienza
Rispondendo ai giornalisti sul caso Rupnik, papa Leone ha detto che bisogna rispettare i tempi per un processo giusto, ma tutto quanto accaduto in questi anni e i traccheggiamenti e le procedure oscure del cardinale Fernandez fanno nascere sospetti sull'obiettivo che si vuole ottenere. Che non è certo giustizia.
