«Rifare il diritto canonico? Meglio pensare alla crisi di fede»
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La relazione finale della Commissione Canonistica è solo l'ultimo frutto dell'infinito cantiere sinodale. Usa l'immagine delle «sabbie mobili» il teologo barese descrivendo a La Bussola la continua voglia di cambiamento che scambia la Chiesa per una struttura da riorganizzare invece che mistero e strumento di salvezza.
La nuova sinodalità è un cantiere permanente che produce una pioggia di documenti, l'ultimo dei quali – reso noto il 30 settembre dalla Segreteria del Sinodo – è la relazione finale della Commissione Canonistica, con proposte di modifica e l'auspicio di una revisione dell'intero diritto canonico. «Questa continua voglia di cambiamento finisce per creare un’incertezza, come sulle sabbie mobili», afferma mons. Nicola Bux, che in questa intervista a La Bussola tocca le questioni a monte dei singoli cambiamenti, a partire dalla mancanza di chiarezza sulla natura del Sinodo e della Chiesa stessa, vista come una struttura da riorganizzare invece che come mistero e strumento di salvezza.
Mons. Bux, sembra che tutto si debba riscrivere in chiave sinodale, non escluso il diritto canonico. Per quale motivo?
A me sembra che si voglia “codificare” il Sinodo in modo da renderlo normativo e obbligante per tuttta la Chiesa, al pari di un concilio. Ma il Sinodo non è il concilio. Sinodi ce ne sono sempre stati (anche a livello diocesano), ma almeno nella configurazione voluta da Paolo VI si tratta in primo luogo del Sinodo dei Vescovi, che è consultivo e solo l’autorità pontificia lo rende deliberativo. Era l’autorità papale che decideva di tener conto di alcune istanze – e non di altre – pubblicando una esortazione apostolica. Ora credo che ci sia una mancata chiarezza sulla natura del Sinodo.
Il Rapporto finale della Commissione Canonistica auspica un rifacimento per intero del Codice. Perché, dopo poco più di 40 anni dalla promulgazione del Codice attuale?
È possibile che si voglia consolidare un ruolo dei laici quasi paritetico con quello dei chierici. Ma a questo punto bisogna ricordare che la Chiesa è gerarchica, lo ribadisce la Lumen Gentium. Non è un fatto di assetto istituzionale, ma innanzitutto sacramentale: Cristo ha dato agli apostoli e ai loro successori il potere sacramentale, che fa della Chiesa lo strumento di salvezza del mondo. I sacramenti altro non sono che il potere che Cristo ha esercitato sulla terra. La parola “gerarchia”, meglio chiarirlo, significa “sacro principio” (dal greco hieros). La gerarchia è sacra perché stabilita da Cristo: la natura della Chiesa è gerarchica, non sinodale. Leone XIV sta forse tentando una correzione dicendo che la sinodalità è uno stile, un metodo, se vogliamo, anche se preferirei dire che il metodo della Chiesa è la comunione, citando il domenicano Jerome Hamer. È comunione dei santi, dei fedeli, dei vescovi col Papa. La sinodalità è una modalità e non è neanche l’unica, perché nella Chiesa esiste anche l’autorità. Considerare invece la sinodalità come “natura” della Chiesa diventa azzardato e un chiarimento sarebbe necessario.
Ora, questo tentativo di voler cambiare un codice che risale soltanto al 1983, questa continua voglia di cambiamento finisce per creare un’incertezza, come sulle sabbie mobili, perché poi ci si chiede: ma se domani la Chiesa cambierà quello che chiede oggi, fino a che punto le si può credere?
Alcune proposte insistono sui compiti liturgici da assegnare ai laici (che in casi estremi possono battezzare sì, ma mai celebrare Messa). Enfatizzando questi ruoli non si finisce per assumere la prospettiva di una Chiesa senza preti e quindi senza Eucaristia?
Sì, è una prospettiva che prescinde dall’invito di Gesù a pregare «perché la messe è molta e gli operai sono pochi» e a chiedere al «padrone della messe» di mandare operai. La Chiesa si è sempre preoccupata delle vocazioni sacerdotali e la ragione non è organizzativa ma sacramentale. Invece far leva su quello che possono compiere i laici esprime una sfiducia nella promessa del Signore che ha assicurato che la Chiesa non verrà meno. Poi, è vero che il battesimo in caso di emergenza può essere amministrato da chiunque, ma voler stabilizzare una situazione eccezionale significa farsi quasi beffe del Signore. E proprio all’indomani del viaggio del Papa in Francia, che ha mostrato il risveglio della fede nelle famiglie, nei laici e nelle vocazioni. Occupiamoci piuttosto dei laici che vogliono generare vocazioni come genitori, insegnanti o educatori, perché il loro compito non è occuparsi degli spazi organizzativi dell’istituzione ecclesiastica, ma della trasmissione della fede alle nuove generazioni. Gli altri apporti di supplenza vengono da sé, ma è un punto che spesso viene equivocato.
Invece di promuovere il laicato si finisce per clericalizzarlo?
Sì, e questo non aiuta neanche la comunione ecclesiale, che cresce se i sacerdoti fanno i sacerdoti e i laici fanno i padri di famiglia e soprattutto i testimoni nel mondo del lavoro. Non se i laici si occupano delle cose dei chierici e i preti si buttano nel sociale. L’idea che i laici debbano “rosicchiare” il servizio sacramentale della gerarchia fa un danno al laicato, perché lo sottrae al suo ambito proprio che, come dicono i testi conciliari, è essere lievito nella pasta del mondo.
Tornando all’attuale sinodalità permanente, più che uno stile sembra divenuta una fabbrica di burocrazia, vista la quantità di documenti, gruppi e commissioni.
Ricordo che Vittorio Messori propose una “moratoria” della produzione di documenti: sono prolissi e vengono letti sempre meno, degenerando in una logorrea che va a scapito dell’annuncio del Vangelo. Se si vuole tener conto del sensus fidei del popolo di Dio – evocato anche in queste proposte di modifica – allora più che mettere mano al diritto canonico si dovrebbe mettere mano alla crisi di fede. Proprio la visita del Papa in Francia ha dimostrato che a diffondere la fede è la testimonianza di Gesù Cristo, via, verità e vita. Il segno della conversione non è la partecipazione agli organismi ecclesiastici, ma chiedere il battesimo, i sacramenti e testimoniare al mondo che la fede deve permeare anche lo spazio pubblico. Lo hanno compreso bene i santi, che non andavano a creare consigli e commissioni ma annunciavano la Verità del Signore.
Insomma, questa nuova sinodalità pecca di autoreferenzialità?
È una forma di clericalismo questa continua preoccupazione di organizzare, che invece di guardare alla Chiesa come mistero la vede come una struttura da far funzionare. Ma le organizzazioni si fanno e si disfano. Vorrei ricordare una frase che mi disse il patriarca ortodosso di Costantinopoli, Bartolomeo: «Guardi, il Sinodo può anche distruggere la Chiesa». E mi riportò l’esempio di quello che accade nei sinodi orientali, dove tutti hanno voce in capitolo e anche la scelta e il governo di un patriarca subiscono condizionamenti. «Voi avete un Papa per la Chiesa cattolica, noi ne abbiamo uno per ogni Chiesa», per cui, aggiunse, «da noi non c’è mai la parola fine», che potrebbe scrivere solo l’autorità suprema.
Anche da noi non sembra esserci mai la parola «fine» su questo Sinodo sulla sinodalità che si prolunga all’infinito.
Esatto. Il grave rischio, come mi faceva osservare il patriarca Bartolomeo, è che si diventi prigionieri della struttura sinodale, tra veti contrapposti, come nell’ortodossia, e l’impossibile pretesa di decidere tutti insieme. Figuriamoci se tutto questo si va a codificare. La sinodalità non potrà “distruggere” la Chiesa perché il Signore non lo permetterebbe, ma potrebbe paralizzare il primato di Pietro, che ascolta, consulta, però è lui a dire l’ultima parola. «L’autentica sinodalità», leggiamo nel messaggio inviato ai Camaldolesi, a nome di Leone XIV dal card. Parolin, nell’ottobre 2025, «esige per sua natura l’ascolto e la partecipazione di tutti i battezzati, secondo la vocazione di ciascuno, ma non può prescindere dall’autorità conferita da Cristo al Collegio dei vescovi con a capo il Successore di Pietro».

